Azionario Usa: è meglio vendere o mantenere gli investimenti ora che la Fed inizia il ciclo di rialzo dei tassi?

Renato Frolvi

23 Marzo 2022 - 18:00

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È meglio vendere o mantenere gli investimenti in azioni Usa adesso che la Fed ha ricominciato il ciclo di rialzo dei tassi? Una breve analisi della situazione.

Azionario Usa: è meglio vendere o mantenere gli investimenti ora che la Fed inizia il ciclo di rialzo dei tassi?

Non sono troppo spaventato dalla Federal Reserve. Sta facendo il suo lavoro ottimamente. La scorsa settimana ha aumentato i tassi di 25 basis points per la prima volta dal 2018, mentre alcuni dirigenti (Bullard) hanno indicato un ritmo più veloce di inasprimento in futuro. Si parla già di +50 bps nella prossima riunione di maggio.

La previsione mediana dei membri del Federal Open Market Committee (Fomc) è ora per sette aumenti dei tassi quest’anno e altri tre l’anno prossimo. Il che porterebbe i tassi Fed attorno al 2,75% -3% alla fine del 2023 e cioè ben al di sopra della posizione di tasso di politica monetaria “neutrale“ che la Fed ha sempre dichiarato al 2,5% (il tasso “neutrale” Fed è quel costo del denaro della banca centrale che non è né espansivo né recessivo per l’ economia).

All’annuncio vi aspettavate un crollo del mercato azionario? Mentre la riunione Fed è stata caratterizzata da un atteggiamento più da “falco” (cioè più aggressiva sulle prospettive del ritmo di aumento dei tassi) del previsto, l’S&P 500 ha chiuso il 2,2% più in alto mercoledì scorso, proprio il giorno della decisione. Il rialzo è continuato, con l’indice che ha chiuso la settimana dal 14 marzo al 18 marzo più in alto del 6,2% rispetto a venerdì 11 marzo.

Tassi Fed e Indice SP500: cosa succede?

Le azioni spesso iniziano un “bull market” proprio all’inizio di un ciclo di rialzo dei tassi perché “assaggiano” una crescita dell’ economia. Basta guardare il grafico Bloomberg (allegato) per verificare questa affermazione: dal giugno 2004 al settembre 2007 la Fed (linea arancione) ha alzato i tassi dall’1% al 5% quindi un’accelerazione ben più decisa di quella stimata per il biennio 2022-2023 di cui sopra. Ma cosa accadde all’indice SP500 (linea bianca)? È salito del +26% nello stesso periodo. Ugualmente da fine gennaio 2016 a fine luglio 2019 la Fed ha alzato i tassi da 0,25% a 2,5% e nel frattempo l’indice SP500 è salito del +57%. Di solito quindi, la performance azionaria è positiva nelle prime fasi di un ciclo di rialzo dei tassi. Se volete posso fare una analisi periodale più lunga analizzando il rally di borsa “mediamente” verificatosi dall’inizio del ciclo rialzi tassi Fed, per gli ultimi 40 anni. Dal 1983, l’S&P 500 ha reso una media del 5,3% nei sei mesi successivi al primo aumento dei tassi della Fed, cioè all’inizio di un ciclo rialzista.

L’obiettivo della Fed rimane quello di progettare un atterraggio morbido per l’economia. Non di “strozzarla” sino alla recessione. Con un’inflazione vicina all’8% su base annua, l’attenzione della Fed è comprensibilmente sulla stabilità dei prezzi. Vuole evitare l’ “accensione“ della spirale prezzi-salari. È comprensibile, perché se si innescasse quella spirale l’inflazione inizierebbe a essere più difficile da controllare. Ma oggi può permettersi di alzare i tassi perché la disoccupazione è crollata al 3,5% e la domanda interna è sicuramente effervescente. Inoltre in futuro la sua preoccupazione principale potrebbe spostarsi di nuovo verso il suo obiettivo di massima occupazione se l’inflazione si ritirasse nel 2023, come tutti si aspettano, e se l’economia mostrasse segni di indebolimento. La Fed infatti (non lo dimentichiamo) ha agito con prontezza fulminea nel marzo 2020, nel fornire un “pronto soccorso“ di liquidità veramente imponente.

