Questo segnale fa tremare Wall Street. Negli ultimi 150 anni è accaduto soltanto tre volte e in due di queste ha anticipato uno dei peggiori crolli della storia finanziaria: la bolla Dot-com nel 2000 e la correzione violenta del 2022. Oggi, nell’autunno del 2025, quel segnale è tornato. E a Wall Street, dove i listini continuano a infrangere record su record, c’è chi comincia a chiedersi se la festa non stia per finire (davvero).
Sulla carta, il quadro sembra quasi perfetto. L’economia americana tiene, l’inflazione rallenta e l’intelligenza artificiale resta il motore principale della crescita degli indici. L’S&P 500, il Dow Jones e il Nasdaq salgono senza sosta, alimentati da una euforia che ricorda gli anni d’oro della bolla tecnologica.
E secondo diversi analisti, le valutazioni attuali non si spiegano con la logica dei fondamentali.
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Quando l’euforia diventa un campanello d’allarme
La storia insegna che quando l’entusiasmo diventa virale, forse conviene alzare lo sguardo.
Perché ogni volta che il CAPE ratio di Shiller ha superato la soglia di 40, i mercati sono crollati. Nel 1999, questo indicatore (che valuta il prezzo delle azioni in rapporto agli utili medi corretti per l’inflazione degli ultimi dieci anni) arrivò a 44. Nei tre anni successivi l’S&P 500 perse quasi metà del suo valore, il Nasdaq crollò del 78%. Nel 2022, raggiunse livelli simili, anticipando un ribasso del 25%.
Oggi siamo di nuovo lì, a 40,32 punti. Un valore che indica un mercato “troppo caro” rispetto ai fondamentali, almeno in base ai parametri storici. Questo però non significa che il crollo sia imminente, ma lascia intendere che le azioni americane siano troppo costose rispetto ai profitti che generano.
Molti analisti sostengono che questa volta sia diverso, che la rivoluzione dell’intelligenza artificiale possa davvero riscrivere le regole del gioco e sostenere una crescita senza fine. Ma basta poco per incrinare l’incantesimo. Un dato macroeconomico sotto le attese, un rallentamento nei profitti o un inciampo tecnologico, e quella stessa euforia che oggi sostiene i listini potrebbe trasformarsi all’improvviso nella loro più grande debolezza.
Grafico S&P 500
Fonte Tradingview
Segnali per chi investe
Il segnale del CAPE ratio sopra 40 non dice “quando” il mercato scenderà, ma mette in guardia su “quanto” spazio resta prima che lo faccia. Chi ha investito negli ultimi due anni, e si trova oggi con portafogli in utile, sa che i mercati sono tirati all’estremo.
Oltre al CAPE ratio ci sono anche altri segnali che inviano lo stesso messaggio. Il rapporto prezzo/utili prospettico dell’S&P 500 è salito a 23, ben sopra la media storica, mentre il “Buffett Indicator”, che misura la capitalizzazione di mercato rispetto al PIL, indica un’economia finanziaria più gonfia che mai.
In un contesto come quello attuale, caratterizzato da valutazioni elevate e segnali di eccesso strutturale, la logica di portafoglio dovrebbe tornare a essere guidata dai fondamentali. I tassi d’interesse stanno effettivamente scendendo, ma rimangono sensibilmente più alti rispetto al periodo pre-Covid. Questo implica un costo del capitale strutturalmente superiore rispetto al decennio 2010-2020 e, di conseguenza, una compressione fisiologica dei multipli azionari. In altre parole, il premio al rischio oggi è elevato e il mercato non è più disposto a pagare qualsiasi prezzo per la promessa di crescita futura.
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