Gianluca Vacchi: come funziona il sistema che lo porterà al fallimento

Gianluca Vacchi, fallimento vicino? Il sistema a scatole cinesi potrebbe cadere presto, ecco quali sono gli errori commessi dal fenomeno del web.

È notizia di ieri che il gruppo Banco Bpm ha ordinato il pignoramento dei beni di Gianluca Vacchi per un valore di circa 10 milioni di euro. Un duro colpo per il fenomeno del web che dovrà rinunciare ad alcune ville, yacht e azioni, comprese quelle del golf club di Casalunga di Castenaso.

Da parte sua Gianluca Vacchi non sembra essere preoccupato per quello che gli sta accadendo; poche ore fa infatti ha pubblicato un’immagine in cui lo si vede lavorare in discoteca (da qualche tempo Vacchi ha intrapreso la carriera da Dj) con Luis Fonsi, autore della hit dell’estate Despacito.

Nel frattempo sono emerse le motivazioni che hanno portato il gruppo Banco Bpm a richiedere il pignoramento dei beni di Vacchi; è Business Insider a svelare gli inediti della vicenda, mostrando il sistema “a scatole cinesi” amministrato dal novello cinquantenne che in un solo anno è diventato un vero e proprio idolo del web ostentando tutte le proprie ricchezze.

Ma la realtà dei fatti a quanto pare è un’altra, perché Gianluca Vacchi sembra aver messo su un sistema finanziario che potrebbe portare a delle conseguenze ben peggiori rispetto al pignoramento dei beni voluto da Banco Bpm. Perché il fondatore del marchio GVlifestyle è finito nell’occhio del ciclone? Ecco tutta la verità sul caso.

Bpm e il prestito di 10 milioni di euro alla First Investment di Vacchi

Alla base del pignoramento c’è il prestito di 10 milioni di euro che il gruppo Banco Bpm ha rilasciato - quando era ancora Banco Popolare -alla First Investment di Vacchi.

Si tratta di una società che opera come fosse una holding acquistando partecipazioni in altre società e generando un utile da una serie di proventi, come dagli interessi derivanti dai finanziamenti erogati alle altre aziende.

Il bilancio della First Investment il 31 agosto scorso è stato chiuso con un utile di soli 198.219 euro, molto meno rispetto ai 2 milioni dell’anno precedente.

Il problema non sta tanto nell’importo dell’utile, quanto dal modo in cui è stato ricavato. È dall’analisi dei finanziati dalla First Investment, infatti, che viene alla luce il sistema a scatole cinesi al quale sembra far capo Vacchi.

Vacchi e il sistema a scatole cinesi

Andiamo con ordine: la maggior parte di finanziamenti la First Investments li ha erogati alla Cofiva Holding e alla Eleven Finanziaria, dalle quali ha ricavato 563.372 mila euro di interessi. A sua volta la Cofiva è azionista - al 25% - della First Investments (l’altro 75% è in mano allo stesso Vacchi), mentre quest’ultima controlla la Eleven Finanziaria grazie ad una partecipazione del 33,3%.

A sua volta la Eleven Finanziaria - con sede a Bologna - è una sub-holding della First Investment che detiene il 21,5% della Finanziaria del vetro, la società al vertice del gruppo Finvetro che si occupa della produzione di prodotti in vetro pressato (come ad esempio i fanali delle auto), e controlla la fallita WIN (Web Investment Network).

Insomma, dati alla mano l’utile della First Investment, società che dovrebbe restituire il prestito di 10 milioni di euro a Bpm, è generato grazie agli interessi ricevuti da una società azionista e da una controllata.

Buco di 8 milioni e mezzo di euro nel bilancio della First Investment

Sono stati i revisori di Bdo a rendersi conto della criticità in cui si trovano le casse della First Investment di Vacchi.

Questi infatti dopo aver dato il benestare al bilancio del 2016 hanno riscontrato una criticità in merito ad un debito finanziario residuo del valore di 8 milioni e mezzo di euro, derivato appunto dalla mancata restituzione delle somme ricevute nel maggio del 2008 dalla Popolare di Verona, l’allora gruppo Banco Popolare.

