Benetazzo (YouChain): l’Euro ci ha salvato, è un matrimonio senza divorzio (VIDE0)

Euro sì o no? Lo abbiamo chiesto anche a Eugenio Benetazzo, economista e presidente di YouChain, ospite di questa 12^ puntata di Testa o Croce. Ecco il suo punto di vista.

“L’Euro ci ha salvato, ha messo al riparo banche e patrimoni. Nessun governo, neanche quelli più sbraitanti contro Bruxelles, ha davvero il coraggio di uscire dall’Ue”. Eugenio Benetazzo, economista e presidente di YouChain, è il protagonista della nuova puntata di “Testa o Croce”, il format tv di Money.it in cui ogni settimana sfilano personalità di primo piano per alimentare un dibattito di qualità sulla moneta unica e sugli scenari italiani passati e futuri.

Autore di numerosi bestseller di contenuto economico e finanziario, tra i primi financial influencer in Italia, Benetazzo in questa intervista tratta con la consueta chiarezza e pragmatismo l’impatto dell’Euro sull’economia italiana.

Benetazzo: Euro Sì, Euro No? Un dibattito senza senso

Oggi non ha senso parlare di favorevoli o contrari all’Euro. Ci sono stati Paesi che tramite consultazioni democratiche avrebbero potuto dare il ko definitivo alla moneta unica: così non ha fatto la Grecia, qualche anno dopo la Francia e poi la stessa Italia. Segno che nessuno se la sente di abbandonare l’Euro.

Quello che sta accadendo nel Regno Unito dovrebbe far riflettere. I britannici hanno fatto l’impossibile per rimangiarsi il voto e tornare a votare, mi aspetto una nuova consultazione con un sorprendente capovolgimento di fronte e la vittoria del remain: quello che l’establishment sta auspicando. Il mood elettorale inglese ha avuto un grande cambiamento. Oggi in caso di seconda consultazione le parti sarebbero ribaltate. Tutto quello di cui abbiamo discusso negli ultimi tre anni verrebbe lasciato alla storia, con il Regno Unito all’interno dell’Ue.

La Lega ha incentrato tutta la sua campagna elettorale sull’Euro, ha portato all’interno del Parlamento due economisti contrari alla moneta unica, ma che fine hanno fatto? Dopo le urne, le due forze di governo hanno abbandonato l’ostilità originaria nei confronti dell’Euro, quando invece proprio ora avrebbe avuto tutti gli strumenti per passare all’azione. Invece si è stabilita la non discutibilità della moneta unica. Non ci sarà un crash dell’Euro perché ad ogni tentativo di sminuirlo o abbandonarlo è sempre riuscito a fare la voce grossa. Nel lungo periodo potrebbe essere paradossalmente la Germania ad uscire, piuttosto che Paesi come l’Italia.

Perché l’Euro ha salvato banche e patrimoni

Una vasta fetta dell’elettorato italiano vive in una situazione di benessere con rendite pensionistiche, finanziarie o da locazione di immobili e non ha certo l’intenzione di andare a giocarsi il proprio patrimonio sul rosso o il nero, semmai fa di tutto per preservare il proprio status quo. Chi invece non ha niente e fa parte di quelle classi sociali svantaggiate, prive di mezzi di sostentamento, ha tutto l’interesse a scardinare in modo radicale l’establishment economico.

In Italia quattro anni fa il Pd ha raggiunto quasi il 40% alle elezioni europee: l’alternativa sarebbe stato il Movimento 5 Stelle che all’epoca non era forte come oggi e aveva il referendum sull’Euro all’interno della sua agenda politica. Gli italiani avrebbero potuto esprimere una posizione sovranista e di rottura con le autorità monetarie centrali europee ma hanno fatto l’esatto opposto.

Senza la moneta unica e gli scudi finanziari che sono stati messi in atto dalla Bce negli ultimi anni si è salvato il sistema bancario italiano. Possiamo immaginare quale tipo di scenario potrebbe venir fuori in caso di uscita dall’Euro: molte banche farebbero una brutta fine. Se non ci fossero state le authority sovranazionali europee, tre quarti delle banche italiane sarebbero fallite. Chiediamoci cosa sarebbe accaduto con i risparmi e quali gli effetti a cascata che si sarebbero verificati.

Il rischio di una nuova crisi

Per il 2020 ci si aspetta uno scenario macroeconomico esplosivo per la convergenza di variabili veramente preoccupanti. Come l’emersione trasversale di forze politiche populiste o l’aumento dell’indebitamento del settore privato, dalla piccola e media impresa fino ad arrivare alle famiglie.

Le banche occidentali hanno terminato gli strumenti di intervento canonici a cui ricorrere qualora dovessero verificarsi situazioni di mercato non convenzionali. Ci sono spiacevoli analogie con la crisi degli anni ’30. L’Italia non sarebbe oggi in grado di reggere ad un’eventuale crisi similare a quella di dieci anni fa. Abbiamo un Paese indebolito nella sua spina dorsale economica; consumatori, famiglie e piccole imprese in condizioni deficitarie e una spesa pubblica che crea problemi quando il deficit sfora rispetto alla previsione originaria. L’aumento dello spread oltre i 400 punti base potrebbe avere conseguenze distruttive sulla finanza pubblica.

