L’impatto sul mercato azionario in caso di no-deal Brexit

Pierandrea Ferrari

14 Dicembre 2020 - 19:00

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Continuano i negoziati tra il Governo inglese e la Commissione europea sul fronte Brexit. Con le parti ancora distanti su alcune questioni cruciali, gli analisti ora si interrogano: quale sarebbe l’impatto di un no-deal sui mercati?

L'impatto sul mercato azionario in caso di no-deal Brexit

Quale sarebbe l’impatto sul mercato azionario in caso di no-deal sul fronte Brexit?

Una riflessione che da giorni sembra assumere una crescente rilevanza, con il Governo inglese e la Commissione europea ancora impegnati a discutere i termini di quell’accordo che dovrebbe definire i contorni dei rapporti commerciali tra Unione europea e Regno Unito a partire dal 2021.

Dopo alcune settimane di relativo ottimismo, le trattative tra Londra e Bruxelles hanno finito per impantanarsi. A pesare la distanza sul versante della pesca, della governance e della concorrenza, con la Francia che nei giorni scorsi ha intimato al capo negoziatore dell’UE – il connazionale Michel Barnier – di non cedere alle pressioni di Downing Street.

Non sorprendono, dunque, le ultime dichiarazioni laconiche del premier britannico Boris Johnson, che interrogato sullo stato dei negoziati ha parlato del no-deal come “l’epilogo più probabile”. Possibilisti, invece, la leader della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e lo stesso Barnier, ma la sostanza non cambia: il mancato accordo è uno scenario ormai concreto, e i mercati devono posizionarsi per attutire il colpo.

No-deal Brexit: quali ripercussioni sui mercati?

Non tutti i mali vengono per nuocere. Questo devono aver pensato gli analisti di Morgan Stanley, che nelle ultime ore hanno espresso un certo ottimismo sulla resilienza dei mercati azionari nel caso in cui le trattative tra Londra e Bruxelles dovessero naufragare.

La banca d’affari newyorchese vede infatti una reazione controllata dei segmenti finanziari, grazie soprattutto ad un outlook positivo sull’economia globale del prossimo anno che dovrebbe aiutare gli investitori a mantenere i nervi saldi. Anche le imprese più suscettibili a subire le conseguenze negative di un mancato accordo, secondo gli analisti, potranno beneficiare di quel processo di riapertura del commercio internazionale largamente atteso nei prossimi mesi.

Non mancano, tuttavia, le note dolenti. Se l’indice FTSE 100 – che contiene al suo interno le cento società a più alta capitalizzazione del London Stock Exchange – è destinato a rimanere stabile anche nell’inviso scenario di un no-deal, l’FTSE 250 potrebbe invece cedere il 6-10%.

A rischio anche il comparto bancario britannico, la cui caduta – a causa di probabili interessi negativi fissati dalla Bank of England – potrebbe attestarsi tra il 10% e il 20%. Sulla stessa linea anche il settore inglese delle assicurazioni e quello immobiliare che, come tutti i segmenti orientati verso l’economia domestica, hanno iniziato a perdere terreno già al termine della cena improduttiva tenutasi la scorsa settimana, con i commensali Boris Johnson e Ursula von der Leyen incapaci di trovare una sintesi risolutiva sul fronte Brexit.

UE e Regno Unito continuano a trattare ad oltranza

Come accennato, il tavolo non è ancora saltato. Al contrario, le trattative proseguono ad oltranza, con i negoziatori di Londra e Bruxelles pronti a dar fondo alle energie residue per scongiurare una fuoriuscita disordinata del Regno Unito dall’Unione europea.

La scadenza - e questo non è una novità – è stata prorogata ulteriormente, al punto che una data limite non esiste più. Così come non esistono più, in questo sforzo congiunto, il giorno e la notte, la stanchezza e lo scoramento. Certo, il 31 dicembre rimane un orizzonte temporale particolarmente rigido, ma l’impressione è che i negoziati proseguiranno finché le parti avranno raggiunto un accordo o si saranno arrese all’impossibilità di ridurre le distanze.

I nodi, d’altronde, sono sempre gli stessi da diversi mesi: i diritti di pesca nelle aree in prossimità delle rispettive coste e l’elaborazione di una efficace normativa tesa a definire la concorrenza tra Regno Unito e Unione europea nell’era post-Brexit.

Trovare una sintesi sulla questione della pesca non sembra un’operazione eccessivamente complessa, con l’ostruzionismo britannico ascrivibile perlopiù alla necessità di Downing Street di mantenere un certo potere negoziale. Si prospetta più arduo, invece, il capitolo legato alla concorrenza, poiché impedire alle aziende britanniche di irrompere nel mercato unico senza una normativa ad hoc è per Bruxelles una sorta di comandamento biblico a cui non si può rinunciare.

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