Trump manda in soffitta il dividendo della pace UE. Ecco lo scenario che ci attende

Guido Salerno Aletta

11/04/2025

Tra fratture interne, venti di guerra e alleanze che si ricompongono nell’ombra, l’Europa vacilla: l’Italia, di nuovo Paese di frontiera, osserva mentre il vecchio ordine si dissolve.

Trump manda in soffitta il dividendo della pace UE. Ecco lo scenario che ci attende

Nuovi equilibri si disegnano per l’Europa, che vede rompersi il guscio dell’Unione ed il riaccostarsi della Gran Bretagna da una parte e della Turchia dall’altra. Ha due fronti aperti, ad Est e ad Ovest: non le era mai successo prima di trovarsi in una situazione di una duplice e contemporanea tensione internazionale nei confronti degli Stati Uniti e della Russia, per ragioni che sono in entrambi i casi sia economiche che di sicurezza.

Questioni che vengono da lontano, ma che erano state tenute in sordina finché l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ed il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump non ha fatto collassare la situazione di omertoso vantaggio per l’Europa: da una parte, sul versante economico, c’erano il gas russo a basso costo e gli attivi commerciali nei confronti degli Usa; dall’altra parte, sul versante della sicurezza, c’era la copertura difensiva fornita dalla Nato nei confronti della Russia che rendeva inutile anche l’implementazione degli Accordi di Minsk di cui Francia e Germania si erano fatte garanti per assicurare una composizione pacifica delle tensioni relative alle minoranze russofone e russofile in Ucraina.

Nel frattempo, preceduta dalla Nato, era continuata imperterrita la marcia trionfale dell’Unione che ha offerto la prospettiva dell’adesione a qualsiasi Paese fosse interessato a beneficiare di far parte di un grande mercato e degli aiuti volti ad integrarlo, anche i più lontani sul Mar Nero come la Georgia. Per non parlare dell’Armenia, che pure ha votato una richiesta a tal fine.
La situazione dell’Unione europea si è fatta improvvisamente difficilissima: Donald Trump ha cambiato completamente strategia rispetto al feeling strettissimo che aveva caratterizzato le relazioni transatlantiche durante la Presidenza di Joe Biden, sia in relazione alla necessità di sostenere con fondi pubblici cospicui la transizione energetica e la protezione dell’ambiente, laddove l’IRA statunitense e la New Generation Ue si accoppiavano, sia in relazione al sostegno incondizionato da dare all’Ucraina che era stata aggredita dalla Russia.

L’allineamento tra Usa ed Unione europea è dunque svanito d’incanto. L’Unione deve procedere ad un duplice riequilibrio: sul piano economico, l’Amministrazione Trump non è più disposta a tollerare ulteriormente il disavanzo strutturale della loro bilancia commerciale ed impone dazi durissimi; sul piano della sicurezza, i Paesi europei aderenti alla Nato devono parimenti aumentare le proprie spese militari per sgravarne gli Usa.
Nei confronti di Mosca, poi, il Presidente Trump ha cercato da subito la strada della trattativa diretta con il suo omologo Vladimir Putin nonostante costui fosse stato ostracizzato sul piano internazionale per via di un capo di accusa da parte della Corte Internazionale di Giustizia: le iniziative diplomatiche di Francia e Gran Bretagna, volte a rivendicare un ruolo di guida nella difesa delle ragioni dell’Ucraina in vista di una pace giusta e durevole con la Russia anche mediante l’impiego di militari da parte di una quanto mai vasta Coalizione di Volenterosi, hanno a loro volta spezzato l’incantesimo del precedente perfetto allineamento trans-Atlantico nell’ambito della Nato.

Il tentativo di recuperare spazio politico da parte di Bruxelles, dapprima con la predisposizione del Piano Rearm e poi con Readiness 2030, ha fatto emergere le prime crepe nell’ambito dell’Unione. Per quanto presentati come piani di spesa militare nazionale aggiuntiva, da coordinare ed incentivare in vario modo sotto la guida dell’Unione, è fallita la consueta strategia di forzare la mano per compiere un passo ulteriore nella verticalizzazione del potere sfruttando una situazione di emergenza.
Tutto si è sfilacciato in un batter d’occhio, non solo inficiando la prospettiva di procedere verso una più profonda integrazione politica dell’Unione, ma mettendo a rischio anche le basi consolidate: più che decisa per ingenuità ed avventatezza, quella di Bruxelles è stata la mossa di chi si sente franare la terra sotto i piedi. Pur di non derogare smaccatamente alle regole che presidiano le finanze pubbliche nazionali, si sono fatte strada le idee più disparate: il consueto refrain del debito comune europeo; la possibilità di usare le risorse del Fondo Salva Stati e poi Salva Banche, che in passato era già stato inutilmente offerto per finanziare gli investimenti in campo sanitario per contrastare l’epidemia di Covid; la flessibilità nella destinazione dei Fondi di Coesione per finanziare spese militari e di quelli del PNRR per agevolare gli investimenti privati nel settore della difesa.

