BCE gioca con la paura del mercato e ora si trova a dover tifare per il Covid

La BCE gioca al chicken game con la paura del mercato ma ora, paradossalmente, si trova a dover tifare per il Covid-19.

BCE gioca con la paura del mercato e ora si trova a dover tifare per il Covid

Volendo racchiudere e sintetizzare l’intera questione legata alle mosse della Bce al risultato pratico, soprattutto alla luce della sell-off del giorno precedente, si potrebbe declamare un non troppo convinto ma rassicurante mission accomplished. Il settore bancario dell’eurozona, infatti, ha timidamente girato in verde dopo la conferenza stampa di Christine Lagarde.

La ragione, ovviamente, appare intuitiva: bad news are good news, la pandemia non farà che rafforzare la necessità di nuovo stimolo e supporto da parte della Banca centrale. Il colpo mortale che si rischia a Pil e prospettive di crescita? Per ora, solo danni collaterali, ci penseremo dopo.

D’altronde, nel mondo del Qe perenne, i fondamentali non contano. Tutto rimandato al board del 10 dicembre, comunque, in modo da poter mettersi ciclisticamente in scia di una Fed che, dopo il voto del 3 novembre, dovrà giocoforza dire qualcosa rispetto al futuro del proprio programma espansivo, non fosse altro per la liquidità che comincia a scarseggiare e qualche indicatore repo che inizia a ticchettare.

Ma cosa potrà davvero mettere in campo la Bce, da qui a un mese?

L’aspettativa è per:

  • 500 miliardi di aumento dell’ammontare del Pepp e la sua estensione fino al 31 dicembre 2021,
  • il raddoppio del controvalore di acquisti mensili del programma App open-ended fino a 40 miliardi al mese,
  • l’ammorbidimento dei termini di utilizzo delle aste di rifinanziamento bancario a lungo termine (Tltro) a livello di discount period,
  • l’aumento del moltiplicatore relativo al tiering sui tassi che vada a garantire un ulteriore ristoro alla profittabilità bancaria colpita dalla negatività sui depositi,
  • l’inclusione statutaria dei cosiddetti fallen angels corporate - bond all’ultimo gradino dell’investment grade - nella platea del collaterale accettato in seno alle operazioni del Pepp.

Insomma, lo svuotamento pressoché totale della mitologica «cassetta degli attrezzi», sul doppio fondo della quale a quel punto resterebbe soltanto l’opzione nucleare della discesa in negativo del tasso di interesse benchmark. Ma al netto di tutto questo, gli interrogativi restano molti. Primo dei quali, la condizione cui si andrà a intervenire da qui a oltre un mese, stante il peggioramento lampo delle condizioni della ripresa economica ammesso dalla stessa Lagarde e plasticamente mostrate da questo grafico e di quelle sanitarie rispetto alla pandemia.

Fonte: Bloomberg

Come usciranno Francia e Germania dai loro relativi lockdown, più o meno light? E l’Italia, sfuggirà a quella misura estrema o entro breve sarà anch’essa costretta a capitolare, schiacciata dal peso del numero di contagi quotidiani? Non appare questione di poco conto.

Non a caso, Christine Lagarde ha dichiarato che «il Consiglio può essere convocato con brevissimo preavviso, quando e se necessario». Come ad anticipare il fatto che, consci del precipitare generale della situazione, ci si prepara a un’anticipazione di almeno qualcuna di quelle mosse. Un po’ come i Dpcm italiani, puro work in progress a metà fra l’approssimazione e il votarsi al santo di turno.

