Con il P2P lending i creditori percepiscono un tasso di interesse più elevato rispetto agli asset tradizionali e possono diversificare maggiormente il loro portafoglio aumentando resilienza e ritorni
Con il P2P lending chi presta denaro punta a un rendimento potenzialmente più alto rispetto a molti strumenti tradizionali e, soprattutto, aggiunge al portafoglio una componente di credito privato che aiuta a diversificare. Ma un punto va chiarito subito, senza giri di parole: nel P2P lending il rendimento non è garantito. Qui si parla di credito, e il credito può arrivare in ritardo o non tornare affatto indietro.
È una distinzione che fa la differenza tra chi si avvicina a questo strumento con realismo e chi lo confonde con un conto deposito ad alto tasso. Vediamo allora cos’è davvero il P2P lending, come funziona in Italia oggi e cosa serve sapere prima di prestare anche un solo euro.
Che cos’è il P2P lending
Il Peer-to-Peer lending (P2P lending) è una forma di finanziamento online in cui il denaro viene prestato a imprese, professionisti o privati attraverso una piattaforma digitale, in cambio di interessi e del rimborso del capitale. In pratica:
- il richiedente ottiene un prestito per un progetto personale o professionale;
- l’investitore presta una somma (spesso anche piccola) e riceve rate composte da quota capitale + quota interessi;
- la piattaforma fa da infrastruttura: gestisce onboarding, verifiche, documenti, incassi e pagamenti.
L’assenza dell’intermediazione bancaria tradizionale e la presenza di costi potenzialmente più bassi rendono il P2P lending un’opportunità interessante per diversificare il portafoglio e cercare rendimenti migliori rispetto alla liquidità ferma sul conto, a fronte, però, di rischi decisamente più elevati.
A differenza di altri investimenti che richiedono competenze specialistiche e grandi capitali, il P2P lending è accessibile anche ai piccoli investitori non professionisti: in molti casi si parte con importi minimi di pochi euro. Un aspetto che ha contribuito alla sua diffusione, ma che non deve trarre in inganno: soglia d’ingresso bassa non significa rischio basso.
P2P lending e regole UE: cosa sapere nel 2026
Nel linguaggio europeo il P2P lending rientra spesso nel perimetro del lending-based crowdfunding. La cornice di riferimento è il Regolamento (UE) 2020/1503 (cosiddetto Regolamento ECSP), che disciplina i fornitori europei di servizi di crowdfunding per le imprese e include anche l’intermediazione nella concessione di prestiti.
Il regolamento è entrato in vigore l’11 novembre 2021 ed è diventato pienamente applicabile dall’11 novembre 2023, al termine del periodo transitorio. In Italia è stato recepito con il D.lgs. 30/2023 e con il Regolamento Consob n. 22720 del 1° giugno 2023, che affida la vigilanza a Consob e Banca d’Italia. Da allora contano molto di più autorizzazione e registro del semplice nome commerciale della piattaforma, e non tutte le offerte «P2P» che trovi online rientrano automaticamente in questo schema.
Nel 2026 vale quindi una regola pratica: prima di investire, controlla sempre se il gestore è autorizzato (e da chi) e se compare nei registri ufficiali. Attenzione però: l’autorizzazione non è una garanzia sull’investimento e non elimina il rischio di perdite. Certifica soltanto che la piattaforma rispetta i requisiti normativi previsti per la sua attività: una differenza sottile ma sostanziale, che troppe brochure tendono a lasciare sfumata.
Il mercato in Italia: numeri e tendenze
Per capire dove sta andando il settore conviene partire dai dati ufficiali. Secondo il decimo Report italiano sul crowdinvesting dell’Osservatorio Crowdinvesting della School of Management del Politecnico di Milano, presentato a luglio 2025, nei dodici mesi da luglio 2024 a giugno 2025 il mercato del crowdinvesting italiano (lending, equity e debt) ha raccolto 260,65 milioni di euro, in calo del 14% rispetto all’anno precedente, per un cumulato che sfiora 1,57 miliardi di euro.
Non è però una fotografia solo negativa. Le piattaforme autorizzate in Italia in base al Regolamento ECSP sono salite a 42 (erano 33 l’anno prima), collocando il nostro Paese al secondo posto in Europa per numero di portali autorizzati, dietro solo alla Francia. Il tasso di successo delle campagne resta elevatissimo: 100% nel lending crowdfunding e 88% nell’equity. A scendere, insomma, sono i volumi, non la qualità delle operazioni chiuse. Sul fronte dei rendimenti, nel primo semestre 2025 il tasso medio annuo atteso è stato del 10,42% per le offerte lending: un dato che rende bene il potenziale, ma che remunera un rischio reale.
