Quel filo rosso che lega Taiwan all’Arizona fra microchip, Covid e «Stato parallelo»

Mauro Bottarelli

16 Maggio 2021 - 10:05

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Mentre Taipei bruciava il 12,4% del suo margin debt in 3 giorni, il governo «scopriva» il virus e blindava l’Isola. Nel frattempo, TMSC annunciava il raddoppio dei suoi investimenti negli Usa per produrre semiconduttori. Nel silenzio generale, nonostante si tratti della criticità industriale numero uno. E lo stesso vale per lo strano incidente alla Colonial Pipeline e l’uscita di Elon Musk contro Bitcoin. Nessun complotto, solo affari.

Quel filo rosso che lega Taiwan all'Arizona fra microchip, Covid e «Stato parallelo»

Il concetto di Stato parallelo è da sempre accostato a una visione da dietrologia macchiettistica della realtà. Non importa che abbia padri nobili e una sua fenomenologia politica e sociologica ben strutturata, quando lo si evoca immediatamente si finisce nella schiera dei complottisti: quindi, in rampa di lancia per l’esclusione dal genere umano. A volte, semplicemente perché si mette in dubbio una realtà che trova nel rasoio di Occam il suo alibi per stratificarsi e cristallizzarsi in comodo e interessato status quo. Questo grafico
Rouge1 Fonte: Bloomberg
mostra cosa sia accaduto alla Borsa di Taiwan tra l’11 e il 13 maggio scorsi: il margin debt è crollato del 12,4%. In tre giorni. Un controvalore di 33,6 miliardi di dollari taiwanesi (1,2 miliardi di dollari) di denaro preso in prestito per investire andato in fumo. Il ritmo di deleverage forzato più veloce da 2015, annus horribilis per il mercato equity asiatico.

In contemporanea, la autorità di Taipei mettevano in guardia dall’aumento dei casi di Covid nell’Isola, finora risparmiata dall’ondata pandemica e preannunciavano chiusure. Ieri, l’ufficializzazione: a fronte di 180 nuovi contagi, il governo ha aumentato l’allerta da grado 3 a grado 4 (massimo), limitato la possibilità di incontri fra persone e chiuso numerose industrie. Parliamo di un totale di 1.470 casi su una popolazione di 24 milioni di abitanti, la gran parte dei quali non vaccinati. Eppure, il premier Su Tseng-Chang ha immediatamente ordinato la stretta che resterà in vigore fino al 28 maggio. Il motivo? Dei 180 nuovi casi, 132 appaiono di natura epidemica sconosciuta. Tradotto, si teme una nuova variante.

Emergenza equity, emergenza sanitaria. Quasi un off-setting, un’elisione di emergenza che ricrea normalità. Anzi, new normal. All’interno della quale va a inserirsi quanto rilanciato in esclusiva da Reuters il 14 maggio: TSMC, azienda taiwanese leader mondiale nel mercato dei semiconduttori, annuncia il raddoppio dei suoi già enormi investimenti negli Usa per quest’anno. Inizialmente fissati in 10-12 miliardi per la costruzione di hub produttivi in Arizona in grado di garantire autonomia interna al mercato Usa di microchip, ora alcune fonti parlano di 23-25 miliardi per tre impianti e una presenza di lungo corso che porterà alla nascita - entro il 2030 - di un campus aziendale a Phoenix.

Di fatto, una mossa che pone TSMC in diretta concorrenza con due storici fornitori del governo Usa come Samsung e Intel e che risponde, apparentemente, alla proposta di Joe Biden di un finanziamento da 50 miliardi di dollari per lo sviluppo della produzione interna di chip. E se Intel ha già annunciato la nascita di due nuovi stabilimenti sempre in Arizona e Samsung di uno polo a Austin, in Texas, ecco che proprio nella settimana che sta per avere inizio il Senato Usa dovrebbe discutere del piano di investimento avanzato dalla Casa Bianca. TMSC ha guidato i cali dell’indice di Taipei ma ha prontamente reagito. Schierandosi a fianco degli Stati Uniti nella guerra dei semi-conduttori, il Sacro Graal dell’industria 2.0. Automobilistica in testa.

Questo grafico
Rouge2 Fonte: Bloomberg
mostra infatti il livello di dipendenza del mercato automotive da quella componentistica elettronica, un link esiziale che giustifica in pieno le parole del segretario al Commercio Usa, Gina Raimondo: Ad oggi, la produzione domestica è allo 0%. Dobbiamo arrivare almeno al 30%. Un obiettivo condiviso da Pat Gelsinger, CeO di Intel, a detta del quale ci vorranno almeno un paio d’anni prima che l’offerta operi un matching con la crescente domanda sull’intero spettro del business. Non a caso, TSMC come prima mossa di espansione in America ha rubato proprio a Intel, Benjamin Miller, 25 anni di esperienza e ora capo delle risorse umane dell’azienda taiwanese in Arizona. Come risponderà Pechino a una mossa simile della «sua» colonia informale e ribelle?

