Anche eventi che non hanno ancora prodotto interruzioni fisiche delle forniture continuano a esercitare una pressione psicologica significativa sulle quotazioni.
L’inizio del 2026 ha riportato il mercato petrolifero al centro delle tensioni geopolitiche globali, con una combinazione particolarmente pericolosa di crisi simultanee in Venezuela, Iran e nell’area del Mar Nero.
Questo contesto geopolitico ha spinto i prezzi del petrolio ai massimi degli ultimi tre mesi, ma senza innescare un vero e proprio rally. Il motivo è che, mentre i rischi politici aumentano, sullo sfondo continua a profilarsi un consistente surplus di offerta globale, creando un equilibrio instabile che rende il mercato estremamente difficile da interpretare per trader e investitori.
All’inizio dell’anno il Brent viaggiava intorno ai 61 dollari al barile, per poi scendere sotto i 60 dopo la clamorosa estromissione di Nicolás Maduro dalla presidenza venezuelana da parte degli Stati Uniti. I mercati avevano inizialmente interpretato questo evento come un segnale di rapido ritorno del Venezuela sui mercati internazionali, con un aumento della produzione di petrolio e delle esportazioni di un Paese che possiede le maggiori riserve petrolifere provate al mondo. In questa fase, le aspettative di maggiore offerta avevano prevalso sui timori legati all’instabilità politica, spingendo i prezzi verso il basso. [...]
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