È una sorpresa che i Democratici sicuramente non gradiscono, anche se fanno finta di niente e non ne parlano. Il Trump 2.0 di questa campagna elettorale 2024 per la presidenza, e soprattutto per il Congresso, ha imparato qualcosa dai tanti fiaschi del 2020 e del 2022 e, quietamente, lo mette in pratica. Il Trump che era famoso per dare endorsement ai candidati Repubblicani usando il personalissimo criterio della loro assoluta fedeltà a se medesimo è sparito. Non c’è più.
Quando oggi sceglie chi appoggiare, nelle primarie e nei voti in generale, lo fa in stretto accordo con i dirigenti del partito, e i leader dei comitati parlamentari, di cui si fida ciecamente.
Trump non ha più l’ossessione di imporre ai suoi il marchio Make America Great Again, dividendo il partito in buoni e cattivi. Maga era oltretutto degenerato in sinonimo, sbeffeggiato a sinistra, dell’adesione dei suoi fedelissimi alla assurda idea che il voto del 2020 gli era stato rubato con l’inganno. Dopo aver toccato il fondo politico con il ruolo indecente giocato il 6 gennaio 2021 dai suoi fans violenti all’assalto del Campidoglio, l’ex presidente ha impiegato tre anni pieni a digerire l’umiliazione del suo superego sconfitto. Ed è approdato, finalmente, alla banalità: se si partecipa ad una elezione lo si deve fare per vincere, e nel sistema bipartitico americano ciò significa tenere conto che l’obiettivo di fondo è di allargare la coalizione a chi non si identifica al 100% con te, ma che con te condivide almeno alcuni valori di fondo, e la tessera di partito. Insomma, a chi è sempre migliore degli avversari Democratici, non fosse altro perché aiuta il GOP a raggiungere la maggioranza in entrambi i rami del parlamento.
È molto probabile che Trump si stia preparando al suo futuro post presidenziale: nel momento in cui riuscisse a rientrare nella Stanza Ovale non dovrà più rivincere altre elezioni ma costruire qualcosa per cui essere ricordato. E le vittorie, da presidente, si ottengono - soprattutto - grazie a un Congresso che ti viene dietro, non che ti osteggia. Quindi che abbia la maggioranza più solida possibile di membri del tuo partito: chi controlla la Camera e il Senato, infatti, ha in mano l’agenda dei lavori legislativi.
Qualche esempio di questa nuova propensione trumpiana utilitarista, pratica? Il più clamoroso è Larry Hogan, l’ex governatore Repubblicano del Maryland, stato blu e filo Democratico, popolare e dichiaratamente anti Trump. Infatti Hogan non ha appoggiato mai Trump: nel 2016, nel 2020, e neppure quest’anno, dando l’endorsement a Nikki Haley. Siccome Hogan non può più fare il governatore dopo i due mandati conquistati nel suo Stato, ha deciso di correre il prossimo novembre per fare il senatore nel Maryland. Pur essendo del GOP, confida nella popolarità maturata, nel proprio Stato, dal gennaio 2015 al gennaio 2023 mentre era in carica. Non a caso, la media dei recenti sondaggi nel Maryland curata da RCP, ad oggi metà giugno, vede Hogan al 46,5%, contro il 40% della candidata Angela Alsobrooks.
Il Trump vendicativo che conoscevamo fino a pochi mesi fa non avrebbe mai sostenuto un suo nemico dichiarato. Ma invece stavolta, alla domanda su Hogan di un giornalista di Fox News, Trump ha risposto: “Vorrei davvero vederlo vincere e così noi prenderemo la maggioranza. Dobbiamo rafforzare il nostro Paese. Penso che lui abbia buone chance di vincere”.