Investire in P2P lending: come fare, passo per passo
Dal punto di vista operativo, investire in P2P lending è semplice: è tutto online. Il punto non è la difficoltà tecnica, ma il metodo.
- Scegliere la piattaforma. La prima cosa è scegliere dove investire tra quelle attive e autorizzate in Italia. Non fermarti al «tasso promesso»: guarda trasparenza, documenti informativi, storico dei rimborsi, gestione dei ritardi, criteri di selezione dei debitori, costi reali e, se esiste, la possibilità di un’uscita anticipata.
- Registrarsi. Di norma servono dati personali, documento d’identità, codice fiscale e coordinate bancarie. Preparati anche a verifiche antiriciclaggio (KYC/AML), questionari di appropriatezza e conoscenza, accettazione dell’informativa sui rischi. La procedura richiede pochi minuti e non è vincolante.
- Iniziare a prestare. Il flusso, in sostanza, prevede un primo versamento sul conto di pagamento della piattaforma, la selezione dell’opportunità tra i progetti disponibili, la lettura di scheda e documenti (durata, tasso, piano di rimborso, rischi, garanzie), la definizione dell’importo (manuale o automatica) e il monitoraggio di rate, interessi ed eventuali ritardi.
Molte piattaforme collocano automaticamente le somme del prestatore su un ampio numero di richiedenti: è il principio della diversificazione, che serve ad assorbire lo shock di eventuali inadempienze senza compromettere l’intero capitale. È anche possibile fare investimenti nell’immobiliare con il P2P lending: non a caso, secondo l’Osservatorio del Politecnico, il real estate crowdfunding è stato negli ultimi anni uno dei principali motori del mercato italiano.
Rating, auto-invest e diversificazione: le leve da usare bene
Molte piattaforme assegnano ai debitori un rating o uno score interno. È un’informazione utile, ma non un bollino di garanzia: si tratta di una stima probabilistica basata sui dati disponibili in quel momento, che non esclude default o ritardi. Conta anche come la piattaforma costruisce lo score e quanto è trasparente nel mostrarne i limiti. Detto in modo diretto: un buon rating riduce la probabilità di problemi, non la azzera.
A questo si affianca la funzione di investimento automatico, comodissima perché reinveste capitale e interessi ed evita di selezionare ogni prestito a mano. Va però impostata con criteri chiari: importo massimo per singolo prestito, rating minimo accettato, durata massima e limiti di concentrazione (settore, paese, originator). Diversificare aiuta a ridurre l’impatto di un singolo default, ma non elimina il rischio: lo distribuisce. È la differenza tra spargere il capitale su cento prestiti e concentrarlo su cinque.
Vantaggi e rischi: cosa mettere sul piatto
I vantaggi spiegano perché il settore continua ad attirare interesse: accessibilità (spesso bastano importi contenuti), diversificazione rispetto a ETF, azioni, obbligazioni e conti deposito, rendimento potenziale più alto degli strumenti prudenti, cash flow periodico già dal mese successivo, possibilità di reinvestimento con effetto composto e, in alcuni casi, un contributo concreto all’economia reale finanziando PMI e progetti. Per una strategia sensata, un approccio «satellite» - una quota piccola e controllata del portafoglio - è quasi sempre più realistico di un ingresso «all-in».
Sull’altro piatto della bilancia ci sono i rischi, che non vanno mai sottovalutati. Il principale è il rischio di credito: il debitore può non pagare, o pagare in ritardo, e tu puoi perdere capitale. Ad esso si aggiungono il rischio piattaforma (problemi operativi, di governance o continuità), la liquidità limitata (uscire prima della scadenza non è sempre possibile), il rischio di concentrazione (pochi prestiti o un solo settore aumentano la vulnerabilità), il rischio informativo legato a dati incompleti e il rischio fiscale, che varia secondo la struttura dell’operazione e il paese.
Mercato secondario, buyback e garanzie: leggere le condizioni
Alcune piattaforme prevedono la cessione dei prestiti ad altri investitori (mercato secondario o bacheca). È un’opzione interessante, ma nel 2026 va trattata per quello che è: una possibilità, non una certezza. Spesso la vendita è ammessa solo per prestiti «in regola», può richiedere uno sconto sul valore e comportare commissioni.
Quando invece esistono promesse di riacquisto (buyback) o forme di protezione, la domanda giusta è: chi garantisce e quanto è solido? Una garanzia vale quanto la capacità del garante di onorarla nel momento in cui serve. Va inoltre verificato chi assume l’impegno: non sempre è la piattaforma, ma può essere l’originator del prestito o un altro soggetto, con un profilo di rischio diverso. Diverse piattaforme internazionali, per esempio, offrono buyback a 30 o 60 giorni garantiti dall’originator e non dalla piattaforma: una distinzione tutt’altro che marginale.