O forse, la dinamica va invertita: Pechino ha forse lanciato il suo avvertimento giorni fa, innescando una colossale margin call sul mercato dopato di Taipei ma la risposta del governo dell’Isola è stata quella di chiudere tutto, sigillando i confini ufficialmente causa Covid e rilanciare pubblicamente un impegno che presuppone lo scudo difensivo degli Usa? Piaccia o meno, un’operatività simile è da Stato parallelo. Nessun governo, infatti, ammetterebbe mosse simili en plein air, pur contestualizzandole in punta di ragion di Stato. Ma accadono.

Come è accaduto che la Colonial Pipeline smentisca se stessa nell’arco di 48 ore e ammetta di aver pagato 5 milioni di dollari di riscatto - in criptovalute non tracciabili - agli hackers che hanno messo fuori gioco il network di distribuzione dei carburanti, proprio nel giorno in cui Elon Musk attaccava frontalmente Bitcoin per il suo contributo allo spreco energetico. Anti-ambientalista e prono al finanziamento del crimine informatico: un colpo di quelli da ko, povero Bitcoin. Perché questa è stata la percezione per l’americano medio, sommando le due informazioni. E, in effetti, tale era l’obiettivo prefissato da chi di dovere, operare in base al criterio del prevenire è meglio di curare. alla luce del messaggio alternativo che stava cominciando a filtrare con forza nella società statunitense e che viene rappresentato in questo grafico.
Rouge4 Fonte: Wall Street Journal

E ora? DarkSide, il gruppo incriminato per l’attacco, avrebbe chiuso tutti gli accessi alla sua infrastruttura operativa, compresi il blog, le funzioni di pagamento e i server CND. Stando all’azienda di security FireEye, citata dal Wall Street Journal, il gruppo avrebbe preso la decisione a seguito di pressioni in tal senso provenienti dagli Usa. Insomma, prima si pagano i 5 milioni di riscatto e poi - operando tramite quella che appare una robusta moral suasion - si ottiene addirittura la fine delle operazioni di hackeraggio da parte di un gruppo in grado di mettere in ginocchio chi gestisce 5.500 miglia di pipeline?
Rouge3 Fonte: Colonial Pipeline

Strano. Molto strano. Esattamente come l’attacco frontale di Joe Biden verso la Russia, citata come sicuro mandante, ancorché in assenza totale di prove per ammissione del medesimo presidente statunitense. E stranamente, l’addio alle armi di DarkSide è avvenuto nel giorno in cui Natalya Kaspersky, fondatrice ed ex CeO dell’azienda di software per la sicurezza Kaspersky Lab, suggeriva in un’intervista a RIA Novosti come dietro all’attacco contro la Colonial potesse esserci l’Umbrage team, gruppo appartenente al Remote Development Branch del Center for Cyber Intelligence. A sua volta, facente capo alla CIA. Esattamente quanto descritto nel 2017 da Wikileaks e confermato a USA Today da una fonte interna: ovvero, il fatto che hackers federali utilizzino metodi di intromissione in grado di lasciare tracce che riconducano a piste estere. Creando casus belli.

Perché, però, operare una false flag simile, proprio ora? Solo per addossare la colpa a Mosca e creare i prodromi per un Russiagate 2.0 in divenire? Forse, semplicemente per testare il grado di sopportazione del Paese a continui e differenti stress. Una sorta di finestra di Overton, già sviluppatasi in grande stile nel corso di un anno di restrizioni alle libertà personali causa pandemia e ora focalizzatasi su «strani» disservizi interni, tali da rendere auspicabili interventi e investimenti massicci nell’ambito infrastrutturale e della cybersecurity. Esattamente quanto chiesto da NSA e agenzie federali al presidente Joe Biden, all’atto di presentazione del suo piano di investimento monstre.

Casualmente, infatti, mentre si infittiva il mistero legato a DarkSide, uno strano cedimento strutturale bloccava il ponte I-40 sul fiume Mississippi, costringendo centinaia di vascelli carichi di beni di consumo a code ed attese stile canale di Suez per raggiungere il porto di Memphis. Il tutto in piena fiammata inflattiva sui prezzi, finora passata sottotraccia solo per il doping operato dai sussidi federali a pioggia sul potere d’acquisto di qualche decina di milioni di americani. Insomma, lo Stato parallelo non è una Spectre di men in black che opera nell’ombra in base a chissà quali piani di complotto. Bensì, solamente il braccio operativo dei poteri visibili, il corpo intermedio e sconosciuto alle opinioni pubbliche che ha l’ingrato compito di far accadere le cose. E trovare una fine alle troppe storie lasciate a metà dalla narrazione ufficiale. Tipo la Colonial Pipeline.

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