Il rialzo dei tassi per la Fed è una questione di prestigio. Mi spiego meglio. Dopo l’errore commesso nel dichiarare l’inflazione “temporanea” la Fed doveva ristabilire la sua credibilità per i mercati finanziari. Con questo primo rialzo dei tassi e l’annuncio di quelli futuri, la Fed ha ristabilito le sue credenziali di lotta all’inflazione, e Powell ha affermato che l’economia è abbastanza forte da sopportare tassi più alti.

Tutto dipende ora dalle aspettative del mercato per il 2022. Il presidente della Fed Jerome Powell ha ripetutamente sottolineato che la banca centrale è «determinata» a garantire un ritorno alla stabilità dei prezzi. I mercati sono sembrati accogliere con favore gli sforzi della Fed di anticipare la curva dei rendimenti governativa. Infatti, il forward inflation swap a 5 anni/ decorrenza fra 5 anni, (una scommessa sull’inflazione futura, cioè per il quinquennio che inizia a partire dal 5° anno successivo a quello attuale), che è un contratto che misura le aspettative di inflazione a lungo termine, è sceso dal 2,65% al 2,51% dopo la decisione sui tassi.

Il Fomc ha anche sottolineato che l’economia è resiliente e i dati occupazionali hanno «continuato a rafforzarsi». Powell infatti ha descritto il mercato del lavoro come «estremamente stretto»cioè ha praticamente già riassorbito la sacca di disoccupati che si era formata durante la pandemia da Covid-19, cioè a partire dal marzo 2020.

Il rialzo dei tassi della Fed può indurre recessione?

In molti segnalano che si sta assistendo a una riduzione dello spread fra i rendimenti dei bond a 5 anni e quelli a 10 anni/30 anni e questo segnala aspettative di futura recessione incorporate nel mercato dei Treasury. Tuttavia, un appiattimento delle curve di rendimento non è un segno che i mercati si aspettano una recessione imminente.

È vero che il mercato obbligazionario sta indicando un rallentamento della crescita e un aumento dei rischi di recessione, con la parte da 5 anni a 10 anni della curva dei rendimenti del Tesoro Usa che si è brevemente invertita. Ma i mercati ora confidano nella “flessibilità“ della Fed, ovvero sono ora già alla ricerca di tagli dei tassi nel 2024. Un’inversione della curva 2 anni/10 anni (il bond a 10 anni che rende meno del bond a 2 anni) ha preceduto ogni recessione negli ultimi 70 anni. Oggi pero’ non siamo ancora a quel livello di inversione. Questa curva 2y – 10y si è appiattita a uno spread di circa 20 punti base, da circa 90 pb all’inizio dell’anno, ma è ancora positiva e ci si aspetta che si irrobustisca modestamente con i prossimi dati occupazionali (richieste sussidi alla disoccupazione più bassi, tasso di disoccupazione più basso, nuove buste paga settore non- agricolo progressivamente più alte). Quindi, consiglio vivamente agli investitori di prepararsi a tassi più alti pur mantenendo gli investimenti nei mercati azionari Usa.

L’unico antidoto all’inflazione Usa in questo momento (oltre ai treasury indicizzati all’ inflazione) sono proprio le azioni delle aziende americane che hanno un tasso di crescita degli utili superiore al tasso di inflazione e che, ovviamente, siano poco indebitate (non subiscono così nel bilancio la maggior spesa per interessi derivanti dall’ aumento dei rendimenti).

Se volete dei nomi, io penso che Google, Microsoft, Nvdia, Amazon e Apple sono degli ottimi esempi per coprirsi dal rischio inflazione Usa. E ovviamente bisogna astenersi dal detenere ogni bond in dollari che abbia scadenza > 12 mesi. Non vendete l’azionario Usa. E non dimentichiamoci un altro settore che beneficerà questo trend di alti prezzi dell’ energia: a mio avviso i titoli energetici come Exxon, Total, Chevron, forniscono una copertura contro i rischi derivanti dalla guerra in Ucraina (che speriamo finisca la più presto).

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