Requisiti, costi e tassazione in Italia
Per investire servono pochi requisiti di base: essere maggiorenni, completare l’identificazione (KYC) e disporre di un conto bancario intestato, spesso in area SEPA, con residenza fiscale coerente con quanto richiesto dalla piattaforma. Da risparmiatore concreto, poi, valgono alcune regole d’oro: partire con una quota piccola del patrimonio, investire su molti prestiti e non su pochi, preferire all’inizio durate brevi e rating più alti, evitare la corsa al «tasso più alto a tutti i costi», tenere un file con capitale, incassi, ritardi, perdite e commissioni, e investire preferibilmente in euro per non farsi erodere il rendimento dal cambio.
Sul fronte dei costi, dipende dal portale: alcuni si fanno pagare dal richiedente, altri applicano commissioni anche all’investitore (gestione, incasso, vendita sul secondario, recupero crediti), in genere più basse quanto più alta è la quota versata.
Sul fronte fiscale, in Italia l’aliquota di riferimento più ricorrente sui proventi è il 26%, ma il punto chiave è come viene applicata: se la piattaforma opera come sostituto d’imposta, la ritenuta è gestita alla fonte; se non lo è (come accade con alcune strutture estere o strumenti diversi), potresti dover dichiarare i proventi in autonomia.
Poiché il trattamento può variare in funzione della struttura dell’operazione e della piattaforma, in caso di dubbi - soprattutto con operatori esteri o valute diverse dall’euro - è prudente confrontarsi con un commercialista.
Recupero crediti: cosa succede se qualcuno non paga
In caso di ritardi o insolvenze, in genere è la piattaforma ad avviare le procedure di recupero crediti, direttamente o tramite terzi. Ma il recupero non è garantito, possono essere previsti costi o trattenute a carico del prestatore secondo contratto, e i tempi possono essere lunghi. Qui vale l’approccio più prudente possibile: meglio un rendimento atteso più basso ma sostenibile, che un tasso altissimo costruito su debitori fragili.
Le piattaforme di P2P lending in Italia (e come valutarle nel 2026)
Fare P2P lending in Italia è possibile, ma oggi occorre distinguere con attenzione tra piattaforme italiane autorizzate, piattaforme UE operanti in Italia tramite passaporto europeo, portali di crowdfunding per imprese (ECSP) e operatori che offrono strumenti collegati a prestiti, non sempre «prestito diretto» in senso stretto.
Il panorama è in continua evoluzione, ed è qui che gli elenchi «fotografia del momento» mostrano il loro limite. Un esempio concreto: Soisy, storica piattaforma italiana di P2P lending al consumo, ha chiuso ai nuovi investimenti dal 31 gennaio 2024, quando la società si è fusa per incorporazione in Compass Banca. Chi la cerca oggi come piattaforma su cui investire non la trova più operativa in quella veste. Va poi distinta la natura dello strumento: alcune piattaforme internazionali molto diffuse, come Mintos, non offrono più «prestiti diretti» ma investimenti in strumenti finanziari regolamentati (le cosiddette Notes), in quanto autorizzate come società di investimento; altre, come Robocash, operano sotto quadri normativi nazionali con passaporto UE senza essere autorizzate come ECSP. Profili di tutela differenti, che vanno compresi prima di versare denaro.
Ecco perché, più di ogni elenco, conta una checklist rapida prima di registrarti:
- autorizzazione e registro: chi vigila sulla piattaforma e dove è autorizzata?
- trasparenza: sono pubblicati documenti informativi e statistiche su default e ritardi?
- recupero crediti: come vengono gestite le insolvenze?
- costi reali: incluse le voci meno evidenti;
- regole di uscita: esiste un mercato secondario e a quali condizioni?
- fiscalità: come viene applicata al tuo caso specifico?
Conviene investire in P2P lending nel 2026?
La domanda giusta non è solo quanto rende?, ma quale rischio sto accettando per ottenere quel rendimento?. Il P2P lending può avere senso se rappresenta una quota limitata del patrimonio, è inserito in una strategia più ampia, è ben diversificato tra molti prestiti (e, se serve, più piattaforme), e se accetti la possibilità di ritardi, default e scarsa liquidità avendo chiara la fiscalità. Meglio evitarlo, invece, se ti serve liquidità a breve, non tolleri alcuna perdita, non vuoi gestire aspetti fiscali e monitoraggio, o ti stai muovendo solo perché «rende tanto».
In sostanza, oggi il P2P lending è più maturo e più regolato rispetto al passato, con un quadro europeo armonizzato e un numero crescente di piattaforme autorizzate. Ma resta un investimento rischioso, oltretutto in una fase di mercato in contrazione. Può essere un’opportunità reale, a patto di trattarlo con realismo e disciplina, non come una scorciatoia per guadagnare facile.
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