4,6 milioni di barili al giorno in bilico. Sta per saltare l’equilibrio del petrolio mondiale?

Redazione Money Premium

31/01/2026

Anche eventi che non hanno ancora prodotto interruzioni fisiche delle forniture continuano a esercitare una pressione psicologica significativa sulle quotazioni.

4,6 milioni di barili al giorno in bilico. Sta per saltare l’equilibrio del petrolio mondiale?

L’inizio del 2026 ha riportato il mercato petrolifero al centro delle tensioni geopolitiche globali, con una combinazione particolarmente pericolosa di crisi simultanee in Venezuela, Iran e nell’area del Mar Nero.

Questo contesto geopolitico ha spinto i prezzi del petrolio ai massimi degli ultimi tre mesi, ma senza innescare un vero e proprio rally. Il motivo è che, mentre i rischi politici aumentano, sullo sfondo continua a profilarsi un consistente surplus di offerta globale, creando un equilibrio instabile che rende il mercato estremamente difficile da interpretare per trader e investitori.

All’inizio dell’anno il Brent viaggiava intorno ai 61 dollari al barile, per poi scendere sotto i 60 dopo la clamorosa estromissione di Nicolás Maduro dalla presidenza venezuelana da parte degli Stati Uniti. I mercati avevano inizialmente interpretato questo evento come un segnale di rapido ritorno del Venezuela sui mercati internazionali, con un aumento della produzione di petrolio e delle esportazioni di un Paese che possiede le maggiori riserve petrolifere provate al mondo. In questa fase, le aspettative di maggiore offerta avevano prevalso sui timori legati all’instabilità politica, spingendo i prezzi verso il basso.

Con il passare dei giorni, tuttavia, l’assenza di dettagli concreti sui piani operativi di Washington ha ridimensionato l’ottimismo sull’immediata ripresa dell’industria petrolifera venezuelana, che resta gravemente compromessa da anni di sanzioni, sottoinvestimenti e deterioramento delle infrastrutture energetiche. A quel punto, l’attenzione dei mercati si è rapidamente spostata sull’Iran, dove proteste diffuse e una repressione violenta hanno riacceso i timori di un possibile intervento esterno, soprattutto dopo le dichiarazioni del presidente Trump a sostegno dei manifestanti. Questo contesto ha contribuito a far salire i prezzi di circa il 9% in una sola settimana, riportando il Brent oltre quota 66 dollari al barile.

In teoria, un cambiamento di regime a Teheran potrebbe nel lungo periodo portare a un aumento dell’offerta globale, grazie alla possibile rimozione delle sanzioni e al rientro dell’Iran nei mercati internazionali. Nel breve termine, però, il rischio percepito dagli operatori è esattamente l’opposto, ovvero che le tensioni politiche degenerino in disordini, sabotaggi o conflitti regionali in grado di interrompere i flussi di esportazione in una delle aree più sensibili del pianeta per l’energia globale.

A complicare ulteriormente il quadro è arrivata la notizia di attacchi con droni contro due petroliere nel Mar Nero, una delle quali noleggiata da Chevron, mentre si avvicinavano a un terminal russo che gestisce la maggior parte delle esportazioni di greggio del Kazakistan. Anche se i responsabili non sono stati ufficialmente identificati, l’episodio si inserisce in una catena di escalation che include il sequestro, da parte degli Stati Uniti, di una nave battente bandiera russa nell’Atlantico la settimana precedente. Questi eventi aumentano la probabilità che volumi significativi di petrolio vengano coinvolti direttamente in dinamiche di conflitto, con potenziali effetti dirompenti sull’offerta.

Nel complesso, Venezuela, Iran e area del Mar Nero hanno esportato nel 2025 circa 4,6 milioni di barili al giorno, pari a circa il 4,5% delle forniture globali. Anche se negli ultimi anni i mercati energetici si sono abituati a scontare meno rapidamente i rischi geopolitici, si tratta di una quota troppo rilevante per essere ignorata. Per questo motivo, anche eventi che non hanno ancora prodotto interruzioni fisiche delle forniture continuano a esercitare una pressione psicologica significativa sulle quotazioni.

