Vi spiego perché la capriola di Trump pro-Putin è un tradimento dell’Ucraina

Glauco Maggi

21/02/2025

La migliore speranza attuale per Zelensky e il suo popolo non sono gli Stati Uniti d’Europa, ma la vecchia America.

Vi spiego perché la capriola di Trump pro-Putin è un tradimento dell’Ucraina

Essere pragmatici, in politica, può essere una virtù, e a volte anche una necessità.

Ma dimenticare i principi di base, quelli che Natan Sharansky, in “The Case for Democracy“, definiva “moral clarity”, “chiarezza etica”, è sbagliato, sempre. Ed è quello a cui stiamo assistendo negli ultimi giorni, protagonista in negativo Donald Trump.

Sulla questione Russia-Ucraina, aver ribaltato la verità storica arrivando a dire, rivolto al presidente ucraino Zelensky, “siamo a questo punto da 3 anni, avresti dovuto finirla (la guerra NDR) tre anni fa… Non avresti mai dovuto iniziarla… avresti potuto fare un accordo”, è una falsità storica assoluta. L’aggressione è stata di Putin, e gli ucraini si sono eroicamente difesi.

Certo, con l’aiuto finanziario e la fornitura di armi dall’America e dall’Europa, che hanno peraltro agito non solo per contrastare l’azione di uno stato canaglia, ma nel proprio interesse: l’intento espansionista del nostalgico dittatore erede di Stalin è un piano rivendicato dallo stesso Putin, che se avesse conquistato Kiev non si sarebbe fermato lì. E la posta è ancora in palio.
Il capovolgimento di posizioni di Trump - da auto-proclamato mediatore tra le due parti a patrocinatore di fatto della Russia e delle sue tesi - è giunto inatteso. In campagna elettorale, Trump disse una cosa ben diversa, come ho raccontato nel mio libro Trump La Rivincita (Mind Edizioni, novembre 2024).

Alla giornalista Maria Bartiromo di Fox News, che gli aveva chiesto di spiegare il suo piano per arrivare alla pace tra Ucraina e Russia ‘in un solo giorno’, Trump aveva risposto che avrebbe usato il suo charme personale per portare i leader ad accettare un compromesso. Conosco molto bene Zelensky e conosco Putin molto bene, anzi anche meglio. E ho avuto rapporti molto, molto buoni con entrambi. A Zelensky direi: “Ora basta, devi trovare un accordo” e a Putin direi: “Se non farai un accordo, daremo a Zelensky un bel po’ [di armi e di denaro]. Se dovremo, daremo [all’Ucraina] più di quanto abbia mai avuto. Un giorno solo e avrò l’accordo in tasca”.

Non è andata così: quasi quattro mesi dopo la vittoria, lo “charme” ha fatto cilecca. Era ingenuo credere nel miracolo delle 24 ore? Certo che lo era, infatti non se l’aspettava nessuno. Realistico, però, era aspettarsi che Trump tenesse, almeno, la barra dritta della equidistanza, per quanto moralmente impropria. E rispettasse la parola data a Zelensky in settembre a New York. “Abbiamo discusso in dettaglio la strategica partnership, il Piano della Vittoria, e le vie per mettere fine alla aggressione russa all’Ucraina” aveva twittato il leader di Kiev. “Ho apprezzato l’impegno di Trump di perseguire ‘la pace attraverso la forza’, che è esattamente il principio che può portare a una giusta pace in Ucraina”, aveva detto Zelensky dopo l’incontro.
Lo scenario ora è stravolto dall’attacco a Zelensky che sarebbe “un dittatore” perché non tiene le elezioni. Assurdità evidente: la costituzione ucraina - e la logica - prevedono che se c’è uno stato di guerra non si tengano le elezioni. Peraltro, è ciò che fece Churchill in Gran Bretagna durante il conflitto con Hitler.

Da qualunque parte si prendano, le sparate di Trump di queste ore sono pericolose: per l’Ucraina, per l’Europa, ma anche per quanto male hanno già fatto alla statura internazionale di Trump, che si è autoridotto a fotocopiare le tesi di Putin (e di qualche screditato fan europeo, tipo Giuseppe Conte e Matteo Salvini) .

Tra l’America di Trump e l’Europa (in ordine sparso) è così scoppiata una guerra mediatica che non sarà facile ricomporre. Strategicamente, la via della “pacificazione” tra Washington e le altre capitali resta l’unica prospettiva seria, e passa per la NATO. È la sola parola-concetto che Putin prende sul serio, e i membri al di sotto del livello del 2% del bilancio in spese militari devono fare la loro parte, dando una misura della loro determinazione. Se i governi, i leader politici e i media, allarmati e indignati dal voltafaccia di Trump, sono seri nel voler aiutare l’Ucraina, e se credono davvero che Trump sia un isolazionista servo di Mosca come molti di loro dicono adesso con il ditino alzato (sperando invano di far dimenticare i loro tanti anni di Ostpolitik opportunista), non hanno alternativa al proprio rafforzamento bellico, whatever it takes, in termini finanziari e militari. Se possibile, accelerando i passi verso quella unità politica che è una chimera da mezzo secolo. E, come ha prospettato Londra, persino mandando soldati inglesi a fare da cuscinetto per mantenere la pace (futura) in Ucraina.

In verità, tutti sappiamo che la migliore speranza attuale per Zelensky e il suo popolo non sono gli Stati Uniti d’Europa, ma la vecchia America. Oggi il suo condottiero è l’erratico vincitore di elezioni storiche, che hanno dato il totale potere a lui e al GOP, dalla Casa Bianca al Congresso (e con la Corte Suprema che conta sei giudici conservatori contro tre liberal).
Erratico è l’aggettivo che conta. Si può considerare come definitiva l’abdicazione del leader del mondo libero dal suo ruolo riconosciuto, e dai suoi doveri? Di fatto, pur evitando la umiliante figura del ritiro fisico dei marines da Kabul che hanno macchiato indelebilmente Joe Biden nel suo primo anno da presidente con la consegna del popolo afghano ai Talebani, una scelta di campo contro Zelensky che consegnasse la libertà degli ucraini a Putin sarebbe anche peggio. Altro che raccogliere medaglie da esporre nella sua Biblioteca Presidenziale!

Per questo, scritto quanto ho scritto sul Trump flip-flop di questa settimana, aggiungo tuttavia che il giudizio finale andrà dato solo quando le armi taceranno. Zelensky ha la fiducia del 57% dei cittadini nel sondaggio curato dal Kiev International Institute of Sociology, e non il 4% buttato lì da Trump in un tweet senza citare fonti. Sarà il leader di Kiev a giudicare la portata dell’accordo che firmerà. Sarà una svendita, che equivarrebbe alla vittoria di Mosca? Oppure una pace onorevole, accettabile, e con serie garanzie strategiche per gli ucraini ottenute da Zelensky?
I due corni sono un vergognoso appeasement, o il Nobel della Pace.