Lavoro: chi è povero sarà ancora più povero dopo il coronavirus. I dati INPS

Lavoro: chi è povero sarà ancora più povero dopo il coronavirus. I dati dell’INPS in un rapporto pubblicato oggi disegnano un quadro allarmante per il futuro di chi già vive nella precarietà e disuguaglianza lavorativa.

Lavoro: chi è povero sarà ancora più povero dopo il coronavirus. Un rapporto della Direzione Centrale Studi e Ricerche (DCSR) INPS pubblicato oggi lancia un grido d’allarme disegnando un quadro che non vorremmo mai vedere realizzato.

Chi vive nell’instabilità oggi si troverà ancora più instabile domani. INPS ha analizzato la tipologia di lavoratori e contratti nei settori attualmente bloccati per l’emergenza coronavirus con i vari DPCM della Presidenza del Consiglio (si fa riferimento a quello del 22 marzo) per contrastare i contagi da COVID-19 e i settori attivi perché essenziali.

INPS ha notato come i settori bloccati, come quello della ristorazione per esempio, siano caratterizzati da una maggiore precarietà lavorativa. Questa crisi causata dal coronavirus finirà per essere disastrosa per i settori attualmente bloccati e nei quali, dall’analisi INPS, vige maggiore disuguaglianza.

Chi è povero sarà destinato a esserlo ancora di più dopo il coronavirus. Vediamo i dati del rapporto INPS sul mercato del lavoro.

Lavoro: più poveri dopo il coronavirus. L’analisi dei settori di INPS

Lavoro: sempre più poveri i poveri di oggi dopo il coronavirus. Più diseguaglianze nei settori dove già queste vigono secondo l’analisi di INPS per settori bloccati e attualmente attivi perché essenziali.

INPS ha analizzato le differenze strutturali, come si legge nella nota dell’Istituto, fra l’insieme dei lavoratori nei due diversi settori così come sono stati distinti nel DPCM del 22 marzo e in cui è presente la lista dei codici Ateco delle attività che possono restare aperte nel lockdown.

L’analisi fatta dall’Istituto prende in considerazione i rapporti di lavoro della banca dati Uniemens per il 2018. In particolare INPS rileva che il 50% dei rapporti di lavoro sul totale è riferibile a settori essenziali, l’altra metà nei settori bloccati.

La distribuzione per genere e geografica è omogenea, ma per quanto riguarda l’età si evince che i giovani sono molto più presenti nei settori bloccati e in particolare:

  • 32% nei settori bloccati;
  • 21% nei settori essenziali.

Un’altra distinzione riguarda apprendisti e operai che sono maggiormente presenti nei settori bloccati, un dato che si capovolge nel caso di impiegati e dirigenti. Questa differenza nel mercato del lavoro si evince dai dati INPS quando si analizzano le tipologie contrattuali nei due blocchi di settore. Nei settori bloccati sono presenti maggiormente contratti meno stabili:

  • a tempo determinato (39% contro il 27% dei settori essenziali);
  • part-time (37% contro il 31% dei settori essenziali);

Arriviamo alla questione dei salari che secondo il rapporto INPS nei settori bloccati in media ammontano a 13.716 euro vale a dire il 32% in meno dei settori ancora attivi. In questi ultimi anche i salari medi settimanali sembrano essere più elevati pari a 512 euro contro i 445, il 15 % in più.

INPS comunica che guardando a questa differenza salariale, totale e settimanale, bisogna tener conto che le ore lavorate nei settori bloccati sono minori. INPS specifica che tali differenze sono imputabili a determinati settori tra quelli bloccati e che definiscono anche le disuguaglianze nel mercato del lavoro che andranno ancora ad aumentare dopo il coronavirus.

Lavoro: così aumenta la disuguaglianza

Nel mercato del lavoro c’è il rischio che aumenti la disuguaglianza tra i lavoratori dopo il coronavirus e INPS lo conferma con l’analisi tra settori attualmente bloccati, e che pertanto vivono una crisi maggiore e quelli essenziali. Secondo l’Istituto le differenze che abbiamo sopra evidenziato sono attribuibili ad alcuni settori specifici tra quelli bloccati e vale a dire:

  • costruzioni;
  • alloggio;
  • ristorazione;
  • attività artistiche;
  • attività sportive;
  • intrattenimento;
  • altre attività di servizi.

Ciò che emerge da questi dati INPS? Che i lavoratori che sono impiegati in questi settori al momento fermi appartengono a quella parte della forza lavoro più debole, con contratti precari, meno ore lavorate.

In questi settori poi si concentra la presenza massiccia di giovani. Pertanto conclude INPS nella sua nota in modo drammatico e che lascia l’amaro in bocca che dopo il coronavirus:

“Sotto l’ipotesi che la crisi pandemica in atto colpirà più duramente i lavoratori nei settori bloccati, ciò potrà implicare un ulteriore peggioramento delle dinamiche di disuguaglianza, di povertà sul posto di lavoro (working poor) e di instabilità lavorativa. ”

Un’analisi di INPS che non fa ben sperare per il futuro del mercato del lavoro.

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