Il taglio dei parlamentari si farà oppure no?

Fiammetta Rubini

29 Agosto 2019 - 16:24

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A che punto è la riforma costituzionale che prevede il taglio del numero di parlamentari tanto voluta dai 5 Stelle? Si farà oppure no? Tutto quello che c’è da sapere.

Il taglio del numero dei parlamentari resta uno dei maggiori nodi da sciogliere per il nuovo governo. “Troppo attaccati alla poltrona per avere il coraggio di votare la legge”, aveva detto Di Maio riferendosi ai suoi ormai ex alleati leghisti, ma come si comporteranno i nuovi?

Se la riforma è una priorità per il Movimento 5 Stelle, la stessa cosa non si può dire per il PD, il quale si è invece espresso contro, salvo poi aprire uno spiraglio. Dopotutto il taglio dei parlamentari è la prima condizione che il M5S ha posto ai democratici per avviare un dialogo che portasse alla formazione di una nuova maggioranza. Con i lavori rimandati a settembre, il sì definitivo dovrebbe rendere effettiva la riforma.

La condizione del PD? Che al taglio dei parlamentari si affianchi la revisione della legge elettorale in senso proporzionale. In sostanza si chiede di rendere proporzionale il sistema elettorale togliendo i collegi e inserendo una soglia congrua pari al 5%. La proposta non è sembrata dispiacere ai pentastellati.
Per il PD bisognerebbe inoltre introdurre nella Costituzione sia la sfiducia costruttiva sul modello tedesco (per arginare il rischio di trovarsi in una situazione di ingovernabilità) sia una modifica dei regolamenti parlamentari.

Ma ora che si è trovato l’accordo e che Conte ha accettato con riserva l’incarico di formare il nuovo governo (Qui il suo discorso al Quirinale dopo l’incontro con Mattarella), che fine ha fatto la riforma? Il taglio del numero di parlamentari si farà oppure no?

A che punto è il taglio dei parlamentari

Il provvedimento del taglio dei parlamentari era in calendario alla Camera per il 22 agosto, ma la chiusura estiva e in seguito le dimissioni di Conte hanno fermato i lavori.

L’11 luglio, con 180 voti favorevoli e 50 contrari, il Senato aveva approvato il testo della riforma, che prevede di dare una sforbiciata a 345 poltrone portando il numero di parlamentari a 600 totali (200 in Senato e 400 alla Camera). Previsto anche un taglio dei senatori eletti all’estero, che da 6 passano a 4, mentre i senatori a vita non potranno essere più di 5. Ogni Regione o Provincia autonoma dovrà avere almeno 3 senatori a eccezione di Molise e Valle D’Aosta che ne avranno 1.

Adesso il via libera della riforma è rimandato a settembre, con discussione generale fissata in data 9 settembre e inizio delle operazioni di voto il 10.

Il M5S ha detto che “dal voto finale non si scappa. A settembre la riduzione del numero di senatori e deputati sarà realtà”, ma è facile immaginare che la discussione sarà un grande scoglio per i due nuovi alleati.

La riforma serve davvero?

La diminuzione di oltre un terzo di deputati e senatori non ha effetti solo sulla spesa pubblica, in quanto rappresenta un risparmio per le casse dello Stato (secondo l’Osservatorio sui conti pubblici di Cottarelli si risparmiano 57 milioni di euro l’anno solo se consideriamo gli stipendi).

“Non è solo una questione di soldi”, ha detto Di Maio, ma “è anche semplificazione. Abbiamo il numero più alto di parlamentari d’Europa e ne consegue un numero spropositato di leggi, spesso inutili. Il taglio cambierà la politica per sempre. Manderemo a lavorare gente che sta lì da vent’anni e finalmente potremmo avere un Parlamento più semplice”.

Non è tanto la piccola somma risparmiata a non convincere i detrattori, quanto il modo in cui la riforma incide sul nostro sistema di democrazia.

L’approvazione della riforma porterebbe a una minore rappresentanza dei partiti più piccoli, cosa che avrebbe effetto soprattutto nelle regioni meno popolose. Per questo motivo si è chiesto di accompagnare la riforma costituzionale con una nuova legge elettorale proporzionale. Ciò che si contesta è anche il messaggio negativo che la riforma darebbe, ovvero di scarsa considerazione che si ha del Parlamento e delle istituzioni.

Tempi tecnici molto lunghi

Essendo un provvedimento che va a modificare la Costituzione, la riforma del taglio dei parlamentari potrebbe anche essere sottoposta a referendum popolare entro 3 mesi dalla pubblicazione in GU. Questo se a richiederlo sarà un quinto dei membri si una Camera, o 5 consigli regionali o 500mila elettori.

Nel caso in cui venisse chiesto il referendum, passerebbe un altro mese perché la Corte di Cassazione esamini la domanda e dichiari ammissibile la consultazione, e poi trascorrerebbero altri 2 mesi per indire il referendum.

Se nessuno chiede il referendum sono comunque necessari altri mesi per ridisegnare i collegi. Insomma, i tempi tecnici sono molto lunghi. Per questo approvare la legge sul taglio dei parlamentari significa far slittare le elezioni di almeno 6 mesi. Motivo per cui i leghisti, secondo i loro ex alleati, hanno cercato a tutti i costi di evitare l’approvazione definitiva.

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