Perché il vertice di Davos non salverà l’economia mondiale dalla crisi

Giacomo Andreoli

20 Gennaio 2023 - 16:00

Al World Economic Forum di Davos i vertici di aziende e istituzioni occidentali si confrontano sulle prospettive economiche e lanciano proposte, ma la loro rischia di essere solo una maschera.

Perché il vertice di Davos non salverà l’economia mondiale dalla crisi

Basterà il raduno del gotha del capitalismo mondiale per salvare l’economia occidentale dallo spettro della recessione? Nonostante le parole fiduciose ad esempio di Christine Lagarde sulle prospettive macroeconomiche dell’Unione europea nel 2023, gli stessi esperti del World economic forum di Davos sanno che l’Occidente va verso una nuova crisi, spinta da inflazione, caro-energia e prospettive negative della Cina. Nemmeno loro potranno fermarla, anzi.

Quest’anno come mai le critiche all’annuale meeting con economisti noti e vertici di aziende e istituzioni economiche occidentali sono tante e differenziate. Questo innanzitutto perché il forum di Davos ha dato spazio ai cosiddetti “falchi” europei, convinti che si debba continuare con politiche monetarie restrittive, tornando a una certa austerità sui conti pubblici e a politiche neoliberiste sulle pensioni. Politiche che, secondo gli economisti di scuola neo-keynesiana, rischiano di aggravare la crisi sociale.

Ma non solo: la nuova generazione di ambientalisti, guidati da Greta Thunberg, ha sottolineato tutta la contraddittorietà dell’evento, in cui prende la scena quella che è considerata la plutocrazia mondiale che sta “alimentando la distruzione del pianeta”, volendo apparire invece come come “la gente su cui contare per risolvere il problema”. Insomma: non è solo una questione congiunturale, ma strutturale, legata alla difficile sfida della transizione ecologica.

Davos, perché gli economisti prevedono la recessione

Il World Economic Forum è un’organizzazione non governativa che riunisce una volta all’anno aziende, leader, attori e numerose personalità influenti a livello globale. Fondato nel 1971, dalla fine degli anni ’80 è ritenuto un momento cruciale per elaborare idee e condividere soluzioni sulle questioni più rilevanti a livello economico, sociale, politico del mondo.

Quest’anno a prendere la scena sono state le previsioni degli economisti maggiori istituzioni finanziarie e aziende sull’andamento del Pil dell’Occidente e del mondo nei prossimi mesi. Due su tre prevedono una recessione globale e un’economia segnata da tensioni geopolitiche (con al centro la guerra tra Russia e Ucraina) e politiche restrittive su tassi di interesse e titoli di Stato delle banche centrali (in primis americana ed europea).

Secondo la presidente della Bce Lagarde, poi, “la Cina si sta risvegliando e comprerà più gas naturale liquefatto, in un mercato che non ha molta capacità produttiva inutilizzata di petrolio e metano: ci saranno quindi più pressioni inflazionistiche”. Pechino, a detta degli esperti di Davos, può avere risultati migliori del previsto grazie alla scelta di abbandonare la politica zero-Covid. Insomma, una spinta alla crescita maggiore delle previsioni che può tenere ancora alta l’inflazione, anche se le ripercussioni sanitarie sono ancora da valutare e potrebbero innescare al contrario un effetto recessivo.

Quando finirà l’inflazione in Europa e negli Stati Uniti?

Gli ultimi dati sull’Eurozona e sugli Stati Uniti mostrano chiaramente che l’inflazione stenta a scemare, soprattutto nel Vecchio Continente, in cui gli effetti del caro-energia sono ancora molto forti. In questo scenario il potere d’acquisto delle famiglie cala, la domanda interna frena, l’offerta è strozzata e si prevedono a breve dei segni meno sul Pil di alcuni dei maggiori Stati membri dell’Ue.

Quello che si prevede a Davos è una crisi del costo della vita che potrebbe raggiungere quest’anno il suo apice e diventare meno grave entro la fine del 2023. In tutto ciò le interruzioni della catena mondiale di approvvigionamento non dovrebbero determinare un significativo rallentamento dell’attività commerciale. Soluzioni concrete per evitare questi scenari, però, ne sono state proposte ben poche.

Il forum di Davos può alimentare la rabbia populista?

Quanto alle generali discussioni sulla lotta al cambiamento climatico e alla povertà, fa innanzitutto discutere il modo in cui si tiene il forum: centinaia di persone arrivano con jet privati inquinanti in una sontuosa località turistica svizzera, adibita a grande evento internazionale. A far riflettere di molti interventi nei panel e nei dibattiti organizzati durante la cinque giorni a Davos, secondo il noto editorialista del The Guardian Hamilton Nolan, è “l’assurdità di fondo”.

Il forum sarebbe “un simbolo delle élite di clausura che si coccolano da soli, mentre tengono lezioni sulla necessità della sostenibilità; un simbolo di esclusività che si veste del linguaggio della democrazia; un simbolo degli irresponsabili finanzieri, burocrati e intellettuali che sono andati nelle scuole giuste e lavorano per le istituzioni giuste e sono quindi autorizzati a rinchiudersi in una bolla impermeabile; un simbolo di chi, guardando nell’ignoranza un mondo di cui non hanno mai sperimentato i problemi, prescrive una linea d’azione che, per coincidenza, perpetuerà il dominio di cui hanno goduto per generazioni”.

Tutto ciò, per Nolan, invece di frenare la rabbia populista, la alimenterebbe, perché quanto filtra da Davos si collega almeno in parte alle decisioni politiche e monetarie che effettivamente vengono prese.

Lo scontro tra ecologisti ed economisti di Davos

Secondo Greta i partecipanti al forum hanno come priorità “la loro ingordigia, profitti di breve periodo sopra la gente e il pianeta”. Per questo le attiviste ecologiste che l’hanno accompagnata a Davos per protestare hanno guardato con scetticismo John Kerry, inviato Usa per il clima, che cercava di spiegare i progressi contro il cambiamento climatico.

Contemporaneamente le attiviste hanno lanciato una petizione con quasi 1 milione di firme contro i manager delle maggiori compagnie petrolifere mondiali, che “sapevano da decenni che i combustibili fossili causano catastrofici cambiamenti climatici”, e ci hanno “ingannato”.

Sempre a Davos, però, l’Agenzia internazionale dell’Energia ha spiegato che l’obiettivo di contenere il riscaldamento del pianeta entro gli 1,5 gradi non verrà raggiunto se non si interromperanno le nuove estrazioni di gas, carbone e petrolio. Per questo il presidente Fatih Birol spinge a far salire gli investimenti in energia pulita da 1.500 a 4.000 miliardi di dollari.

Molte aziende presenti al forum gli danno ragione, dimostrando di capire che il climate change può trasformarsi in un cataclisma economico e finanziario e schierandosi a favore del maxi piano green da 269 miliardi di Joe Biden negli Usa. Ma secondo gli attivisti ecologisti il loro impegno è ancora troppo scarso e il tempo a disposizione per salvare l’attuale modello di sviluppo capitalista da sé stesso, evitando il collasso climatico, quasi esaurito.