BNL, Intesa Sanpaolo e Unicredit colpevoli di anatocismo? Indaga l’Antitrust

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BNL, Intesa Sanpaolo e Unicredit colpevoli di anatocismo? Indaga l'Antitrust

BNL, Intesa Sanpaolo e Unicredit avrebbero imposto interessi sugli interessi ai clienti attraverso la pratica della anatocismo. L’Antitrust ha aperto un’istruttoria.

BNL, Intesa Sanpaolo e Unicredit sotto la lente dell’Antitrust: l’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’indagine per accertare un presunto coinvolgimento delle tre banche nella pratica dell’anatocismo bancario. I titoli hanno aperto l’odierna sessione di borsa in territorio negativo.

Ciò che l’Antitrust recrimina ai tre istituti è il coinvolgimento in una pratica ai limiti della legalità: l’anatocismo bancario, che consente ad un intermediario di far pagare a un correntista un interesse su un altro interesse.

Come stabilito dall’art. 17 del decreto legislativo n. 18/2016, la pratica di anatocismo bancario presenta confini di legalità solo in caso di preventiva autorizzazione del cliente (non è chiara, tuttavia, la ragione per la quale dovrebbe farlo). Diversamente, l’anatocismo bancario è da ritenersi pratica vietata - sebbene, storicamente, la quasi totalità degli intermediari italiani vi abbia fatto ricorso.

BNL, Intesa Sanpaolo e Unicredit: di cosa sono accusate dall’Antitrust?

L’Antitrust ha avviato tre istruttorie per accertare eventuali anomalie nel modus operandi dei tre istituti. Nello specifico, il garante ritiene che i tre abbiano circuito la clientela, obbligandola ad autorizzare l’azione di addebito. Controlli a tappeto presso le sedi delle tre banche sono stati effettuati dalle autorità competenti nella giornata di martedì.

Va detto, tuttavia, che l’operazione scattata ieri nei confronti di BNL, Intesa Sanpaolo e Unicredit non è la prima condotta in seguito alla revisione della giurisprudenza in materia. Tra il 2015 e 2016 sono state emesse ordinanze e condanne nei confronti di diversi intermediari colpevoli di anatocismo bancario. Tra questi figurano ING, BPM, Deutsche Bank, Banca Antonveneta e Banca Regionale Europea. La stessa Intesa è già stata oggetto di indagini, poi Banca Sella, Fineco e Webank.

Per quanto riguarda processi che hanno evidenziato la totale estraneità della banca dai fatti contestati (pratiche di anatocismo) si annoverano quelli a Cariparma e Banca del Piemonte.

Anatocismo bancario: cos’è?

L’anatocismo, fenomeno che ha interessato le manovre bancarie italiane per lungo tempo (e, pare, le interessi ancora), sottende, molto semplicemente, una capitalizzazione degli interessi.

In altre parole, fino a qualche anno fa quando un correntista accendeva un c.c gli interessi a debito (nell’eventualità di uno sforamento del tetto disponibile) scattavano con cadenza trimestrale e quelli attivi con cadenza annuale. Alla fine della fiera, il correntista pagava un interesse sull’ammontare del suo conto già gravato dagli interessi maturati nel corso dei 4 trimestri (in un circolo vizioso che andava alimentandosi di anno in anno).

Ora, l’ordinamento vigente vieta l’anatocismo anche se persistono alcune eccezioni. Nello specifico, il cliente ha il diritto di essere informato, in fase di sottoscrizione dell’accordo (c.c, finanziamento ecc) della presenza di una tale pratica. In più, altra condizione valevole per applicare l’anatocismo è che gli interessi siano scaduti da almeno sei mesi. Questo è quanto riportato dall’art. 17 del decreto legge 18/2016, che ribadisce quanto espresso nella legge di stabilità 2014. Anche il codice civile disciplina a riguardo: l’articolo 1283 evidenzia che

“gli interessi possono produrre a loro volta interessi solo se i primi non sono stati pagati come previsto, quindi per esempio nel caso di un debitore che non riesca o non voglia rispettare le condizioni del debito contratto.”

Il divieto dell’anatocismo, almeno nell’Unione europea, è valido solo in Italia (alle condizioni sopra richiamate). Per questa ragione, nel giugno del 2015 la Commissione europea ha chiesto delucidazioni al rappresentante italiano presso l’Unione europea, all’epoca l’Ambasciatore Sannino, in merito all’essenza distorsiva, in termini di allocazione del capitale entro i confini del mercato unico, del divieto posto dal governo alla pratica dell’anatocismo.

In altre parole, ciò che la Commissione intese appurare con la lettera inviata alla rappresentanza italiana fu logica macroeconomica - alla luce dei principi di Maastricht, ribaditi dal Trattato di Lisbona - del divieto di una pratica che avrebbe sicuramente finito per dissuadere gli intermediari stranieri dall’operare in Italia. La Commissione lesse il divieto di anatocismo come una pratica distorsiva della concorrenza (task su cui ha competenza esclusiva).

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