La guerra commerciale scatenata da Donald Trump contro la Cina è stata fin dall’inizio una battaglia mal calibrata, priva di una strategia coerente e fondata su presupposti economici e politici errati.
A oggi, i suoi effetti si rivelano più dannosi per gli Stati Uniti che per la Cina, una potenza ben più resiliente e strategicamente preparata di quanto l’ex presidente americano e i suoi consiglieri abbiano mai voluto ammettere.
Non è la prima volta che Washington sottovaluta Pechino. L’errore fatale di Harry Truman nel 1950, durante la guerra di Corea, dimostra come l’arroganza strategica possa tradursi in umiliazioni storiche. All’epoca, l’intelligence americana riteneva che la neonata Repubblica Popolare Cinese fosse troppo debole per intervenire. La risposta cinese, con oltre 200.000 soldati attraversando il fiume Yalu, portò invece a un disastro per le truppe americane, tanto da spingere Truman a considerare l’uso di armi nucleari. La Cina, da allora, ha costruito una memoria storica attorno a quella sfida, alimentata oggi da una cultura patriottica radicata e capillare.
Quella stessa memoria viene ora mobilitata in risposta alle provocazioni dell’America trumpiana. L’idea che la Cina possa cedere sotto il peso di dazi e ritorsioni commerciali appare del tutto scollegata dalla realtà. Pechino è oggi la prima potenza industriale del mondo e il principale creditore globale, con oltre 6.000 miliardi di dollari in riserve valutarie, comprese quelle gestite da banche statali. Il confronto è impari: gli Stati Uniti, con un tasso di risparmio vicino allo zero e un debito pubblico che ha superato il 120% del PIL, dipendono strutturalmente dai capitali esteri.
Nonostante le fanfare mediatiche, la Cina non ha nemmeno iniziato a usare il proprio potere finanziario come leva. Ma potrebbe farlo, se costretta. Il crollo recente dei titoli del Tesoro americano è stato causato da altri fattori – in particolare il comportamento sconsiderato degli hedge fund e il lassismo fiscale del Congresso – ma ha mostrato quanto fragile sia l’intera impalcatura finanziaria americana. In uno scenario simile, basterebbe una mossa mirata di Pechino per far slittare un’asta del debito e generare panico sui mercati globali.
Trump ha dunque innescato una guerra che non poteva vincere. Ha immaginato un mondo in cui l’America detiene ancora il potere di dettare le regole, ignorando che oggi la Cina possiede gli strumenti per contrastare ogni tentativo di coercizione economica. La sua strategia ha esacerbato le tensioni commerciali, minato la fiducia internazionale nella leadership americana e rafforzato il fronte interno cinese, dove Xi Jinping può presentarsi come il difensore della sovranità nazionale contro l’ingerenza occidentale.
La guerra commerciale, lungi dall’indebolire Pechino, ha accelerato il decoupling tecnologico, spingendo la Cina a rafforzare l’autosufficienza nei settori chiave e a diversificare le proprie alleanze economiche, consolidando rapporti con paesi emergenti e potenze rivali dell’Occidente. L’idea che i consumatori americani potessero sopportare l’aumento dei prezzi e l’interruzione delle catene di approvvigionamento si è rivelata ingenua. I costi sono ricaduti direttamente su famiglie e imprese, mentre il sostegno politico alla guerra commerciale si è sgretolato con l’approssimarsi delle elezioni di medio termine.
Oggi la domanda non è più se la Cina cederà, ma quanto a lungo gli Stati Uniti potranno sostenere una linea così economicamente autolesionista.
Trump, nel tentativo di riaffermare un primato ormai in crisi, ha finito per dimostrare proprio ciò che voleva negare: che l’egemonia americana è più fragile di quanto sembri, e che la Cina è pronta a difendere la propria posizione con la calma risolutezza di chi ha già affrontato e superato sfide ben peggiori.