Perché la BCE si trova a dover tifare per il Covid

Paradossalmente, però, l’intero castello si regge su un paradossale equivoco di fondo: la Bce deve sperare in sempre più lockdown, in un sempre più rapido deterioramento delle prospettive macro. Soprattutto in Germania. Per una semplice ragione: solo il Covid può battere la Bundesbank e le sue resistenze. Non a caso, a fronte dell’ennesima fiera dell’annuncio, i mercati non sono crollati. La ragione? Semplicemente perché sono più spaventati, confusi e disorientati della stessa Bce. Quindi, tendono - soprattutto dopo sfuriate di disperazione come quella degli indici di mercoledì - ad autoconvincersi della bontà delle ricette sul tavolo, consci dell’altrettanto ineluttabile realtà con cui doversi confrontare: non esistono alternative indolori alla fiducia cieca nelle Banche centrali. O mangi questa minestra o salti dalla finestra. Questo nonostante il crollo di alcune certezze di fondo, soprattutto legate alla reale utilità del programma Pepp per innestare un circuito virtuoso di trasmissione del credito che favorisca una ripresa economica: ad oggi, quel programma è servito unicamente a finanziare i deficit sovrani e a calmierare artificialmente gli spread. Non a caso, poco prima che Christine Lagarde prendesse la parola, il Btp italiano a 10 anni andava in asta con un rendimento record allo 0,79% dallo 0,89% dell’emissione precedente, come mostra il grafico.
Fonte: Bloomberg

Il tutto, a fronte di prospettive di crescita a doppia cifra di calo, uno scostamento
già approvato da 100 miliardi nei conti pubblici e l’ombra sempre più incombente di un nuovo lockdown ad aggravare il quadro. Ma, appunto, i fondamentali non contano più. Siamo alla riedizione politico-economica del chicken game di Gioventù bruciata (o Footloose, per i più giovani), il gioco del pollo consistente in due automobili che corrono all’impazzata verso un burrone. Il primo che si lancia, sopraffatto dalla paura, ha perso. La Bce, rimandando la sua decisione operativa, ha optato per una sfida a viso aperto con i timori altrui, contando su una certezza appunto: i mercati hanno più paura della Banca centrale, semplicemente perché dipendono totalmente da essa. E non il contrario, visto che Francoforte vive sull’alibi perenne dell’emergenza: prima i subprime, poi i debiti sovrani, poi il terrorismo internazionale, poi le tensioni Usa-Corea e Usa-Cina e infine il Covid. Allarme dopo allatme, deroga dopo deroga, crisi dopo crisi: i mercati si accodano e ringraziano, certi che comunque sia l’operatività front-load alle mosse della stamperia di Francoforte (o Washington o Tokyo o Pechino) risulterà sempre vincente e non verrà meno fino a quando esisterà un solo focolaio di tensione.

Insomma, Christine Lagarde si è fatta scudo con la seconda ondata di Covid, tenendo ben nascoste le carte che intenderebbe giocare il 10 dicembre prossimo. Oltretutto, sfruttando il vantaggio temporale su una Fed obbligata a quel punto ad aver già detto almeno una parola.

Quanto durerà, però, il potere bullish dell’aspettativa?

Quanto forte sarà la fiducia dei mercati rispetto alla magnitudo reale della risposta in arrivo come un regalo di Natale in anticipo, rispetto al timore per una pandemia che potrebbe realmente andare fuori controllo e obbligare a lockdown sempre più duri, prolungati e generalizzati?

Il sostegno offerto finora dalla Bce, i cui acquisti hanno varcato nuovamente la quota dei 16 miliardi settimanali la scorsa settimana, basterà fino al 10 dicembre, qualsiasi cosa accade negli ospedali europei e nei seggi elettorali d’Oltreoceano?

Christine Lagarde lo ha detto: «Il Consiglio è pronto a riunirsi con brevissimo preavviso, se e quando necessario». Di fatto, la vera rassicurazione ai mercati: non aspetteremo il 10 dicembre, state tranquilli. Per il semplice fatto che i toni usati da Angela Merkel nell’imporre il lockdown light ai suoi connazionali paiono tradire una preoccupazione reale, tale da mettere la mordacchia a ogni bizza rigorista della Bundesbank.

Insomma, la Bce ha ottenuto la massima resa con pochissima spesa quest’oggi. Anzi, ha proprio evitato di mettere mano al portafoglio. Ottimo risultato, vista la delicatezza del momento. Ma anche strategia azzardata che sembra scordare la regola aurea del mercato: non esistono pasti gratis. E se davvero un vaccino dovesse arrivare a inizio 2021 a cambiare il trend emergenziale e prudenziale imboccato dall’Eurotower, il redenomination risk di politica monetaria sarebbe enorme. E allora, addio al Btp decennale in asta allo 0,79%. Occorre tifare Covid, se non apparisse da pazzi. Ma il mercato nell’era della Banche centrali è anche questo, un kafkiano e quotidiano oltraggio al buonsenso.

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BCE Eurozona

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