Come si legge nella nota integrativa del bilancio - firmata dallo stesso Vacchi - infatti, il pagamento delle date di rimborso è stato sospeso nel dicembre del 2015, dopo aver appurato che le “condizioni contrattuali originarie” sono caratterizzate da profili di nullità e inefficacia. Insomma, nel 2015 Vacchi ha smesso di pagare Bpm perché secondo lui il contratto con il quale gli è stato riconosciuto il prestito di 10 milioni sarebbe da annullare.

Naturalmente Bpm ha contestato le deduzioni di Vacchi e da lì ne è nata una battaglia legale senza esclusione di colpi, con la First Investment che ha presentato persino ricorso all’Arbitro bancario finanziario (Abf).

Da parte sua Bpm non ha arretrato di un millimetro e questo ha portato alla richiesta di pignoramento per il valore complessivo di 10 milioni di euro.

Vacchi vicino al fallimento?

Nella nota integrativa al bilancio si legge che “l’amministratore unico (Vacchi ndr.) segnala di avere la ragionevole aspettativa di una positiva conclusione, per la società, delle azioni avviate e di aver conseguentemente redatto il bilancio, come i precedenti, nella prospettiva della continuazione dell’attività”.

Tuttavia da qui emerge un’altra criticità molto importante; come stabilito dal collegio sindacale della First Investment, infatti, la continuazione delle attività è condizionata da due fattori:

  • dall’esito del contenzioso in atto con Bpm;
  • dalla posizione creditoria nei confronti del socio Cofiva Holding.

Insomma, la sopravvivenza della First Investment è legata non solo all’esito della vicenda Bpm, ma anche alla restituzione di un prestito di 21,1 milioni che a sua volta la holding vanta nei confronti di Cofiva.

La Cofiva stessa però è di proprietà di Gianluca Vacchi, il quale ha una quota di maggioranza pari al 55%. Insomma, Vacchi deve restituire 21 milioni di euro allo stesso Vacchi, ai quali poi bisogna sommare i 10 milioni di euro di debito nei confronti di Bpm.

Il bilancio di Cofiva però sembra essere in salute, tant’è che nel 2015 ha chiuso con un utile di 14,6 milioni di euro. Il problema è che anche in questo caso la maggioranza dei ricavi dipende da un finanziamento - pari a 16 milioni di dividendi - versato alla controllata Cofiva sa, con sede a Lussemburgo.

La Cofiva sa a sua volta ha una partecipazione indiretta del 14% nella IMA (per un valore di 455 milioni di euro), una società quotata in borsa che si occupa della progettazione e della produzione delle macchine automatiche per i settori farmaceutici, cosmetici e alimentari, controllata dai tre rami della famiglia Vacchi e presieduta dal cugino di Gianluca - Alberto Vacchi - in passato in lizza per il vertice di Confindustria.

Gianluca Vacchi è nel consiglio di amministrazione della IMA, ma non ha alcun incarico operativo.

Ma torniamo al bilancio di Cofiva; a fronte di un utile di 14,8 milioni (generato grazie ad una sua controllata) c’è da considerare un debito complessivo di 38 milioni di euro, di cui 11 sono da versare alle banche.

Nel dettaglio, Cofiva deve restituire un mutuo ipotecario acceso nel 2012 con la Popolare di Vicenza (che adesso fa parte per la maggior parte di Intesa San Paolo) che pesa sul bilancio per un importo di 6 milioni di euro. La Cofiva però non vuole pagare per la “presenza di alcune irregolarità” (stessa motivazione con cui Vacchi ha giustificato la mancata restituzione del prestito a Bpm).

Ma le banche che attendono soldi da Vacchi non avrebbero nulla da temere, almeno secondo quanto indicato dal bilancio della Cofiva dove viene spiegato che lo stesso fenomeno del web ha rilasciato una fideiussione personale in favore di Unicredit e Banca di Bologna per un valore rispettivamente di 150 mila euro e 5 milioni di euro.

Insomma, Vacchi ha garantito personalmente che restituirà quanto ricevuto in prestito; ma siamo proprio certi che questo accadrà? Il rischio è che la richiesta di pignoramento da parte di Bpm sia solamente l’inizio di una serie di rivalse da parte delle banche; vedremo se il sistema a scatole cinesi messo in atto da Vacchi sarà in grado di reggere questo peso.

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