Tutti ad elucubrare, già ieri sera, sul metodo che era stato utilizzato per calcolare i dazi compensativi decisi Paese per Paese dalla Amministrazione Trump: si discuteva delle barriere tecniche ed amministrative, oltre alle manipolazioni valutarie che determinano il deficit ritenuto ingiusto.
Per l’Unione europea è stata tirata in ballo l’IVA che renderebbe ingiustamente più care le importazioni americane, mentre in America c’è solo la Sale Tax che viene determinata e riscossa Stato per Stato sulla vendita del prodotto.
Ed invece si tratta di una semplice operazione aritmetica, una divisione in cui si considera il rapporto tra il deficit americano per merci (messo al dividendo) ed il valore complessivo delle esportazioni di quel Paese verso gli Stati Uniti (messo al divisore).
Il valore di questo fattore, che rappresenterebbe la barriera illegittima che verrebbe posta alle esportazioni americane, viene poi diviso a metà per determinare il cosiddetto dazio compensativo che viene imposto dagli Usa alle importazioni da quello specifico Paese.
Consideriamo ad esempio il caso della Cina, prendendo i dati del Census (l’Istituto ufficiale di statistica statunitense): nel 2024, il deficit era stato di 295 miliardi di dollari e le importazioni dalla Cina pari a 439 miliardi. Ebbene, il rapporto è 0,67 cioè 67/100. Ed infatti sulla tabella presentata da Trump campeggia esattamente una barriera illegittima alle esportazioni americane pari al 67%, da cui deriva un dazio compensativo pari alla metà, arrotondato al 34%.
Continuiamo con l’Unione Europea? Ecco: 236 miliardi di dollari di deficit statunitense nel 2024 su un totale di importazioni pari a 606 miliardi. Il risultato della divisione è 0,389, che è stato arrotondato a 0,4 e dunque al 40%. E, dividendo questa barriera illegittima a metà, ecco che esce fuori il 20% di dazio sulle importazioni dall’Unione Europea.
Ancora? Prendiamo il Madagascar, che imporrebbe una barriera del 97% alle esportazioni americane. Ebbene, in questo caso, il deficit americano nel 2024 è stato di 680 milioni di dollari su un valore complessivo di 733 milioni di dollari di importazioni da quel Paese. Ebbene, il risultato della divisione è esattamente 0,927, che è stato arrotondato a 0,93 e quindi al 93%. Per cui, il dazio compensativo è stato determinato al 47%.
Neppure Israele fa eccezione: deficit americano nel 2024 pari a 7,42 miliardi di dollari su un totale di importazioni pari a 22,22 miliardi. Il risultato della divisione è 0,334 che è stato arrotondato al 33% imponendo un dazio compensativo del 17%.
Ci sono vistose eccezioni geopolitiche a questa regoletta aritmetica: non si applica né al Continente americano, nè ai Paesi amici come il Regno Unito e addirittura la Turchia. Naturalmente anche gli Emirati Arabi Uniti che hanno promesso al Presidente Trump investimenti negli Usa per 1400 miliardi di dollari nell’arco di dieci anni.
Infatti, non si parla né di Canada né di Messico che sono legati agli Usa da un Trattato (USCAM) che fu stipulato ai tempi del precedente mandato di Trump e che prevede libera circolazione, cioè dazi a zero, a determinate condizioni di produzione. Per questi due Paesi sono state imposte in precedenza le cosiddette misure “anti fentamyl” e per contrastare l’immigrazione clandestina, che seguono un iter particolare.
Un occhio di riguardo, col dazio compensativo del 10%, viene riservato ai Paesi dell’America Latina: Argentina, Brasile, Cile, Colombia, El Salvador, Honduras, Perù e Repubblica Dominicana.
Ma lo stesso trattamento di favore viene dato a Regno Unito, Marocco, Egitto e Turchia: ognuno di questi Paesi, per ragioni diverse, va tenuto amico. E, non casualmente, c’è anche Singapore: ci girano tanti soldi e sono ben custoditi.
I dazi di Trump rispondono dunque sia a criteri geoeconomici che geopolitici, il solito intreccio.