Coronavirus: Italia (non Cina) epicentro dell’epidemia? Cosa c’è di vero

È l’Italia, non la Cina, l’epicentro del coronavirus? Un servizio della CNN e le dichiarazioni di un biologo su un virus Made in Italy hanno fatto scalpore. Facciamo chiarezza.

Coronavirus: Italia (non Cina) epicentro dell'epidemia? Cosa c'è di vero

Italia epicentro europeo del coronavirus: è da qui che sono partiti i casi di infezione arrivati in Cina e in altri Paesi. È quello che ha lasciato intendere un servizio andato in onda sulla rete americana CNN “I casi di coronavirus collegati all’Italia” diventato virale sul web. I nostri politici si sono lamentati del modo in cui i media stranieri hanno parlato dell’emergenza coronavirus in Italia, denunciando la “vergognosa retorica anti-italiana” emersa sulla stampa estera.

Ma è davvero così? L’Italia è l’untrice d’Europa? È dal nostro Paese, e non dalla Cina, che il coronavirus è partito e ha contagiato persone in tutto il mondo? Si sarebbe portati a rispondere di sì, visto che la maggior parte dei casi risultati positivi all’estero hanno viaggiato di recente nel Nord Italia. Ma attualmente non ci sono evidenze scientifiche a dimostrazione di questa tesi; è stato invece spiegato perché in Italia sono stati trovati così tanti casi in più rispetto ad altri paesi.

Coronavirus dall’Italia alla Cina (e non viceversa)

Secondo la testata Caixin Global, i nuovi casi registrati in Cina sono collegati all’Italia, dimostrando che ora la Tigre Asiatica si trova ad affrontare la minaccia che proviene dall’estero.

I casi riguardano 8 cittadini cinesi della contea di Qingtian che avevano viaggiato in Italia, precisamente a Bergamo. Il gruppo è stato a stretto contatto con un caso cconfermato e ha lavorato in un ristorante della città afflitta dal virus. Almeno sei di loro hanno preso un volo da Milano a Shanghai e sono poi risultati positivi al Covid 19 una volta arrivati a Qingtian. Nessuno di loro era stato a Wuhan, considerata la città epicentro dell’epidemia.

Il coronavirus ha quindi avuto origine in Italia da dove si è poi diffuso a macchia d’olio? Una notizia giunta dalla Spagna smentirebbe questa tesi. Il ministero della Salute iberico ha deciso di fare test post-mortem sulle persone decedute a causa della polmonite, per capire se fossero in qualche modo collegati al Covid-19. Un uomo di 69 anni risultato positivo al test era tornato dal Nepal, dove potrebbe aver contratto l’infezione, ed è morto il 13 febbraio. La Spagna, quindi, registrerebbe il primo morto di coronavirus in Europa, più di una settimana prima che in Italia scoppiasse l’epidemia.

Un colpo di scena in questa vicenda arriva dalle dichiarazioni di Vincenzo D’Anna, presidente dell’Ordine dei Biologi italiani, a Dagospia, che ha detto che il nuovo ceppo del virus isolato a Milano è domestico e non ha nulla da spartire con quello cinese proveniente dai pipistrelli. D’Anna dice che vi è un virus padano negli animali allevati nelle terre ultra concimate con fanghi del Nord Italia. I contagi sarebbero quindi di due tipi: uno pandemico che si è diffuso attraverso i viaggi all’estero e l’altro locale, trasmesso dal contatto con i suini.

Un’affermazione forte, che è stata poi smentita dalla comunità scientifica. L’affermazione di D’Anna non ha una basi scientifiche ed è una fantasiosa bufala, dicono gli esperti. Al Sacco non è stato scovato un virus domestico e padano. Giovanni Rezza, dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità ed epidemiologo ha spiegato che “Questo virus è italiano nel senso che è frutto di trasmissione locale ma a seguito di importazione dalla Cina, per cui è originariamente cinese. Non esiste uno domestico originato dagli allevamenti padani neppure come ipotesi”.

Coronavirus: perché così tanti casi in Italia

L’Italia è il Paese con più contagi in Europa, e terzo al mondo per numero di casi dopo Cina e Sud Corea. Anche se da noi il primo caso è stato scoperto il 21 febbraio, gli esperti sostengono che in Italia il virus circolava già da metà gennaio, quando decine di pazienti - secondo le ricostruzioni effettuate dai medici dopo l’esplosione dei casi nel basso lodigiano - “sono stati colpiti da strane polmoniti, febbri altissime e sindromi influenzali associate a inspiegabili complicanze”. Si pensava fossero sintomi di influenza stagionale e come tali sono state curate. Fino al 21 febbraio, quando Mattia, il 38enne di Castiglione d’Adda si è ripresentato al pronto soccorso e grazie all’intuizione di un medico è stato sottoposto al test del coronavirus. Tre giorni prima, però, in ospedale le sue condizioni non avevano sollevato alcun allarme poiché non era stato in Cina. Intanto, però, aveva infettato già 5 operatori sanitari e almeno un altro paziente, nonché sua moglie incinta e un amico.

Quindi la tesi più accreditata è che per diverse settimane vi sono state tante persone infette ma inconsapevoli di essere tali. Tanto che adesso si dubita che Mattia sia il paziente 1 e non si riesce a individuare il paziente 0. È così che tra il 20 e il 24 febbraio, in un’unica zona, si è passati da 0 a 200 casi trasformando la Lombardia nella “Wuhan italiana”.

I ricercatori dell’Imperial College di Londra hanno affermato che il numero reale di casi in Italia potrebbe essere compreso tra 50.000 e 100.000, ma molti hanno sintomi così lievi da non rendersi conto di essere infetti.

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