Ipo Poste Italiane e Eni, quotazione e dismissioni sempre più vicine: il punto sulle partecipate

L’Ipo di Poste Italiane avverrà entro il 2015 mentre Eni si preparara a mettere in campo dismissioni dei propri asset per 8 miliardi di euro da realizzare, in gran parte nei prossimi 4 anni.

Il settore delle partecipate pubbliche vedrà a breve notevoli cambiamenti. Sembra, infatti sempre più vicina la quotazione sul mercato di Poste Italiane che, secondo quanto emerso da un recente incontro tra l’Ad Francesco Caio e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, avverrà senz’altro entro il 2015.

Consistenti novità emergono anche dal piano industriale di Eni che ha messo in campo dismissioni per 8 miliardi di euro da realizzare entro il 2018. Ecco quali sono le maggiori novità.

Poste Italiane
In seguito alla riunione svoltasi ieri, tra il Mef, Poste Italiane e i rappresentanti di Lazard e Rothschild, in qualità di advisor, è stato unanime in consenso sul termine del 2015 come periodo entro il quale dovrebbe avvenire la quotazione di Poste Italiane.
Nella riunione, che ha affrontato nodi tecnici e procedurali, è stato chiarito che l’Ipo prevederà la valorizzazione di una forchetta compresa tra i 6 e gli 11 miliardi, forchetta che sarà ulteriormente definita in base alle valutazioni del mercato, all’avvicinarsi della data dell’Ipo stessa, che potrebbe, ragionevolmente essere individuata nei mesi di Ottobre o di Novembre.
L’obiettivo è quello di privatizzare, anche in un percorso a più tappe, il 40% di Poste Italiane; a tal fine gli advisor del Tesoro, Lazard e lo Studio Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners e quelli di Poste, Rothschild, Unicredit e Intesa Sanpaolo, lavorano attualmente alla valutazione del gruppo che dovrebbe aggirarsi sui 10 mld di euro.

Eni
Scenario differente ma non del tutto dissimile per Eni. Anche in questo caso, siamo, infatti, di fronte a una società (partecipata pubblica) che si trova a dover fronteggiare uno scenario completamente mutato. Mentre nel caso di Poste Italiane è il servizio di consegna e distribuzione a creare i maggiori problemi (e il crescente buco nel bilancio societario), nel caso di Eni è lo scenario di mercato radicalmente mutato, a causa del crollo del prezzo del petrolio, ad aver imposto misure drastiche nel piano strategico 2015-2018 presentato ieri a Londra dai vertici aziendali alla comunità finanziaria.
Con un prezzo del Brent a 55 dollari al barile (circa la metà della media dei prezzi degli ultimi quattro anni) si è reso necessario un taglio della cedola sul bilancio del 2015 del 28,5% (nel 2014 era pari a 1,12 euro); sospeso anche il buyback e definito un piano di dismissioni consistenti che porterà alla cessione di asset per 8 miliardi di euro nei prossimi 4 anni, il 70% delle dismissioni dovrebbe, comunque essere realizzato entro i prossimi due anni.
A tal proposito la novità più consistente riguarda Saipem, la società di ingegnaristica e costruzioni di cui Eni possiede il 43% che non è stata compresa nel piano di dismissioni previsto per i prossimi anni. Il suo deconsolidamento avverrà ma attraverso un percorso e degli interventi di natura particolare che richiedono valutazioni più approfondite.
Reagisce male il mercato dove il titolo Eni perde il 4,59% attestandosi a 15,58 euro; male anche Saipem che perde il 5,78% e si attesta a 9,045 euro.

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