I mercati sono sui massimi e prezzano uno scenario quasi perfetto. Ma tra valutazioni elevate, AI, petrolio e tassi, basta poco per cambiare tutto.
I mercati finanziari globali stanno vivendo una fase che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata quasi irrealistica. Lo S&P 500 viaggia ormai attorno ai 7.300 punti, il Nasdaq 100 sfiora quota 28.500, il Dow Jones gravita vicino ai 50.000 punti. Anche l’Europa corre: il DAX tedesco è arrivato in area 25.000, il FTSE MIB verso i 49.000 punti, mentre il Nikkei giapponese ha superato i 62.000, tornando protagonista dopo decenni di prezzi stabili. Numeri impressionanti, che raccontano molto più di un semplice rialzo dei listini. Raccontano soprattutto il livello di fiducia, o forse di aspettativa, che il mercato sta riponendo nel futuro. Questa fiducia è davvero giustificata?
L’impressione è che gli investitori stiano scommettendo su uno scenario quasi ideale: inflazione sotto controllo, banche centrali meno aggressive, crescita economica ancora resiliente e, soprattutto, una rivoluzione legata all’intelligenza artificiale capace di aumentare produttività e utili aziendali come non accadeva da anni, forse dai tempi della grande euforia tecnologica dell’era dot-com.
Quanto di questo ottimismo è già incorporato nei prezzi attuali? Perché il punto non è stabilire se l’economia stia andando bene oppure no. Molte aziende stanno effettivamente continuando a produrre utili straordinari. Il problema è capire quanto gli investitori siano disposti a pagare oggi per quegli utili futuri. [...]
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