Vaccino, la lista delle aziende italiane che potrebbero produrlo

Laura Pellegrini

24 Febbraio 2021 - 09:51

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La produzione italiana del vaccino contro il Covid è un tema molto discusso all’interno della maggioranza di Governo: quali aziende potrebbero contribuire nella produzione e infialamento?

Vaccino, la lista delle aziende italiane che potrebbero produrlo

Farmindustria sta conducendo un censimento delle aziende italiane che potrebbero contribuire alla produzione e all’infialamento del vaccino in Italia. Raggiungere l’indipendenza nella produzione costituirebbe un passo importante per il nostro Paese in vista dell’accelerazione del piano vaccinale.

Il premier Mario Draghi ha già insistito sulla necessità di avviare una produzione italiana, ma gli ostacoli che si pongono di fronte a questa proposta sono diversi e spesso non incoraggianti. Giovedì si tiene un incontro tra il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti e il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi per delineare le prime ipotesi sulla possibilità di avviare una produzione italiana del vaccino anti-Covid.

Quali sono le aziende italiane potrebbero contribuire nella produzione e nell’infialamento dei vaccini? Come potremmo avviare (e da quando) una produzione in Italia?

Vaccino Covid, le aziende italiane pronte all’infialamento

Dopo i tagli annunciati da Pfizer, Moderna e ora anche da AstraZeneca, la campagna vaccinale italiana potrebbe subire l’ennesimo brusco rallentamento. Per accelerare i tempi, infatti, sarebbe necessario raggiungere la cosiddetta “indipendenza”, spesso invocata anche dal Commissario straordinario Domenico Arcuri.

In Italia, infatti, sono parecchie le aziende che potrebbero contribuire nella produzione e nell’infialamento di un eventuale vaccino italiano. Per esempio, lo stabilimento di Anagni della multinazionale Catalent (provincia di Frosinone) è già attivo nell’infialamento dei vaccini per AstraZeneca e potrebbe farlo anche per Pfizer-Biontech e per la Johnson & Johnson non appena saranno arrivati i via libera degli enti regolatori.

Anche lo stabilimento della multinazionale tedesca Aenova, Haupt Pharma di Latina, potrebbe dare un prezioso contributo riconvertendo i reparti per l’infialamento del siero. “Si tratta di un investimento di oltre 15 milioni di euro - ha chiarito l’amministratore delegato Paolo Abbate a Il Sole 24 Ore - che ci consentirà l’infialamento di medicinali in forma liquida, a partire dai vaccini”. L’obiettivo aziendale è quello di ottenere l’autorizzazione dell’Aifa da ottobre.

Il nodo della produzione del vaccino in Italia

Produrre il vaccino in Italia, invece, sarebbe un processo molto più complesso a causa della mancanza di bioreattori utili per la produzione del principio attivo del vaccino stesso.

Come ha fatto notare Rino Rappuoli, direttore scientifico di Gsk, multinazionale del settore vaccini di Rosia (in provincia di Siena), “Gsk ha i bioreattori, ma non per il vaccino anti-Covid, bensì per il vaccino contro la meningite che è batterico. Reithera ce l’ha ma non credo per fare milioni di dosi”. Ciò non significa, però, che in Italia non si possano ottenere i bioreattori, ha specificato Rappuoli, “bisogna però tenere conto che serve lo standard e l’approvazione prima dell’Ema e poi dell’Aifa. E i tempi non sarebbero brevi”. Inoltre, ad Avvenire Rappuoli ha spiegato che “per modificare l’impianto con l’obiettivo di produrre vaccini anti-Covid ci vorrebbero almeno 7-8 mesi e inoltre bisognerebbe produrre altrove i vaccini contro la meningite, che nel mondo colpisce circa 2,8 milioni di persone all’anno”.

L’assessore alla Salute della Regione Lazio ha nominato anche l’azienda americana Thermo Fisher Scientific di Ferentino come stabilimento potenzialmente utile per la produzione di vaccini adenovirali e a Rna messaggero. Infine, anche Fidia farmaceutici di Abano Terme ha dato la sua disponibilità per la produzione di vaccini anti-Covid in Italia.

Burioni: «per il vaccino in Italia tempi troppo lunghi»

Secondo il virologo Roberto Burioni la produzione del vaccino contro il Covid-19 in Italia andrebbe a dilatare troppo i tempi e permetterebbe - nel frattempo - al virus di diffondersi tra la popolazione. Su Twitter il virologo ha spiegato che forse “questa geniale idea” sarebbe stata da attuare “a novembre quando abbiamo saputo di avere due vaccini dall’efficacia mostruosa e non a fine febbraio. 4 mesi regalati al virus, centinaia di morti al giorno. Chi ha colpa per questo ritardo intollerabile?”.

Dello stesso parere è anche l’immunuloga Antonella Viola, che su Facebook scrive: “Ci serve organizzare la produzione di vaccini in Italia? Anche se chiaramente non è più la strada per affrontare questa prima campagna di vaccinazione, la risposta è comunque sì”. Tuttavia, “ se ci si fosse organizzati 4 mesi fa oggi saremmo probabilmente in grado di produrre parte delle dosi che ci servono - ha aggiunto l’esperta -, ma non bisogna pensare che sia troppo tardi ”.

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