Covid, i vaccini cinesi sono efficaci? Gli ultimi dati sollevano dei dubbi

Pierandrea Ferrari

08/07/2021

28/07/2021 - 12:21

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Con l’impennata dei casi nel mondo, legata alle varianti, i vaccini cinesi Sinovac e Sinopharm finiscono sotto la lente.

Covid, i vaccini cinesi sono efficaci? Gli ultimi dati sollevano dei dubbi

I dubbi c’erano già, visto che secondo gli epidemiologi garanzie sull’efficacia dei vaccini cinesi Sinovac e Sinopharm - e quindi numeri, dati - contro le varianti più diffuse del Covid non sono mai davvero pervenute. Ma da uno studio condotto dalla Cnbc, basato sui Paesi con un alto tasso di contagi e al tempo stesso un rassicurante livello di (presunta) immunizzazione, emerge forse uno scenario più preoccupante di quanto originariamente ipotizzato.

Covid, i vaccini cinesi sono efficaci? Gli ultimi dati sollevano dei dubbi

Il network USA ha infatti individuato 36 Stati nel mondo con almeno 1.000 nuovi casi per milione di abitanti alla settimana. Tra questi, poi, sono stati selezionati quelli in cui più del 60% della popolazione ha ricevuto almeno una dose, e che quindi possono contare su un livello di protezione piuttosto soddisfacente. In tutto, aggiungendo questo ulteriore filtro, gli Stati che hanno passato la scrematura sono 6: Emirati Arabi, Seychelles, Mongolia, Uruguay, Cile e Regno Unito.

Tutti questi, fatta eccezione di Londra, che conta principalmente sul siero nazionale AstraZeneca e su Pfizer, hanno basato la loro campagna vaccinale sui due immunizzanti del Dragone. In Mongolia i sieri Sinopharm sono 2,3 milioni contro gli 80.000 di Sputnik V e i 255.000 di Pfizer (il 63% della popolazione ha ricevuto almeno una dose), in Cile 16,8 milioni di dosi sono targate Sinovac contro le 3,9 milioni sempre del vaccino USA (67,3%), gli Emirati Arabi e le Seychelles dipendono quasi interamente da Sinopharm (74% e 72,1%), e anche in Uruguay Sinovac figura tra i due vaccini più utilizzati dall’inizio della campagna (66,5%).

Il problema però, come suggerito dallo studio della Cnbc, è che nonostante l’incoraggiante tasso di vaccinazione tutti questi Paesi stanno registrando un brusco rialzo della curva dei contagi. Il che, inevitabilmente, solleva la necessità di più approfonditi scrutini su Sinovac e Sinopharm. Alle Seychelles, ad esempio, il numero di nuovi casi su base settimanale è attualmente a quota 7.372 per milione di abitanti, mentre in Mongolia a 5.252. Ma tutti i Paesi si trovano sensibilmente aldilà dei 1.000 nuovi casi.

Perché gli Stati devono continuare ad usare i vaccini cinesi

Certo, ci sono diversi fattori che potrebbero spiegare la recrudescenza della pandemia in Paesi con un alto tasso di vaccinazione. I sieri, per tradizione, non offrono una copertura del 100%, ragion per cui anche le persone che hanno ricevuto una o persino due dosi sono a rischio contagio. Inoltre, c’è l’incognita legata alle varianti, che in alcuni casi potrebbero riuscire ad aggirare lo scudo dei vaccini. Il fatto che cinque dei sei Paesi esaminati facciano affidamento sui sieri cinesi è però una statistica rilevante, e da approfondire.

In ogni caso, secondo gli epidemiologi è di primaria importanza continuare con le inoculazioni dei sieri Sinovac e Sinopharm. Questo perché buona parte degli Stati che si sono approvvigionati con questi vaccini sono in via di sviluppo. Fanno parte, cioè, di una categoria in cui la disponibilità di immunizzanti è stata particolarmente bassa sin dagli inizi, vista la concorrenza dei Paesi più ricchi per i vari AstraZeneca, Pfizer, Moderna e Johnson&Johnson. Per questo, nonostante i tanti dubbi sull’effettiva efficacia dei sieri cinesi, la comunità scientifica è concorde sul fatto che i benefici della campagna vaccinale superino abbondantemente quelli di una eventuale sospensione.

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