Il Covid è il «muro di Berlino» dei rapporti socio-economici. E il Qe, un nuovo ordine

Mauro Bottarelli

10 Agosto 2021 - 19:15

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Dinamiche salariali, occupazionali e dei consumi hanno visto stravolti gli equilibri consolidati dai sostegni strutturali di Banche centrali e governi. La globalizzazione 2.0. Basata però sul debito

Il Covid è il «muro di Berlino» dei rapporti socio-economici. E il Qe, un nuovo ordine

Che il Covid abbia impattato sul mercato azionario, è ormai realtà consolidata. Al di là della mera e pressoché perfetta correlazione fra corsi degli indici e aumenti degli stati patrimoniali delle Banche centrali, impegnate in programmi espansivi di stimolo e sostegno, cui si sono sommati quelli dei vari governi.

La variante Delta, in tal senso, non pare un’eccezione. Anzi. Questi due grafici

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Fonte: Bank of America

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Fonte: Bloomberg
mostrano infatti due dinamiche appena emerse, l’una strettamente connessa a Wall Street e l’altra alla Germania. Se i titoli azionari più legati a regimi di restrizioni sanitarie stanno andando in out-performance su quelli che beneficiano invece delle riaperture, ecco che la seconda immagine mostra come Bayer con i suoi 158 anni di storia oggi valga la metà di Biontech, l’azienda farmaceutica produttrice insieme a Pfizer del più noto vaccino anti-Covid.

E proprio l’arrivo sul mercato del siero destinato al contrasto della pandemia ha sancito il vero varco del Rubicone, come mostra questo altro grafico:

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Fonte: Bloomberg/Zerohedge
se a partire dai minimi del marzo 2020, l’operatività overnight aveva garantito il massimo della performance a Wall Street, arrivando al paradosso di un mercato azionario Usa che traeva sostegno dal suo essere chiuso e dal reagire alle notizie che arrivavano principalmente dall’Asia, ecco che il mese di novembre - quello appunto dello sbarco quasi contemporaneo dei vaccini, con le loro approvazioni a tempo di record e i trials spesso in divenire - ha cambiato a narrativa. Il mercato, da quel momento, è divenuto strutturalmente al rialzo, eliminando qualsiasi out-performance overnight rispetto alle sedute diurne. Ovvero, operative.

Basta nottate in bianco e sfruttamento intensivo dei desk esteri: il combinato di Banche centrali e governi garantiva sostegno sufficiente per una navigazione con il pilota automatico, tanto da risultare minimamente movimentata soltanto dall’approssimarsi di scadenze o novità che mettessero appunto in discussione la prosecuzione delle politiche espansive. La realtà macro non contava più, contavano soltanto gli acquisti mensili di securities. E i deficit sovrani. Ed ecco che, in tal senso, il Covid ha segnato un evento spartiacque anche al di là del mero aspetto finanziario. Di fatto, il virus ha rappresentato un vero e proprio Muro di Berlino, la cui breccia ha garantito il prodromo di superamento di un modello ormai messo in discussione dal tempo, dalle dinamiche produttive e geopolitiche e proprio dal Qe: la globalizzazione.

I danni arrecati dalle chiusure forzate e dai lockdown alla supply chain globale, infatti, hanno portato a una ridiscussione del principio di delocalizzazione, già indebolito dalle contrapposizioni politiche fra Cina e Usa nell’era Trump. Il Covid, però, ha fatto di più. E lo mostrano questi due grafici,

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Fonte: Bloomberg

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Fonte: Bloomberg
contenuti in un report di Bloomberg dedicato allo smart working e alle sue prospettive post-pandemiche: il 65% degli americani, oggi, sarebbe pronto ad accettare un 5% di decurtazione salariale pur di poter continuare a lavorare da casa. Ma ancora più interessante è la seconda immagine, dalla quale si nota come esista una presenza minoritaria di interpellati che arriverebbe fino a un 25% di taglio. E fra la cosiddetta Generation X, quella dei cinquantenni, quella percentuale è già sopra il 10%.

Qualcosa di praticamente incredibile e impossibile prima della pandemia. E che fa riflettere, alla luce del rinvio da parte di Amazon del ritorno in presenza di tutto il personale corporate, atteso per settembre e già posticipato a gennaio 2022. E della conferma giunta dal Ceo di Deustche Bank ad Handelsblatt: rispetto al 2019, il colosso tedesco oggi fa capo a uno spazio fisico lavorativo inferiore del 25%. Tradotto, uffici chiusi. E spese di gestione tagliate di netto. Un nuovo modello, di fatto delle ristrutturazioni indolore. O, quantomeno, emergenziali. Quindi, dotate di alibi.

Ma ecco che la vera bomba a orologeria socio-economica pare contenuta in questi altri due grafici,

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Fonte: Bank of America

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Fonte: Bloomberg
il primo dei quali mostra la differenza di correlazione fra numero di occupati negli Usa - ancora oggi inferiore di 7 milioni di unità rispetto al pre-Covid - e livello delle spese personali, aumentate invece di un netto 18% con riferimento al medesimo arco temporale. Il tutto, in un Paese la cui economia ancora oggi si basa al 70% proprio sui consumi. Come è possibile?

Semplice, i programmi di sostegno federali e statali negli Usa. E i cosiddetti sostegni in Italia, declinabili sia come rimborsi più o meno diretti che come reddito di cittadinanza o di emergenza che come moratorie su sfratti e licenziamento che come stop alle riscossioni fiscali. Ma ecco che il secondo grafico pone l’accento sul frutto avvelenato di questa politica, cui ovviamente vanno unite manovre puramente speculative e colli di bottiglia sulla supply chain: l’inflazione. La quale, come si nota dalla tabella, ha inciso pesantemente sui salari della gran parte dei settori occupazionali statunitensi ma che, finora, ha beneficiato dell’off-setting proprio delle politiche di welfare emergenziale.

Le quali, a loro volta, non sono però a costo zero: generate dal deficit, creano debito che va ripagato. Un’enorme, infernale macchina di monetizzazione a ciclo continuo che basa il suo successo sulla prospettiva di un de-consolidamento degli stock di aumento generati durante la pandemia rispetto a quelli pre-esistenti. Impossibile. Quantomeno in Europa. Quantomeno fino a quando esisterà la Bundesbank. La quale, infatti, in queste ore di quarta ondata da variante Delta comincia ad agitarsi.

E quanto sta avvenendo in questi giorni, fra restrizioni di ritorno o minacciate e obblighi mascherati, potrebbe rappresentare solo la prova generale, lo stress test. E il disvelamento finale del grande reset cominciato a inizio 2020, quando il mondo si è reso conto che la toppa messa dalla Fed nel settembre precedente con le operazioni repo sulla liquidità globale stava operando con la stessa efficacia di un’aspirina prescritta contro un tumore. Nessun piano orwelliano di controllo sociale, soltanto un nuovo ordine post-globalizzazione. Paradossalmente, ancora più ingiusto. Perché basato su monetizzazione del debito e finanziamento diretto dei deficit.

Ma tempestato in stile Swarovski di diritti LGBT, helicopter money ciclica, Banche centrali dipinte come cavalieri bianchi e reddito di cittadinanza come argent de poche che cade dalle tasche dei mercati equity per farci sentire ancora middle-class e non il nuovo lumpenproletariat. Ancorché digitale e 2.0. Semplicemente, un altro post-Lehman. Con il virus al posto dei subprime.

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