L’Ucraina è a corto di soldati da inviare al fronte e per questo ha chiesto aiuto all’Europa chiedendo di interrompere l’accoglienza dei rifugiati adulti.
Sono ormai passati quasi quattro anni e mezzo da quando la Russia ha attaccato l’Ucraina, dando vita a una guerra nel cuore dell’Europa. Dopo tutto questo tempo, l’esercito ucraino fatica sempre di più a trovare uomini da mandare al fronte, tanto che Kiev ha chiesto a Bruxelles di fare la sua parte, smettendo di accogliere con lo status di rifugiati gli uomini in età da combattimento che lasciano il Paese.
La Commissione europea ha presentato una proposta formale che ridisegna le regole della protezione temporanea per i circa 4 milioni di ucraini fuggiti dal Paese e residenti nell’Unione Europea. Dopo l’invasione russa del 2022, agli ucraini era stata concessa la protezione temporanea, misura poi prorogata più volte e destinata a essere estesa fino a marzo 2028. Ora, però, arriva una distinzione importante: chi è già in Europa continuerà a beneficiare della protezione indipendentemente dall’età, perché la misura non sarà retroattiva. Cambieranno invece le regole per i nuovi arrivi.
Cosa cambierà e per chi
Gli uomini di età compresa tra i 23 e i 60 anni che cercheranno di raggiungere l’Europa dopo l’adozione della proposta non potranno più accedere automaticamente al programma di protezione temporanea. La legge marziale ucraina vieta a questa fascia di età di lasciare il Paese e Bruxelles ha deciso di allinearsi formalmente a questa norma. Queste persone potranno comunque presentare domanda di asilo individuale, ma non potranno usufruire del canale preferenziale riservato ai rifugiati ucraini.
«La nostra proposta prevede che non venga concessa protezione temporanea alle persone appena arrivate che non possono lasciare l’Ucraina a causa dei loro obblighi militari», ha dichiarato Magnus Brunner, commissario europeo per gli Affari interni. «È una cosa che ci hanno chiesto gli ucraini».
I numeri del fenomeno
Attualmente sono 4,4 milioni gli ucraini che beneficiano della protezione temporanea nell’Unione Europea, con accesso a permessi di soggiorno, diritto al lavoro, assistenza medica, welfare e istruzione. Gli uomini adulti rappresentano il 27% del totale. La Germania è il Paese che ospita la comunità più numerosa, con quasi 1,3 milioni di beneficiari, seguita da Polonia e Repubblica Ceca.
In Italia la situazione è più contenuta: al 31 marzo 2026 il numero di beneficiari ha registrato un forte calo, pari al 47,4% rispetto al mese precedente, scendendo a circa 33.000-34.000 persone. Una flessione legata soprattutto alla scadenza simultanea di un numero elevato di permessi, e dunque di natura tecnica, non necessariamente a un fenomeno di rimpatri.
Dal 2022, secondo le stime disponibili, le forze ucraine avrebbero perso tra le 500.000 e le 600.000 unità tra morti, feriti e dispersi. La carenza di uomini al fronte è una delle ragioni principali per cui Kiev ha chiesto all’Unione Europea di intervenire.
Prima dell’annuncio formale della Commissione, i ministri dell’Interno dei 27 Stati membri si erano riuniti a Lussemburgo per discutere la questione. Brunner aveva già anticipato che sull’esclusione degli uomini in età di leva stava emergendo una certa convergenza tra i Paesi membri. Sul tavolo c’era anche un’altra ipotesi: escludere dalla protezione temporanea i cittadini provenienti da regioni dell’Ucraina considerate sicure.
La proposta, che dovrà essere adottata formalmente dagli Stati membri, prevede anche lo sviluppo di un programma pilota per sostenere gli ucraini che vogliono tornare in patria, con un supporto concreto in termini di lavoro, alloggio e istruzione.
La misura è politicamente delicata. Da un lato risponde a una richiesta esplicita di Kiev ed è coerente con la legge marziale ucraina attualmente in vigore. Dall’altro pone una domanda difficile: fino a che punto l’Europa può e vuole allinearsi alle necessità militari di un Paese in guerra, modificando le proprie norme di accoglienza?
Il carattere non retroattivo della misura attenua le polemiche più immediate, ma non chiude il dibattito su cosa significhi davvero protezione umanitaria in tempo di guerra.