Fertility Day: fertilità e tutela della famiglia. Ecco perché l’Italia non cambierà mai

Anna Maria D’Andrea

5 Settembre 2016 - 16:36

Il Ministro della Salute Lorenzin ha lanciato la campagna a sostegno della fertilità e della natalità. Il Fertility Day, per ora, non è stato un successo. Mettere al mondo un figlio non è solo una questione di fertilità. Ecco perché il Ministro dovrebbe fare un passo indietro.

Fertility Day: fertilità e tutela della famiglia. Ecco perché l’Italia non cambierà mai

Il 22 settembre sarà il Fertility Day. Una giornata interamente dedicata al tema della fertilità, per affrontare il delicato tema del calo della natalità in Italia. Promosso dal Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, l’evento ha subito scatenato polemiche e discussioni.

Il Fertility Day ha fatto discutere proprio per il ruolo che lo Stato intende assumere su una questione tanto delicata e personale come quella del desiderio (o il non desiderio) di genitorialità.

Ad essere toccati dalla questione sono soprattutto i più giovani: la campagna mediatica promossa dal Ministro Lorenzin si rivolge proprio a loro, trasmettendo il messaggio del doversi impegnare nella procreazione, prima che sia troppo tardi.
L’intento di aprire un dibattito sul tema utilizzando toni leggeri, immagini accattivanti, e il linguaggio tipico dei Social è riuscito: non come ci si aspettava, probabilmente.

La campagna, affidata all’agenzia di comunicazione Mediaticamente, è stata ritirata due giorni dopo il suo lancio. Ad essersi sentite offese dal messaggio propagandato sono state soprattutto le donne: la fertilità non può essere affar di Stato, almeno non in questa Italia.

Perché?

La tutela della famiglia in Italia: le belle parole nella Costituzione e i pochi fatti dello Stato

La famiglia è considerata, da Costituzione, come società primaria dove ha sede lo sviluppo della personalità dell’individuo. Lo Stato, quindi, si impegna a tutelarla e difenderla. Non solo.
La Repubblica si impegna ad assicurare alla famiglia il giusto sostegno economico per la sua formazione, la sua difesa e il suo sviluppo.

Alla luce dei fatti, però, è difficile affermare che questo proposito si sia avverato.
Quanto sono tutelate le famiglie dallo Stato? Ben poco, se si guarda ai fatti. Lo Stato assistenzialista italiano, certamente, offre contributi economici alle famiglie in gravi difficoltà; si faccia riferimento, a proposito al Bonus Bebè, alla Family Card, ai recenti contributi proposti dal progetto SIA, il sostegno all’integrazione attiva per le famiglie in particolari situazioni di disagio.
Ma, per invogliare e incrementare la natalità, bastano queste forme di sostegno?
Probabilmente no; il tasso di natalità in Italia è tra i più bassi d’Europa, 1,37 figli per donna.
Andando avanti è chiaro che la situazione peggiorerà, ma ai giovani italiani non si può certo darne colpa.

Misure di sostegno economico per le famiglie: la strategia dello Stato assistenzialista

L’attuale legislatura ha messo in campo numerose misure a sostegno della famiglia. Sono previste diverse forme di sostegno economico per le famiglie con figli a carico, la più generosa delle quali è sicuramente il Bonus Bebè.
Le misure a sostegno economico della famiglia vengono elargite, in questo caso, ad una platea molto ampia, fino al limite massimo di 25mila euro di valore Isee.

Perché, allora, siamo qui a lamentarci?
Forse, per incentivare le giovani coppie a mettere al mondo un figlio non bastano contributi economici. L’assistenzialismo dello Stato dovrebbe essere una misura aggiunta, non l’ancora di salvezza alla quale aggrapparsi a fronte di una condizione sociale di disagio.
Perché, allora, in Italia non si provano a sperimentare politiche del Welfare diverse e meno legate al mero sostegno economico?

Politiche del lavoro a sostegno della famiglia: quello che serve ai giovani italiani

Oltre al sostegno economico, c’è bisogno d’altro.
In Italia, in tema di congedo parentale, ad esempio, c’è ancora molta disparità tra il trattamento riservato alle neo-mamme e quello riservato ai padri.
Per i padri, infatti, più che di congedo sembra si possa parlare di una misura simbolica: 4 giorni di paternità obbligatoria. La misura, voluta dall’ex Ministro Fornero, sembra più ridicola che utile.
96 ore per garantire il Principio Costituzionale che prevede la tutela allo sviluppo della famiglia; ben fatto.
Per capire quanto l’Italia sia ancora ancorata ad una concezione primitiva della genitorialità, ancora legata al concetto di «donna angelo del focolare» e «l’uomo che porta il pane in casa», basta fare un confronto con il resto d’Europa: la Germania, per cominciare, prevede per i neo-papà fino a 12 mesi di congedo al 67% di retribuzione; in Norvegia, i mesi sono 3 con il 100% di retribuzione; 2 mesi per la Svezia, con una retribuzione all’80%.