Tra tutte le aree critiche, l’Iran resta il nodo più delicato, soprattutto per il potenziale impatto sullo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita circa un quinto del petrolio e del gas scambiati a livello mondiale. La chiusura dello stretto rappresenterebbe una sorta di opzione estrema, difficilmente sostenibile anche per Teheran, perché bloccherebbe le stesse esportazioni iraniane e provocherebbe con ogni probabilità una risposta militare immediata da parte degli Stati Uniti e dei Paesi alleati nella regione. Questa valutazione aveva probabilmente già frenato l’Iran durante la breve ma intensa guerra Israele-Iran dell’anno precedente.

Ciò non significa che i rischi siano trascurabili. L’Iran dispone di molteplici strumenti indiretti per colpire gli interessi statunitensi o dei loro alleati regionali, come attacchi a infrastrutture energetiche, basi militari o rotte commerciali. Un precedente importante resta l’attacco del 2019 contro l’impianto saudita di Abqaiq, che eliminò temporaneamente dal mercato circa il 5% dell’offerta globale e causò un forte balzo dei prezzi. Anche se un recente attacco iraniano a una base statunitense in Qatar era stato accolto con relativa indifferenza dai mercati, un episodio simile in un contesto già teso potrebbe oggi produrre reazioni molto più marcate.

Nonostante questo insieme di rischi, i prezzi del petrolio restano sorprendentemente confinati in un intervallo relativamente ristretto. La ragione principale è che le tensioni geopolitiche stanno esplodendo proprio mentre gli indicatori di mercato suggeriscono un rapido aumento dell’offerta globale. Secondo le previsioni della EIA, nel 2026 le scorte mondiali dovrebbero crescere in media di 2,8 milioni di barili al giorno, segnalando un surplus significativo rispetto alla domanda.

A confermare questa tendenza c’è anche l’aumento del volume di petrolio trasportato via mare, che ha raggiunto circa 1,3 miliardi di barili, il livello più alto dalla metà del 2020. Questo fenomeno, noto come oil on water, è generalmente interpretato come un segnale che la produzione sta superando il consumo, costringendo gli operatori a immagazzinare greggio in attesa di sbocchi di mercato.

È vero che circa un quarto di questi volumi proviene da Paesi sottoposti a sanzioni, in particolare Iran, Russia e Venezuela, e che queste forniture tendono a rimanere più a lungo in transito perché richiedono canali di vendita più complessi e spesso opachi. Tuttavia, anche escludendo queste componenti, i livelli complessivi restano elevati e iniziano a emergere segnali di aumento anche delle scorte terrestri di greggio e prodotti raffinati.

Il quadro si fa ancora più contraddittorio se si guarda alla struttura dei prezzi futures. In questo momento, il mercato del Brent è in backwardation, cioè i prezzi a breve termine sono più alti rispetto a quelli per consegne più lontane nel tempo. Questa configurazione è tipica dei mercati percepiti come relativamente tesi, mentre in presenza di abbondante offerta ci si aspetterebbe una struttura in contango, con prezzi futuri più alti che rendono conveniente immagazzinare il petrolio. Il fatto che la curva dei prezzi non rifletta pienamente il surplus suggerito dai dati fisici indica che gli operatori non hanno una visibilità completa sulle reali dimensioni delle scorte, in particolare per quanto riguarda la cosiddetta shadow fleet che trasporta petrolio sanzionato e le riserve strategiche e commerciali della Cina, notoriamente poco trasparenti.

In questo contesto, i trader non devono soltanto valutare dati su domanda e offerta, ma sono costretti a formulare ipotesi su sviluppi politici estremamente complessi e in rapida evoluzione in tre aree chiave per l’export di petrolio globale. Ogni possibile scenario, dal rapido ritorno del petrolio venezuelano sul mercato a una nuova escalation militare in Medio Oriente, comporta conseguenze radicalmente diverse per l’equilibrio tra domanda e offerta.

Il risultato è un mercato paralizzato da una molteplicità di forze contrapposte. Da un lato c’è la prospettiva concreta di un eccesso strutturale di produzione che dovrebbe, in condizioni normali, esercitare una pressione ribassista sui prezzi. Dall’altro lato ci sono rischi geopolitici concentrati in nodi logistici e produttivi cruciali che, se dovessero materializzarsi in interruzioni reali delle forniture, potrebbero provocare shock improvvisi e violenti. Finché almeno una parte di queste incognite non verrà risolta, è probabile che i prezzi rimangano intrappolati in un intervallo relativamente stabile, ma con un livello di volatilità potenzialmente pronto a esplodere al primo evento davvero destabilizzante.