3 indizi che fanno pensare a nuovi (possibili) ribassi per le azioni

Tommaso Scarpellini

1 Maggio 2025 - 11:56

3 segnali spaventosi indicano crescenti rischi di ribasso per le azioni: utili in calo, incertezza record e contrazione del PIL. Sarà un trimestre complesso.

3 indizi che fanno pensare a nuovi (possibili) ribassi per le azioni

Wall Street torna a crescere e il mercato, immerso in un forte clima da “buy the dip”, sembra ignorare i segnali d’allarme. Tuttavia, sotto la superficie si stanno accumulando tensioni pericolose.

Partiamo da un punto chiave: il motore della crescita dei prezzi azionari, ovvero gli utili, è stato rivisto al ribasso. E non si tratta di un semplice aggiustamento, ma del taglio più ampio degli ultimi cinque anni.

A questo si aggiunge un altro elemento cruciale: l’incertezza, spesso all’origine dei crolli più violenti della storia dei mercati, resta su livelli record. E oggi, a peggiorare il quadro, non sono più solo negativi i soft data (indicatori anticipatori), ma iniziano a indebolirsi anche gli hard data (dati economici concreti).

In sintesi, il rischio di un nuovo scivolone dei mercati è più reale che mai.

1. Gli utili rivisti al ribasso: il segnale più cupo dal 2020

Il primo segnale riguarda la revisione degli utili aziendali: la più pronunciata dai tempi del COVID-19. Secondo i dati di FactSet, le aspettative sugli EPS a 12 mesi sono crollate in modo significativo. A settembre 2024, la crescita attesa era attorno al +15%, ma da allora è scesa progressivamente fino a +9.7%, mostrando un deterioramento che riguarda quasi tutti i settori dell’S&P 500.

La situazione è particolarmente critica nel comparto energetico, dove si prevede un calo degli utili del 9.7%. A sostenere il settore dei communication services, invece, sono stati i risultati sopra le attese di Alphabet (Google), che hanno mitigato il pessimismo generale.

Ma a preoccupare non sono solo gli utili: il livello dei nuovi ordini nelle indagini manifatturiere è crollato ai minimi dal 2022, segnalando una forte contrazione della domanda. Anche i CAPEX spending plans mostrano un’inversione netta, ai minimi degli ultimi cinque anni. In altre parole, le aziende stanno tagliando gli investimenti in previsione di una contrazione della crescita.

Questo avviene in un contesto in cui le pressioni sui costi stanno aumentando di nuovo, indicando una possibile ripresa dell’inflazione. Nonostante l’ottimismo residuo in alcune aree del mercato, il mix di utili rivisti, calo degli ordini e contrazione degli investimenti suggerisce una perdita di slancio dell’economia reale.

2. I soft data gridano all’allerta: ritorno dell’incertezza estrema

Il secondo indizio arriva dai cosiddetti soft data, ossia gli indicatori basati su sondaggi, aspettative e sentiment. Uno dei più importanti è il Citi Economic Surprise Index, recentemente tornato in territorio positivo. Questo indice misura quanto i dati economici effettivi si discostano dalle attese degli analisti. Quando torna positivo dopo un lungo periodo negativo, può indicare che le previsioni erano troppo pessimistiche… oppure che l’economia batte attese troppo depresse, non perché i fondamentali siano solidi.

Ancora più rilevante è il picco dell’incertezza economica. L’Economic Policy Uncertainty Index, che aggrega notizie, incertezze regolatorie e aspettative, è tornato sui livelli massimi visti durante la pandemia. Un dato che non può essere ignorato.

A tutto questo si aggiunge un segnale quasi inquietante: secondo il Consumer Confidence Board, le aspettative dei consumatori su un possibile ribasso delle azioni sono ai massimi storici, superando persino i livelli del 1990. Questo suggerisce un timore diffuso tra i risparmiatori, un dato che spesso anticipa la volatilità sui mercati.

3. Anche gli hard data iniziano a cedere: il crollo del GDP

Il terzo indizio arriva dai dati concreti sull’economia. La Federal Reserve di Atlanta, tramite il suo modello GDPNow, aveva inizialmente previsto un forte rallentamento del PIL: da una stima iniziale di +2.4% a un crollo fino a -1.5% utilizzando il cosiddetto modello corretto per l’oro. L’ultima lettura effettiva è risultata essere -0.3%, ben al di sotto delle stime ufficiali di +0.4%.

In pratica, non si tratta più solo di segnali di rallentamento: il PIL degli Stati Uniti è effettivamente sceso, indicando una fase di contrazione dell’economia. Questo è il primo dato hard davvero negativo dopo mesi di resilienza, e potrebbe rappresentare l’innesco per una revisione più ampia delle aspettative di mercato.

Incertezza e fragilità, l’estate può essere il catalizzatore

Il quadro che si delinea è complesso. Finora, molti analisti avevano sottovalutato la forza dei soft data negativi, confidando nella tenuta degli utili e nella resilienza dell’economia. Ma oggi anche gli hard data iniziano a vacillare.

La combinazione di tre fattori, revisione degli utili, picchi d’incertezza e contrazione del PIL, è raramente benigna per i mercati azionari. E se si considera che l’estate è stagionalmente un periodo difficile per i listini, anche a causa della ridotta liquidità e dei volumi sottili, la probabilità di una correzione potrebbe essere più alta di quanto si pensi.

Ciò che preoccupa maggiormente non è tanto una recessione tecnica, quanto la disconnessione tra aspettative e realtà. Gli investitori sono ancora posizionati in modo relativamente aggressivo, e un ulteriore peggioramento potrebbe generare vendite forzate e nuova volatilità.

In definitiva, questi 3 indizi, ognuno forte di per sé, ma ancora più potenti se letti insieme, suggeriscono prudenza. Il rischio di nuovi ribassi azionari è concreto, e l’estate 2025 potrebbe rappresentare una fase delicata in cui la realtà economica inizierà a pesare sulle valutazioni gonfiate dei mercati finanziari.