Per le mamme italiane, il congedo è di 5 mesi obbligatori, trascorsi i quali le donne che si trovano costrette a tornare a lavoro possono optare o per un asilo nido privato, perché in quelli pubblici è quasi impissibile trovare disponibilità di posti, o affidarsi alla più utile forma di ammortizzatore sociale per le giovani coppie: le nonne.

Le famiglie in Italia: quel che manca è la possibilità di diventare adulti

Del Fertility Day quel che dovrebbe più indignare non è la campagna mediatica. La gionata del 22 settembre si accompagna al Piano Nazionale per la Fertilità.
Come si giustifica, nel documento ufficiale a sostegno della fertilità, il decremento delle nascite in Italia?
Non volersi assumere responsabilità, vivere in un perenne stato adolescenziale.
Difficile non storcere il muso. Per essere genitori ci vuole qualcosa in più della responsabilità; per essere genitori non basta prender consapevolezza di non far parte più della generazione dei teen.

Essere genitori dovrebbe voler dire, innanzitutto, aver raggiunto un certo grado di indipendenza, soprattutto economica.
Essere genitori, in Italia, vuol dire attualmente dover pagare rette molto alte per gli asili nido, spesso privati. Le famiglie con redditi medi arrivano a pagare, in media, 500 euro per un asilo nido pubblico.
Essere genitori dovrebbe significare, prima di ogni cosa, avere un lavoro a tempo indeterminato e flessibile nell’orario, di modo da poter garantire una vita dignitosa ai propri figli e a se stessi.

Fertility Day: è tutta colpa del femminismo

Ma ancora, nel Piano Nazionale per la Fertilità si ha afferma addirittura che:

La maternità non è più un destino biologico, pure se recentemente viene desiderata e conquistata oltre i limiti della natura.
Cosa fare, dunque, di fronte ad una società che ha scortato le donne fuori di casa, aprendo loro le porte nel mondo del lavoro sospingendole, però, verso ruoli maschili, che hanno comportato anche un allontanamento dal desiderio stesso di maternità?

Dopo avere valorizzato le caratteristiche di indipendenza e realizzazione di sé delle bambine e giovani donne, dopo aver fatto in modo che si tendesse ad una parità di genere, che ha portato alla conquista di un titolo di studio, spesso di secondo livello e un lavoro agognato, magari di responsabilità, la maternità appare improvvisamente alle donne come un preoccupante salto nel buio, un ostacolo ai progetti di affermazione personale.”

La colpa è del femminismo
E scusateci se abbiamo voluto affrancarci dal mero ruolo di mamma e sposa; scusateci se abbiamo messo da parte bigodini e vestiti rosa confetto.
Ci hanno prima insegnato che per il progresso della società bisogna essere competitivi e che, per stare al passo con i tempi, è necessario sacrificio e impegno.
Abbiamo studiato, raggiunto i più alti gradi dell’istruzione con risultati ammirevoli, ci siamo addentrate a fatica nel mondo del lavoro, affrontando pregiudizi e luoghi comuni.

E allora?
Siamo uscite fuori di casa e, diciamolo, la società intera ne ha beneficiato.
Quello che al Ministro Lorenzin e al suo staff è sfuggito è che a garanzia della fertilità e della natalità serve molto di più che una campagna di comunicazione e 137 pagine di Piano Nazionale (dal dubbio valore scientifico).

La genitorialità cosciente e responsabile passa forse proprio dal riconoscere che per mettere al mondo una vita non basta essere in età fertile.
Per questo, se si potesse rivolgere un messaggio diretto al Ministro Lorenzin che, da donna, ricopre un ruolo di prestigio nello Stato, sarebbe bello consigliarle di ricominciare da zero; di affrontare il tema della fertilità di concerto con quello dell’occupabilità e delle politiche del lavoro, della tutela non solo economica della famiglia.

Insomma, diffondere il messaggio che l’Italia tutela e sostiene la famiglia come il luogo dello sviluppo della personalità, delle libere inclinazioni e del soddisfacimento dei bisogni individuali di una generazione alla quale non serve la minaccia del tempo per procreare.
E ripensare al ruolo delle donne partendo da se stessa, una donna e una mamma attiva e impegnata nel mondo del lavoro, tra i vertici più alti dello Stato.

Altrimenti, di giovani coppie italiane che metteranno al mondo figli ce ne continueranno ad essere.
Forse, però, fuori dai confini nazionali.