Molti valori immobiliari si concretizzeranno se il dividendo tecnologico di questo massiccio ciclo di investimenti sarà reale.
L’intelligenza artificiale inizia il 2026 finanziario così come aveva finito il 2025: grandi aspettative, dinamismo industriale, capitali in movimento e, però, alle spalle l’ombra della bolla e della recessione. Una bolla che rischia di essere finanziaria, tecnologica e fisica, visto che le compagnie tecnologiche si stanno profondamente indebitando per costruire gli spazi materiali su cui l’intelligenza artificiale dovrà correre, a partire dai colossali data center che soprattutto negli Usa stanno spuntando ovunque.
In sostanza: una componente non secondaria della spesa delle Big Tech per l’IA avviene nel settore real estate, soprattutto in territori funzionali allo sviluppo dei data center e dove, dunque, la chiamata alle armi dell’industria innovativa può generare grandi sommovimenti in termini di valore immobiliare e sta già ponendo grandi questioni sulla sostenibilità dei progetti.
Partiamo da un presupposto: per finanziare i data center le Big Tech utilizzano quelli che sostanzialmente sono soggetti giuridici indipendenti noti come Special Purpose Vehicles (Spv), entità aziendali finanziate da più attori (spesso un’azienda tecnologica unita a fondi e attori real estate) per spendere per gli investimenti in conto capitale evitando che gli aggravi del procurement vadano sulla casa madre, isolare rischi e opportunità di un singolo grande progetto, ottimizzare la raccolta di capitale destinata a un singolo investimento. Gli Spv rendono più agile finanziare i data center, acquistando terreni e processori, e ne sono i soggetti titolari a cui poi le aziende tech pagano un canone di affitto. Il problema è che questo porta a sottostimare o addirittura mascherare il vero rischio e il costo reale per gli operatori di un sistema tanto articolato. [...]
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