Euro: il capro espiatorio dei mali italiani

Nessuno è in grado di fare una previsione attendibile su quale sarebbe l’impatto economico nel medio o lungo periodo sia della permanenza dell’Italia nell’Euro sia in caso di una sua uscita. Non ci sono casi di studio. Quanto accaduto a ritroso negli ultimi anni a Paesi che hanno la stessa malattia italiana suggerisce però un modello precauzionale di condotta: quando si è claudicanti è meglio non combattere da soli ma rimanere uniti ad altri come noi, confidando che l’unione faccia la forza.

Appena entrata nell’Euro, l’Italia era il Paese più favorevole in assoluto, quello che credeva maggiormente nei benefici introdotti dalla moneta unica. Dopo 20 anni scopriamo che questo clima si è completamente deteriorato. Nei bar, nelle palestre, nei ristoranti, la maggior parte delle persone imputa all’Euro tutte le proprie sventure: perdita dei clienti, costo della spesa raddoppiato, crash di mercato, austerity, ecc.

I mali italiani però non sono attribuibili all’Euro ma ad una gestione delle finanze pubbliche volta a creare consenso elettorale da parte dei vari governi che si sono succeduti sfruttando il dividendo di Maastricht. Grazie all’Euro l’Italia si è finanziata in modo rilevante, e il grande risparmio ottenuto non è stato utilizzato per ammodernare il Paese, rilanciare la piccola impresa, ristrutturare le aziende di Stato. Si sono invece erogati a pioggia ammortizzatori sociali ed altre elargizioni tipiche del malcostumi italiano basato sul clientelismo politico. I mali dell’Italia dunque non hanno avuto niente a che vedere con l’Euro. Fin troppo comodo accusarlo di tutto essendo un soggetto astratto.

Non esiste una exit strategy facile, ben visibile e semplice da interpretare. Il Paese ha accumulato dei ritardi su riforme strutturali e sulla razionalizzazione della spesa pubblica: solo un’istituzione esterna potrebbe fare quelle riforme che non abbiamo mai voluto mettere in atto per non compromettere il consenso. Questo tipo di outlook è condiviso in particolare dai mercati anglosassoni che hanno compreso benissimo le dinamiche italiane.

Italia ed Euro: un matrimonio senza divorzio

L’Ue purtroppo è un matrimonio in cui non esiste il divorzio. Non c’è una strada giuridica certa da intraprendere, e anche venisse trovata porterebbe a conseguenze ben maggiori di una permanenza. Serve un accordo che stabilisca le condizioni per le parti. Chi ne se andrà comunque rischia di farlo a testa china con un fardello troppo pesante.

Se uscire dall’Euro rappresentava davvero una straordinaria opportunità, perché non l’hanno fatto i francesi? Il Front National sarebbe andato a Bruxelles a fare davvero pugni duri. Invece hanno optato per la strada opposta.
Perché il Regno Unito che avrebbe potuto abbandonare l’Ue da tre anni, si sta inventando l’impossibile per rimanere? Sono due Paesi con uno status istituzionale superiore al nostro, eppure (ancora) non l’hanno fatto.

Lo potremo mai fare noi italiani? Ci basta vedere cosa hanno fatto Lega e 5 Stelle. Appena hanno avuto il telecomando in mano hanno solo fatto passi indietro. Rimarremo a vita nell’Euro. Dobbiamo tenercelo stretto e abbandonare, semmai, alcuni gangli imposti dall’Ue: questo sarebbe il vero cambiamento di scenario. L’Euro è la salvezza finanziaria per le famiglie, per le Pmi che hanno potuto rifinanziarsi negli ultimi anni e per lo stock di debito pubblico: se tornassimo ai tassi di una volta con la lira, mezza Italia andrebbe in default finanziario. Qualcosa di simile accadde a metà degli anni ’90 con i mutui contratti in Ecu, il precursore dell’Euro.

L’Ecu si rivalutò tantissimo nei confronti della lira ed il debito contratto in Ecu, a distanza di dieci anni, non aveva visto ancora intaccare le quote capitali. Accadrebbe la stessa cosa con l’Euro. Con due terzi di debito che sono detenuti dai grandi investitori internazionali esteri, c’è tutto l’interesse che l’Italia rimanga economicamente stabile ed in grado di far fronte ai propri impegni, la stessa cosa che auspicheremmo se comprassimo titoli esteri.

Chi acquisterebbe titoli esteri sapendo che quel determinato Paese ha in mente una epocale trasformazione del suo modello di sviluppo economico mettendo così a rischio la fiscalità diffusa, ossia quella che permette la sostenibilità finanziaria della remissione del debito?

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