Tra geopolitica, dazi e inflazione, ecco come navigare i mercati finanziari nel 2025

R. F.

04/03/2025

Analizziamo gli impatti delle dinamiche geopolitiche moderne sui mercati finanziari, esplorando come eventi storici e politiche di Trump (e non solo) stiano modellando il futuro economico globale.

Tra geopolitica, dazi e inflazione, ecco come navigare i mercati finanziari nel 2025

Nel film Tutti a casa di Comencini del 1960, il tenente Innocenzi (un epico Alberto Sordi) all’indomani dell’8 settembre 1943, trovandosi con il suo plotone di soldati italiani sotto il fuoco delle mitragliatrici tedesche, telefona al Colonnello comunicando “Signor Colonnello, è successa una cosa incredibile: i tedeschi si sono alleati con gli americani!”. Ma, come tutti sappiamo, la realtà era ben diversa: dopo l’armistizio, gli alleati tedeschi erano diventati all’improvviso nemici e le truppe italiane senza ordini precisi si ritrovavano allo sbando. Il mondo si era capovolto.

Qualcosa di molto simile a quello che sta succedendo nel mondo di oggi, da quando Trump è diventato presidente degli USA. Il patto atlantico non esiste più (almeno per questi 4 anni di presidenza Trump). Gli USA sono alleati della Russia e sostengono Putin, mentre l’Europa sostiene l’Ucraina e deve procedere ad un riarmo nel più breve tempo possibile per arginare l’avanzata della Russia nell’est Europa. Accollandosi la “garanzia” che, dopo un trattato di pace (se mai ci sarà)m Putin non riprovi ad occupare tutta l’Ucraina per poi dirigersi verso la Moldavia o verso la Georgia.

Non tocca a me fare una analisi politica degli eventi. Non ho la competenza, né la volontà, né l’esperienza per descrivere eventi che nessuno avrebbe mai immaginato accadessero solo sino a poche settimane fa. A me interessa cosa succede ai mercati finanziari e come muoversi fra di essi per gestire al meglio il portafoglio bilanciato azioni-obbligazioni denominato in euro. Per il medio termine, rimango un inguaribile ottimista, come avrete già letto dal mio ultimo articolo di pochi giorni fa (“Meglio comprare azioni o obbligazioni europee oggi?”). E ricordatevi che la guerra russo-ucraina non influenza i mercati finanziari: i 2 fattori determinanti per l’andamento dei mercati finanziari, in questo momento, sono la guerra sui dazi e la politica monetaria della Fed.

Innanzitutto bisogna notare che gli sviluppi geopolitici negativi del weekend sull’accordo di pace tra Russia e Ucraina stanno facendo salire i prezzi dell’oro. Sull’oro sono rialzista sin da tempi non sospetti, sin dal mio primo articolo del 13 dicembre 2023 “Perché investire in oro nel 2024? Previsioni e target”, poi confermato nell’articolo del 30 maggio 2024 “Perché conviene ancora comprare oro, argento e rame” e poi in quello del 13 giugno “Vi spiego perché il rally dell’oro può continuare nel lungo periodo”.

Qui lo ribadisco: comprate ETF sull’oro e non ve ne pentirete. L’oro deve essere una quota fissa del vostro portafoglio, ai fini di protezione dal rischio, a i fini di diversificazione e ai fini di accrescimento del valore dei vostri soldi nel tempo.

Nel frattempo, le criptovalute, tra cui Bitcoin, stanno registrando un forte rialzo dopo che Trump ha firmato un ordine esecutivo con cui costruire una riserva strategica di crypto. Ma sulle criptovalute rimango scettico: il loro valore intrinseco, non essendoci dietro di esse una banca centrale che se ne rende garante come debitore e come emittente, è pari a zero. E non comprerò mai criptovalute per questo motivo.

Se passiamo all’azionario dei Paesi emergenti, oggi i mercati asiatici mostrano una performance mista a causa delle incertezze geopolitiche e tariffarie. Fra un po’ di tempo converrà ritornare ad investirci.

E poi c’è la guerra sui dazi.
Ho già scritto che i dazi non comportano un aumento dell’inflazione, bensì un raffreddamento della crescita, attraverso un calo dei volumi del commercio internazionale (“Vi spiego le (reali) conseguenze della guerra dei dazi sui mercati finanziari”).

Come sapete, le tariffe reciproche del 25% su Canada e Messico e del 20% sulla Cina, inclusa la tariffa aggiuntiva del 10% annunciata la scorsa settimana, sono scattate il 4 marzo. La scadenza del 2 aprile per le altre tariffe reciproche si avvicina. Inoltre, lo «shutdown» del governo USA potrebbe verificarsi non appena la legislazione per il finanziamento provvisorio scadrà il 14 marzo a meno che non venga raggiunta una maggioranza di 60 voti al Senato, dove i repubblicani ne controllano 53.

Prevista dall’Antideficiency Act, la procedura di shutdown prevede che senza l’approvazione da parte del Congresso USA dei relativi stanziamenti, siano essi annuali o a breve termine, le attività governative non essenziali debbano essere sottoposte a un «arresto» (shutdown) fino all’approvazione di un rifinanziamento da parte del Congresso, e, con esso, un nuovo limite al tetto del debito pubblico americano).

