Social media, la fine dei gatekeepers

John Burn-Murdoch

17 Ottobre 2025 - 08:38

Le comunità in Italia e Germania che avevano avuto accesso anticipato alla banda larga hanno visto anche un aumento precoce del sostegno ai partiti populisti.

Social media, la fine dei gatekeepers

In vista delle elezioni locali nella città tedesca di Colonia, i principali partiti politici dal centrosinistra al centrodestra hanno firmato un impegno a non fare campagna sugli aspetti sociali negativi dell’immigrazione, compresi la disoccupazione e le minacce alla sicurezza.

L’accordo è stato subito sfruttato da figure di spicco della destra globale, tra cui Elon Musk, che lo vedono come una prova del tentativo dell’establishment liberale di limitare il dibattito democratico e minimizzare verità scomode per la propria visione del mondo. Anche se a volte esagerate, è difficile sostenere che queste accuse siano del tutto prive di fondamento. Ma non credo che questo sia l’aspetto più interessante che emerge qui.

Un punto della vicenda che è stato trascurato in molti commenti è che non si trattava di un nuovo impegno: esiste dal 1998 in una forma o nell’altra, con lievi revisioni prima di ogni campagna elettorale. In superficie questo rende la storia meno sensazionale. Ma facendo un passo indietro ci dice qualcosa di più significativo: con l’AfD (Alternative für Deutschland) attualmente accreditata di un consenso triplo rispetto alle precedenti elezioni a Colonia e in testa ai sondaggi nazionali, i tentativi dell’establishment di fissare i termini del dibattito non funzionano più.

Le ragioni della crescita del populismo negli ultimi anni sono molteplici e interconnesse, ma una spesso sottovalutata o fraintesa è il ruolo di internet e dei social media nell’abbattere queste barriere.

Le prove sugli eco-chambers restano contrastanti, e il ruolo della disinformazione è spesso esagerato. Ma è altrettanto sbagliato sostenere che non ci sia nulla di nuovo in questa ultima rivoluzione informativa.

Come osservato da Brian Klaas, professore di politica globale alla University College London, l’arrivo della stampa, dei giornali, della radio e della televisione ha seguito un modello comune: hanno ampliato il pubblico che poteva accedere alle informazioni, ma queste erano comunque prodotte da un gruppo relativamente ristretto, ricco e omogeneo. I social media, al contrario, hanno ampliato enormemente la platea di chi produce e diffonde informazioni, e così facendo hanno ampliato la gamma di visioni e narrazioni a cui le persone sono esposte.

La mia analisi delle posizioni ideologiche di chi condivide contenuti politici sui social mostra che è successo esattamente questo. Mentre i media tradizionali si rivolgevano a un ampio ventaglio di opinioni, con posizioni moderate ben rappresentate, le opinioni estreme — sia di sinistra che di destra — sono fortemente sovra-rappresentate sui social.

Ciò è in linea con i recenti lavori delle ricercatrici statunitensi Claire Robertson, Kareena S del Rosario e Jay van Bavel, tra gli altri. Essi rilevano che la tendenza intrinseca delle piattaforme social a premiare contenuti indignati e ostili crea incentivi che favoriscono sistematicamente la produzione di messaggi semplicistici e posizioni estreme, rendendo invece le visioni moderate meno visibili.

Non è che questa dinamica sia del tutto nuova — Fox News da tempo trasmette narrazioni radicali nelle case di milioni di americani — ma con i social media abbiamo di fatto una miriade di emittenti anti-establishment, spietatamente a caccia di visualizzazioni, che raggiungono porzioni molto più ampie e diversificate della popolazione.

Questa proliferazione di visioni e narrazioni un tempo considerate inaccettabili, diffuse da individui e piattaforme al di fuori del controllo dei tradizionali poteri politici e mediatici, ha infranto norme che un tempo relegavano i radicali ai margini. Il gatekeeping non funziona più quando le mura del castello sono state abbattute.

Non si tratta solo di congetture: uno studio del 2019 ha scoperto che le comunità in Italia e Germania che avevano avuto accesso anticipato alla banda larga hanno visto anche un aumento precoce del sostegno ai partiti populisti. Nel suo libro del 2024, The Normalization of the Radical Right, Vicente Valentim mostra che il sostegno a molte posizioni e politici populisti è stato a lungo più alto di quanto comunemente si pensasse, e che la scoperta che molti altri condividono queste opinioni — un processo facilitato da internet e dai social media — ha portato a esprimerle con maggiore sicurezza, fino a tradurle nelle urne.

In questa luce, l’ascesa inesorabile dei populisti non è tanto uno sconvolgimento dell’ordine democratico naturale, quanto una rivelazione delle inclinazioni non filtrate dell’elettorato. Gli assolutisti della libertà di parola sosterebbero che si tratti di uno sviluppo positivo. Dal punto di vista dell’economia, della salute e della libertà intesa in senso più ampio, la questione è meno chiara.

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