Un grafico mostra come il Covid ha ucciso l’Ue. E attenzione al fantasma di Honecker

Mauro Bottarelli

28 Maggio 2021 - 14:15

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Comparando lo spread fra decennali tedesco e greco e ratio debito/Pil ellenica emerge plasticamente l’eredita pandemica dell’eurozona: impossibilità di un rialzo dei tassi, pena la prezzatura immediata dell’insostenibilità degli stock. E mentre i membri del board Bce si preparano al redde rationem sul taper, la Bundesbank punta i fari sulla Sassonia-Anhalt: i sondaggi per le regionali del 6 giugno vedono Alternative fur Deutschland in testa. In nome dello stop al Pepp

Un grafico mostra come il Covid ha ucciso l'Ue. E attenzione al fantasma di Honecker

L’utilità dei grafici in economia e finanza risiede tutta nella loro ontologica capacità di sintesi: le argomentazioni di commento sono quasi superflue, l’immagine parla da sola. Questo grafico,
Wessie1 Fonte: Deutsche Bank
di fatto, è la sintesi di cosa il Covid lascerà in eredità all’eurozona: l’insostenibilità strutturale. Stavolta Jim Reid, analista di Deutsche Bank negli Usa, ha voluto vincere facile: comparando lo spread fra titoli di Stato decennali greco e tedesco (linea blu) e la ratio debito/Pil ellenica (linea azzurra) ha semplicemente tolto ogni incrostazione ideologica e giustificazione falsamente redistributiva alla narrativa del Qe perenne.

E gridato al mondo che il Re è nudo, proprio in un momento in cui l’euforia da luce in fondo al tunnel sembra invece diffondere visioni lisergiche di un monarca dell’Eurotower onnipotente e vestito di tutto punto. Così non è. Perché il Covid finirà. E il Pepp finirà. Resteranno gli stock di debito, però. E una certezza: un regime come quello attuale non contempla la possibilità di tassi in crescita. Semplicemente perché renderebbero insostenibili quegli indebitamenti massivi da rifinanziare continuamente. La traiettoria attuale ricalca quella che portò alla crisi del 2010-2011. Ma con magnitudo ben peggiore. La Grecia presa in esame, infatti, rappresenta il caso di studio perfetto: quel risultato sui tassi garantiti dal mercato è infatti frutto di un duplice azzardo morale.

Primo, l’intervento onnivoro della Bce. Secondo, la deroga ulteriore ai principi di normalità che l’accettazione dei titoli di debito greco come collaterale per operazioni di rifinanziamento ha comportato per lo statuto dell’Eurotower. Di fatto, annullamento artificiale e quasi manu militari del concetto di premio di rischio. Ovviamente, il Covid garantisce un enorme alibi alla crescita di quella linea azzurra: gli Stati si sono indebitati, tutti, come risposta alla pandemia. Vero. Il problema è l’effetto di lungo termine che questa dinamica rischia di innescare: quale governo, dopo una scorpacciata di scostamenti di bilancio come quella in atto da oltre un anno, tornerà di colpo a un regime di austerità dei conti, di fatto giocandosi chances elettorali che il virus ha apparecchiato su un piatto d’argento?

Se l’indebitamento è come la droga, quello da Qe è come il metadone: certamente non risolve il problema alla radice. Calma i dolori, evita le crisi di astinenza. Ma resta la dipendenza. D’altronde, indebitarsi oggi garantisce lo scranno domani. Mentre le scadenze di ciò che si emette rimandano a un futuro molto più dilatato il redde rationem con i propri azzardi: quando, molto probabilmente, al timone dell’economia e del Paese ci sarà qualcun altro. Per questo si tratta di un azzardo morale, paradossalmente molto peggiore di quello degli hedge funds. I quali, di fatto, sono soggetti privati che rischiano con soldi propri o di adulti consenzienti verso quella pratica potenzialmente tanto letale, quanto profittevole. Qui si usano soldi pubblici per giocare al Superenalotto. E, cosa ancor peggiore, a livello comunitario.

Tradotto, i denari del contribuente tedesco od olandese finiscono nel calderone da Qe che garantisce dinamiche come quelle rappresentata dal grafico. Di fatto, strade senza uscita. Chi vorrebbe vedere i propri risparmi investiti in un’impresa destinata, fin dal principio, al fallimento? Il rischio, enorme, è quello di una mancata percezione. L’istituzionalizzazione del ruolo del cosiddetto settore ufficiale - leggi, Bce - nelle dinamiche di debito sovrano ha infatti cambiato totalmente la narrativa, rendendo proprio quella ratio debito/Pil molto meno rilevante. Subito dopo la crisi finanziaria del 2008, i governi più indebitati furono obbligati a imbarcare politiche di austerity rapidissime al fine di evitare disastrosi processi di ristrutturazione disordinata. Di fatto, default.

