Dopo l’invasione del Kuwait il Dow Jones crollò nel breve, ma a 6 mesi aveva già recuperato. Oggi la storia può offrire un indizio prezioso per Wall Street.
Quando un indice entra in correzione, il mercato tende a dividersi subito in due blocchi. Da una parte c’è chi vede soltanto il rischio e teme che il ribasso sia appena cominciato. Dall’altra c’è chi legge la discesa come un’occasione, convinto che il peggio sia già stato scontato. Nelle fasi di tensione geopolitica, questa frattura si allarga ancora di più, perché il prezzo delle azioni smette di riflettere soltanto utili e valutazioni e comincia a incorporare petrolio, inflazione, tassi e paura.
Il punto è che i mercati non reagiscono quasi mai in linea retta. Possono affondare nel breve e poi recuperare quando lo scenario si fa meno opaco. Possono sembrare fragili proprio mentre iniziano a costruire il terreno del rimbalzo. Ed è per questo che, in mezzo a un ribasso violento, la domanda più interessante non è se il Dow Jones possa ancora scendere, ma se tra qualche mese possa trovarsi sorprendentemente più in alto di dove si trovava prima dell’ultima ondata di tensione.
La domanda, letta così, sembra provocatoria. Eppure non lo è affatto. Anzi, è una domanda che trova una base concreta sia nei precedenti storici, sia negli scenari di stress test costruiti per confrontare l’attuale crisi mediorientale con due episodi chiave: il 1990 e il 2003. La lezione che emerge è chiara: il mercato inizialmente può reagire molto male, ma il comportamento a sei mesi dipende soprattutto da due variabili, la durata del conflitto e l’effetto sul petrolio.  [...]
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