Questo è un caso a sé, che se andasse a buon fine basterebbe per dare in Senato la maggioranza al GOP, che oggi ha 48 senatori su 100 e ha bisogno di almeno un altro seggio oltre a quello, dato per scontato, della West Virginia. Con 50 senatori, infatti, il partito del presidente ha per legge la maggioranza perché il vicepresidente degli Stati Uniti è anche presidente del Senato con diritto di votare in caso di parità su qualsiasi votazione. L’addio ai Democratici, in West Virginia, di Joe Manchin, il senatore moderato uscente che correrà da Indipendente, ha reso il popolare ex governatore Repubblicano Jim Justice ultrafavorito in uno Stato dove Trump ha vinto con margine amplissimo - 39 punti - quattro anni fa: il 68,6% contro il 29,6% di Biden.
Comunque, per rafforzare la speranza di conquistare il Senato indicando nomi “giusti” per vincere altri seggi, Trump lavora con Steve Daines, chairman del Comitato Nazionale Repubblicano del Senato. Su diretto input di Daines, per esempio, Trump ha dato l’endorsement, per conquistare il seggio in Nevada ora in mano ai Democratici, a Sam Brown. Lo ha individuato tra 11 concorrenti alle elezioni primarie Repubblicane, tra i quali c’era pure Jeff Gunter, ambasciatore dello stesso Trump in Islanda. Gunter aveva impostato la sua campagna attaccando proprio Brown, bollandolo di slealtà a Trump: ma i sondaggi davano Brown come il più accreditato a battere la senatrice Democratica in carica Jacky Rosen, e la spinta di Trump gli ha fatto vincere le primarie.
Altro seggio “caldo” è quello in Montana, Stato tradizionalmente filo-Repubblicano, dove c’è un senatore Democratico che cerca la riconferma, Jon Tester. A sfidarlo in novembre sarà Tim Sheehy, un ex Navy SEAL che ha vinto le primarie del GOP la settimana scorsa, e che era stato reclutato pure lui da Daines. Anche qui Trump è sceso in campo a favore del nome indicato dal partito, snobbando un altro pretendente alla nomination, Matt Rosendale, che per farsi notare da Trump era stato tra i deputati ribelli ultra Maga che avevano fatto perdere il posto di Speaker a Kevin McCarthy. Ma allora erano altri tempi nel GOP, e andava di moda, specialmente tra i deputati, l’accusa di RINO (Republican In Name Only, Repubblicani solo nel nome) a coloro che non erano ritenuti trumpiani senza se e senza ma. In effetti, nel passato, Trump aveva dato il suo appoggio a Rosendale; ora però lo ha mollato, evidentemente convinto che magari Sheehy non sarà stato sempre un trumpiano Doc, ma ha più chance di vincere rispetto a Rosendale.
Kimberley A. Strassel, opinionista del Wall Street Journal che ha fatto una ricerca minuziosa sugli endorsement rivelatori del nuovo Donald, ricorda pure il caso famigerato, alle elezioni di medio termine del 2022, di Mehmet Oz, una personalità televisiva senza qualità politiche credibili. Trump stravedeva per Oz, che poi perse nettamente la corsa per il posto di senatore in Pennsylvania. Due anni fa, per far posto a Oz, Trump aveva fatto la guerra a un candidato Repubblicano non Maga, normale ed eleggibile, David McCormick. Con la coda tra le gambe, Trump ha stavolta dato pieno supporto a McCormick, sperando che vinca il seggio occupato dal Democratico Bob Casey.
Alla Camera sta avvenendo la stessa cosa per gli endorsement dei deputati del GOP. Prima che essere Maga, devono avere serie chance di vittoria. La conversione di Trump verso un approccio più attento alla regola di base della politica - vincere praticando l’arte del possibile e respingere il radicalismo purista e ideologico (‘ideologia’ e ‘trumpismo”, peraltro, sono un ossimoro) - di sicuro è il fatto nuovo della sua campagna. Potrà anche non essere decisivo per fargli vincere la Casa Bianca e il Congresso, ma che il trend sia tenuto sotto censura dalla stampa e dalle televisioni di sinistra è il segnale di quanto liberal e Democratici abbiano il terrore di fronteggiare un Trump sempre più “normale”. Che vuole vincere. Banalmente.