L’intelligenza artificiale inizia il 2026 finanziario così come aveva finito il 2025: grandi aspettative, dinamismo industriale, capitali in movimento e, però, alle spalle l’ombra della bolla e della recessione. Una bolla che rischia di essere finanziaria, tecnologica e fisica, visto che le compagnie tecnologiche si stanno profondamente indebitando per costruire gli spazi materiali su cui l’intelligenza artificiale dovrà correre, a partire dai colossali data center che soprattutto negli Usa stanno spuntando ovunque.
In sostanza: una componente non secondaria della spesa delle Big Tech per l’IA avviene nel settore real estate, soprattutto in territori funzionali allo sviluppo dei data center e dove, dunque, la chiamata alle armi dell’industria innovativa può generare grandi sommovimenti in termini di valore immobiliare e sta già ponendo grandi questioni sulla sostenibilità dei progetti.
Partiamo da un presupposto: per finanziare i data center le Big Tech utilizzano quelli che sostanzialmente sono soggetti giuridici indipendenti noti come Special Purpose Vehicles (Spv), entità aziendali finanziate da più attori (spesso un’azienda tecnologica unita a fondi e attori real estate) per spendere per gli investimenti in conto capitale evitando che gli aggravi del procurement vadano sulla casa madre, isolare rischi e opportunità di un singolo grande progetto, ottimizzare la raccolta di capitale destinata a un singolo investimento. Gli Spv rendono più agile finanziare i data center, acquistando terreni e processori, e ne sono i soggetti titolari a cui poi le aziende tech pagano un canone di affitto. Il problema è che questo porta a sottostimare o addirittura mascherare il vero rischio e il costo reale per gli operatori di un sistema tanto articolato.
L’ampio report «Bubble or Nothing: Data Center Project Finance» del Center for Public Enterprise dà una misura della finanza creativa utilizzata per costruire questi data center e degli obiettivi che si pongono le Big Tech alla ricerca della crescita continua della potenza di calcolo, che crea come epifenomeno un parallelo dei fattori di rischio. Andiamo con ordine. Apple, Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft, NVIDIA, Tesla, le «Magnifiche Sette» di Wall Street, hanno investito 350 miliardi di dollari in investimenti IA nel 2025 e ne piazzeranno 400 circa nel 2026, da un lato garantendo il 40% della crescita del Pil americano e dall’altro rafforzando la primazia tecnologica Usa in materia di potenza di calcolo, processori, sistemi avanzati. Al contempo, questa mole si regge sulle gambe degli Spv e della loro sostenibilità, nascondendo dal computo concreto dei bilanci dei colossi tecnologici molti degli effetti finanziari di questi investimenti. Il Cpe ricorda come gli Spv si finanzino per costruire i data center usando prestiti a breve termine (dalla durata compresa tra i due e i cinque anni) per la realizzazione dell’opera, con l’obiettivo di spalmare poi i prestiti successivi in contratti di durata paragonabili a quelli di affitto per le infrastrutture.
L’IA sta cambiando la geografia della tecnologia americana e radicalmente trasformando molti territori. Spesso nella periferia americana: “Nelle pianure del nord-est della Louisiana dove un tempo i campi di soia si estendevano fino all’orizzonte, Meta di Mark Zuckerberg sta erigendo un monumento di quasi 370.000 metri quadrati all’intelligenza artificiale e lo chiamerà Hyperion, dal nome del titano greco”, nota la Cnbc, aggiungendo che “dall’altra parte del fiume Mississippi, a West Memphis, Arkansas, Alphabet ha dato il via a quello che i funzionari statali definiscono il più grande investimento di capitale privato nella storia dello Stato: un campus multimiliardario che sorgerà su 1.100 acri di macchia”. Questi si aggiungono a progetti di Tesla e X di Elon Musk in Tennessee, di Amazon e Anthropic in Michigan, di Microsoft in Wisconsin. Per non parlare, poi, dei “re” di questo processo, Oracle e OpenAI, che intendono puntellare l’America di data center.
Chiaramente, dunque, il futuro sviluppo dell’IA sarà fondamentale per capire non solo i destini finanziari delle singole aziende ma anche quelli degli Spv, che a loro volta hanno alle spalle fondi chiusi e investitori attenti al dato materiale della costruzione dei data center. Tutto avrà alla base il nodo centrale dei flussi di cassa degli operatori IA, in un contesto altamente liquido: Oracle, gigante del cloud, vede i Cds sul suo debito in crescita rispetto al periodo pre-IA; OpenAI si dibatte con un debito commerciale superiore ai 1.400 miliardi di dollari e potrebbe veder messa in discussione la rivalità con Anthropic per la corsa alla quotazione. Resta, sullo sfondo, la profezia di Sequoia Capitals secondo cui il mismatch tra previsioni di ricavi delle Big Tech e flussi di cassa reali attesi potrebbe essere nei prossimi anni di 500 miliardi complessivi. Tutto questo può creare effetti di bolla tanto sul piano tecnologico quanto su quello fisico: l’IA sarà anche una partita di real estate. E molti valori immobiliari si concretizzeranno se il dividendo tecnologico di questo massiccio ciclo di investimenti sarà reale. Mettendo in gioco la tenuta di importanti aree periferiche dell’America che attraggono questi investimenti.