Figurarsi, dunque, se sul terreno del riarmo la Francia si sarebbe fatta coordinare da Bruxelles, quando il Presidente Emmanuel Macron ha sempre sfruttato sul piano diplomatico e strategico la vicenda della guerra in Ucraina per rilanciare il ruolo della Francia come unico Paese dell’Unione dotato di un autonomo armamento nucleare da offrire come ombrello, al fine di aumentare la propria leva di potere nei confronti della Germania.
E figurarsi, poi, se la Germania non avrebbe utilizzato a suo esclusivo vantaggio l’occasione del “pericolo russo” per procedere ad un piano eccezionale di spesa pubblica per 500 miliardi di euro finanziata in disavanzo che le consente di intervenire liberamente sul piano degli armamenti e delle infrastrutture pubbliche alleviando la crisi economica che l’ha colpita da quando è venuto meno il gas russo e l’industria automobilistica ha dovuto seguire il processo deciso da Bruxelles di motorizzazione elettrica che l’ha pesantemente azzoppata.

L’Unione rischia per questo di andare in pezzi: mentre Bruxelles non è riuscita a conquistare la guida del processo politico di riarmo nei confronti della Russia, e si assiste all’antagonismo plateale tra Londra e Parigi che si alternano costantemente nel convocare Conferenze di Paesi Volenterosi al fine di delineare ipotesi di intervento militare dirette ad assicurare condizioni di sicurezza per l’Ucraina, dall’altra parte si moltiplicano i distinguo. Alla ben conosciuta ostilità verso sanzioni sempre più severe contro la Russia ripetutamente manifestata dalla Ungheria di Victor Orban, ed alle perplessità della Slovacchia guidata da Robert Fico, si è aggiunto il pericolo di nuovi smottamenti elettorale in Romania e Bulgaria verso la destra sovranista: l’annullamento da parte della Corte costituzionale delle elezioni presidenziali a Bucarest, che al primo turno avevano visto il successo del candidato nazionalista e filorusso Călin Georgescu ed a cui è stata poi negata la candidabilità, come quello di ben dodici deputati di vari partiti che erano stati eletti a Sofia per brogli di ogni genere, disegnano un cuneo politico e strategico sempre più profondo all’interno della Unione.

D’altra parte, pur schermandosi dietro le migliori intenzioni di solidarietà, ognuno continua a guardare innanzitutto ai propri interessi economici nazionali: se la Francia ha convocato per prima una Conferenza di donatori per la ricostruzione dell’Ucraina, a gennaio scorso è stato il Regno Unito ad anticipare tutti stipulando un Trattato di amicizia e di cooperazione militare ed economica di durata secolare, cosicché gli Stati Uniti di Donald Trump sono arrivati davvero in ritardo nel cercare di farsi firmare un Accordo privilegiato per lo sfruttamento delle risorse minerarie e delle infrastrutture energetiche volto a farsi ripagare gli aiuti concessi a Kiev. L’Europa, quando mai l’Ucraina dovesse entrare nell’Unione, si troverà la dispensa desolatamente vuota.
Da una parte c’è un contesto europeo più ampio dell’Unione che si organizza paventando il pericolo russo: Francia e Regno Unito si disputano il ruolo di guida, Germania e Polonia quello di partner principale, e dietro seguono Spagna, Danimarca e Paesi baltici. L’invito pressante a partecipare rivolto alla Turchia rimette in discussione un processo di adesione all’Unione che non è mai stato completato e che in prospettiva sarebbe ancora più dirompente: serve un nuovo contenitore per accogliere insieme Londra ed Ankara.

Sul versante opposto, c’è il cuneo politico mitteleuropeo e balcanico che per l’intanto aggrega l’Austria, che è sempre stata un Paese neutrale, l’Ungheria e la Serbia che hanno appena stretto un accordo di cooperazione militare, e la Slovacchia.
L’Italia torna ad essere un Paese di frontiera, come ai tempi della Guerra fredda: decisamente schierato nel campo occidentale ed europeo, ma con ampi spazi di manovra sia nell’ambito dell’Unione che in quello delle Coalizioni di Volenterosi.
In ogni caso, sarà la questione dei dazi americani a fare da detonatore: Bruxelles aveva dichiarato di voler rispondere immediatamente alla tariffa del 20% che è stata disposta da Trump su tutte le importazioni europee, ma poi non se n’è fatto nulla per paura della escalation. Aveva già bloccato, ai tempi della Presidenza Obama, il Trattato TTIP: niente importazione di cereali OGM, niente carne agli ormoni, e tantomeno automatico e reciproco riconoscimento delle autorizzazioni rilasciate alle imprese operanti nei settori delle banche e delle assicurazioni.

Bruxelles chiede deleghe politiche in bianco, che nessuno le concede. E’ nata per gestire una competizione economica ordinata tra gli Stati membri e non conflitti geopolitici: questa matrice è il suo limite insuperabile, soprattutto ora che è definitivamente tramontato il dividendo della pace di cui l’Europa ha beneficiato dal 1945.