I democratici e i repubblicani sono in disaccordo sul disegno di legge di finanziamento riguardo all’inclusione dei tagli alla spesa raccomandati dal Dipartimento per l’Efficienza del Governo (DOGE). La storia può dare qualche indicazione dell’impatto sul valore degli asset.

Esiste quindi un pericolo per i mercati azionari? Direi di NO. Considerando gli «shutdown» più recenti dal 2010 ad oggi, l’S&P 500 è salito in media del 4,7% durante questi eventi, mentre i rendimenti dei Treasury a 10 anni e il dollaro USA sono addirittura leggermente diminuiti.

Questa volta potrebbe accadere la stessa cosa: il rallentamento della crescita USA potrebbe invece essere il punto focale per i mercati finanziari, affrontato attraverso una potenziale estensione dei tagli fiscali di Trump del 2017. Che porterà alla fine più crescita e quindi sarà favorevole ai mercati azionari. Ma, ricordiamocelo, l’allentamento fiscale non è solo all’ordine del giorno negli Stati Uniti.

La spinta della Germania ad espandere lo spazio fiscale per la spesa in sicurezza e infrastrutture ha preso slancio nell’ultima settimana, mentre mercoledì si apre il 14° Congresso Nazionale del Popolo in Cina, dove è probabile che venga finalizzato un aumento del deficit fiscale. Non c’è da meravigliarsi che il futuro sia fatto di allentamento fiscale globale. E quindi di maggior crescita globale. La guerra sui dazi avrà poca importanza, ammesso che Trump la voglia continuare nel medio-lungo periodo (io non ci credo).

Tuttavia, per il breve periodo, ripensando alla scorsa settimana, si è assistito a un chiaro movimento di avversione al rischio nei mercati azionari globali mentre gli investitori hanno dovuto affrontare nuovamente la minaccia di ulteriori dazi statunitensi. Purtroppo tutto ciò è stato esacerbato da alcuni dati deboli dagli Stati Uniti, tra cui un calo nella lettura della fiducia dei consumatori del Conference Board, nonché dai risultati di Nvidia, che hanno mostrato il più piccolo rialzo dei ricavi in due anni.

Alla fine della settimana, l’S&P 500 è sceso del -1,0% anche se venerdì ha recuperato del +1,6% grazie a un rally di fine mese con tutti i guadagni della giornata verificatisi negli ultimi 90 minuti. I grandi titoli tecnologici sono stati il ​​principale motore in entrambe le direzioni, con i Magnifici 7 che hanno ceduto il -4,7% nella peggiore performance settimanale da settembre, nonostante un rimbalzo del +2,0% venerdì.

In Europa, tuttavia, si è registrata una performance molto più forte, e lo STOXX 600 ha registrato un decimo guadagno settimanale consecutivo, con un progresso del +0,6%. Si conferma così la mia view per il 2025: al di là delle volatilità momentanee, anche dettate da rischi geo-poltici, il 2025 potrebbe essere l’anno del mercato azionario europeo, trainato soprattutto dal settore difesa che nella sessione del 3 marzo ha scintillato nei listini europei.

Nel frattempo, aspettando la BCE di giovedì, continuate a comprare titoli di stato a lunga scadenza: non preoccupatevi dei momentanei rialzi di oggi 3 marzo (con i titoli di stato europei a rendimenti maggiorati di 7/10 bps sulle scadenze a 10 anni) perché l inflazione è destinata a scendere, non curante degli aumenti dei dazi.

Il 3 marzo infatti sono usciti i dati dell’inflazione area euro, e sono risultati in discesa al febbraio 2025 al 2,4% annualizzato, contro un 2,5% annualizzato di gennaio 2025. Nel breve invece I mercati invece hanno paura degli impegni di spesa in area euro relativi al settore difesa e quindi vendono bond perché temono una maggior offerta di debito pubblico nel quinquennio a venire, ma io non sono così certo che ciò avverrà.

E i dati sull’inflazione in discesa arrivano anche negli USA: infatti venerdì abbiamo anche ricevuto gli ultimi dati sull’inflazione PCE per gennaio, che è la misura target della Fed; il dato è stato sostanzialmente come previsto, con il PCE principale al +0,33% nel mese e il PCE core al +0,28%; tuttavia, sia il PCE primario che quello core sono ancora al di sopra dell’obiettivo del 2% della Fed su base annua, rispettivamente a +2,5% e +2,6%.

Fino a venerdì scorso invece, per i titoli di Stato, l’avversione al rischio aveva spinto i rendimenti al ribasso in tutto il mondo, con il rendimento dei Treasury a 10 anni che era sceso di -22,3 bps la scorsa settimana al 4,21%; si tratta del settimo calo settimanale consecutivo per il rendimento a 10 anni, ed è la prima volta che si verifica da giugno 2019. Nel frattempo, in Europa, i rendimenti sui bund a 10 anni erano scesi di -6,4 bps al 2,40%, mentre, in Giappone, il rendimento a 10 anni era sceso di -5,2 bps, terminando una serie di 7 aumenti settimanali consecutivi.

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