Gli Stati Uniti hanno annunciato che inizieranno a vendere il petrolio venezuelano ma a chi, considerando che la Cina era il maggior importatore di greggio del paese?
Fino a pochi giorni fa, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ordinando un vero e proprio blitz a Caracas, ha fatto arrestare il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, e sua moglie, deportandoli negli Stati Uniti con l’accusa di collusione con il narcotraffico. Di conseguenza, il regime comunista guidato da Maduro è stato di fatto rovesciato, consentendo a Washington di assumere il controllo politico del Paese in attesa di nuove elezioni.
L’attenzione degli Stati Uniti si è concentrata soprattutto sul petrolio, considerando che il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere al mondo ma, a causa di infrastrutture obsolete e in pessimo stato, non riesce a sfruttarle appieno. Proprio per questo motivo, Washington ha annunciato l’intenzione di cooperare con il Venezuela e di avviare la vendita del petrolio venezuelano sui mercati internazionali. Resta però una domanda cruciale: a chi venderlo? Commercializzare il greggio venezuelano non sarà affatto semplice per gli Stati Uniti. Innanzitutto perché il principale importatore del petrolio venezuelano è la Cina, che ogni anno acquista circa l’80% della produzione del Paese sudamericano.
Con rapporti tutt’altro che distesi tra Stati Uniti e Cina, appare difficile immaginare che Pechino possa continuare ad acquistare petrolio venezuelano sotto il controllo americano. Allo stesso tempo, risulta altrettanto complicato pensare che Washington possa vendere il greggio a quella che viene considerata una storica rivale geopolitica. Esiste poi un ulteriore fattore che riduce l’interesse cinese verso il petrolio venezuelano: la rapida transizione energetica in atto nel Paese asiatico.
Alla Cina non serve più il petrolio venezuelano
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La Cina sta infatti portando avanti un cambiamento senza precedenti verso le energie pulite, soprattutto nel settore dei trasporti. Oggi, nel Paese, la maggior parte dei veicoli venduti è elettrico. Basti pensare che, dei 18,5 milioni di veicoli elettrici venduti a livello globale lo scorso anno, ben 11 milioni sono stati acquistati proprio in Cina. Con un mercato interno sempre più saturo, le aziende cinesi stanno inoltre espandendo la propria presenza all’estero, in particolare in Europa, con BYD che ha recentemente superato Tesla come primo produttore mondiale di veicoli elettrici.
Anche nella produzione di energia elettrica, Pechino sta accelerando la transizione energetica attraverso la costruzione di impianti solari ed eolici su larga scala. Attualmente risultano già operativi circa 1.400 gigawatt di capacità installata, mentre sono in fase di realizzazione ulteriori 510 gigawatt. La Cina si è inoltre impegnata ad aumentare la capacità complessiva di solare ed eolico fino a 3.600 gigawatt, un livello sei volte superiore rispetto a quello del 2020.
Parallelamente, il Paese sta investendo nel nucleare per ridurre ulteriormente la dipendenza dai combustibili fossili. Nel periodo di transizione, la Cina può comunque continuare ad approvvigionarsi di petrolio da Paesi partner come Iran e Russia, senza dover dipendere dal Venezuela.
C’è infine un altro elemento che rende il petrolio venezuelano difficile da collocare sul mercato: la sua composizione chimica. Si tratta infatti di un greggio molto pesante, che richiede complessi processi di raffinazione e infrastrutture specifiche, non sempre disponibili o economicamente convenienti. La Cina aveva strutture all’avanguardia per la raffinazione ma gli altri Stati?
Di conseguenza, la sensazione è che il petrolio venezuelano finisca prevalentemente negli Stati Uniti, che con l’amministrazione Trump continuano a perseguire una politica fortemente legata ai combustibili fossili, rallentando il percorso verso una reale e strutturale transizione energetica.
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