Oggi, nonostante ratio di indebitamento molto più alte e non sostenute da livelli accettabili di crescita, tutto si basa sulla certezza che i tassi resteranno bassi. Praticamente, a vita. Nessuno mette quindi nel novero delle opzioni da outlook l’idea di un rischio sovrano di medio-termine. E se Jim Reid si è limitato a poche parole di commento al grafico, fa riflettere quanto dichiarato da Jens Weidmann - numero uno della Bundesbank - nel corso di un discorso, rilanciato dall’account della Banca centrale tedesca.
Wessie2 Fonte: Bundesbank
Scomodando il necessario patto generazionale che deve essere alla base di una società giusta, ecco che il numero uno della Buba fa notare come indebitarsi oggi per scaricare i costi sui cittadini di domani rappresenti l’antitesi alla giustizia sociale. Per questo, occorrono regole fiscali.

Come dire, attenzione a eccessivi e perduranti rilassamenti e sospensioni dei Patti e dei vincoli europei sui conti. Nulla di nuovo, ovviamente. Ma tutto da decifrare, in vista del board Bce del 10 giugno. Proprio oggi, intervistata dall’ufficio stampa della Bce, il membro tedesco del Consiglio, Isabel Schnabel, è tornata a ribadire come un ritiro prematuro del supporto rappresenterebbe un errore politico gravissimo. Lo stesso concetto espresso 24 ore prima dal numero uno della Banque de France, François Villeroy de Galhau. Stress test, forse. Giusto per testare le reazioni di un mercato che a livello equity raggiunge nuovi record e sul fronte obbligazionario sconta in positivo l’aumento degli acquisti della Bce, come mostra questo grafico:
Wessie3 Fonte: Bce
20 miliardi alla settimana, 80 al mese. Come la Fed, esclusi i 40 miliardi di Mbs.

Ma, quantomeno stando alle dichiarazioni di Christine Lagarde al board di marzo, solo per il secondo trimestre e senza far ricorso all’envelop nella sua totalità. Di fatto, entro il fatidico 10 giugno anche la spinta anti-spread sarà esaurita. L’aumento dei rendimenti sui bond sovrani rispecchia il miglioramento dell’outlook ed è ciò che il Consiglio perseguiva, ha dichiarato Isabel Schnabel. Perché allora la sua datrice di lavoro ha sentito il bisogno di rassicurare tutti e dichiarare come l’Eurotower stesse monitorando con attenzione la dinamica? Per un motivo semplice, tutto racchiuso in quel grafico: siamo in trappola. La debt trap, la trappola del debito. Se salgono i tassi, salta il banco. E bastano pochi punti base, certamente non uno shock.

Per questo Mario Draghi corre, corre e blinda totalmente la cabina di regia della governance legata ai fondi del Next Generation EU. Perché nonostante i precedenti burrascosi, quella frase di Jens Weidmann rappresenta anche il suo pensiero. E sa che la tentazione di un indebitamento strutturale, a fronte di 209 miliardi, può diventare irresistibile. Soprattutto, quando mancano quattro mesi al voto in una tornata amministrativa con 14 milioni di italiani alle urne e un incrocio letale di interessi di parte, fra battaglia per il Quirinale e tentazione di strappo per tornare alle urne con il vento dei sondaggi in poppa.

Ma ecco l’elemento dirimente, forse. Il 6 giugno si voterà in Sassonia-Anhalt per il rinnovo del Parlamento regionale, un ex land della Ddr che oggi vede in testa nelle rilevazioni il candidato di Alternative fur Deutschland. Nazionalisti anti-Bce nella patria che fu di Erich Honecker, accreditati di un 26% contro il 25% della Cdu. E, questione ancor più sintomatica del momento, condividendo di fatto il medesimo slogan con gli ex comunisti della Linke: basta con i Wessis, i tedeschi dell’Ovest che pensano di dettare legge. Nel caso della Linke, rigurgito di mai negata nostalgia verso il regime de Le vite degli altri. Per AfD, lo stop alla politica di accettazione passiva del finanziamento dei deficit del Sud Europa praticata dalla Bundesbank.

Jens Weidmann guarderà con attenzione a quel voto. Solo quattro giorni prima del board. Perché quel grafico equivale all’azzeramento del titolo di merito insito in una disciplina di bilancio che la Germania ha sempre perseguito come obbligo morale, prima che come strumento di rating. Equivale alla cancellazione del premio di rischio, al livellamento da monetizzazione diretta dei deficit come unico collante per l’eurozona. Il rischio reale, quindi, è uno solo: lo spread Grecia-Germania rischia di diventare il barometro della tenuta stessa dell’Ue nella forma attuale, una volta entrati nell’era del post-pandemia e in base all’impostazione che alla stessa vorrà dare la Bce. Il fantasma di Honecker unisce le forze con quello del 2011. La partita, quella vera, inizia soltanto ora.

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