Ti hanno detto che l’Italia è tornata a crescere? Ecco perché è una balla clamorosa

Redazione Money Premium

03/02/2026

Più posti di lavoro, meno ricchezza: il rompicapo economico dell’Italia che nessuno sa spiegare.

Ti hanno detto che l’Italia è tornata a crescere? Ecco perché è una balla clamorosa

E’ di pochi giorni la promozione di Standard & Poor’s che ha riconosciuto all’Italia il rating BBB+, confermando le aspettative dei mercati, rivedendo al rialzo l’outlook da stabile a positivo. Per l’agenzia, pesa soprattutto la capacità dell’Italia di assorbire le pressioni esterne legate alle incertezze commerciali e tariffarie, grazie alla resilienza del suo tessuto produttivo.

Il quadro macroeconomico italiano offre segnali contrastanti ma significativi. ISTAT ha confermato che nel quarto trimestre del 2025 l’economia italiana ha registrato una crescita congiunturale dello 0,3% e tendenziale dello 0,8%, un’espansione modesta ma superiore a molte previsioni iniziali e persino superiore a quella di paesi come la Germania in quell’anno.

Cosa non torna nella crescita italiana?

Tutto bene quindi?
In verità l’economia italiana post-pandemia presenta un enigma che continua a sfidare economisti e policymakers. Nonostante una crescita del PIL reale superiore all’aumento dell’occupazione dal 2019, la produttività – specialmente quella oraria – appare stagnante o in declino.

Questa contraddizione di fondo è stata dettagliatamente esplorata dall’economista Riccardo Trezzi in un thread su X dove sottolinea come “l’unica certezza è che non ho molte certezze” su questo fenomeno complesso.

Prima di tuffarci nell’analisi post-2019, è essenziale contestualizzarla. L’Italia ha vissuto un rallentamento della produttività del lavoro fin dagli anni ’90, con una crescita media annua del PIL per ora lavorata che è scesa allo 0,5% negli ultimi tre decenni – il livello più basso dalla storia post-unificazione. Secondo un paper della London School of Economics, questo declino è legato a problemi strutturali come l’inefficienza del settore pubblico, la frammentazione delle imprese e una cattiva allocazione delle risorse.

Uno studio pubblicato su Economic Policy nel 2018 (e aggiornato in contesti recenti) evidenzia come la misallocazione delle risorse abbia giocato un ruolo significativo nel frenare la crescita della produttività italiana, con imprese inefficienti che ostacolano il potenziale delle più performanti. Un confronto internazionale amplifica il problema: dal quarto trimestre 2019 al terzo trimestre 2025, la produttività oraria in Spagna è cresciuta del +2,1%, mentre in Italia è calata del -2,5%, spiegando gran parte del divario di crescita del PIL (+9,8% per la Spagna vs +6,5% per l’Italia).

Perché l’Italia lavora ma non produce?

Questo gap sottolinea come l’Italia stia «lavorando di più ma producendo di meno», contrariamente alla Spagna che sfrutta la produttività per produrre di più con meno ore.
Come proposto da Trezzi, è opportuno dividere il periodo in tre fasi per chiarire le dinamiche.

Fase 1: Il Boom di Produttività (2021:Q1 - 2022:Q2)

In questa fase, «il PIL italiano è cresciuto molto più rapidamente dell’occupazione, generando un vero boom di produttività». I dati mostrano un output che supera nettamente l’aumento del lavoro, un fenomeno inaspettato dato che gran parte degli stimoli (come il Superbonus 110%) era diretta a settori a basso valore aggiunto come l’edilizia. Trezzi si interroga:

Cosa ha realmente guidato questo aumento? Ipotesi come l’effetto dei sussidi esistono, ma mancano studi specifici e il moltiplicatore stimato è basso.

Questa fase rappresenta un’anomalia positiva, ma pone le basi per le incongruenze successive.

Fase 2: Stagnazione del PIL e Boom Occupazionale (Metà 2022 - Fine 2024)

Qui la situazione si inverte: “Il PIL cresce poco, mentre l’occupazione continua a espandersi vigorosamente”. È questa la dinamica che domina il dibattito, con l’occupazione che cresce più del PIL. La Banca d’Italia attribuisce parte di questo allo shock energetico post-pandemia, che ha reso «molto più conveniente aumentare il fattore lavoro rispetto al capitale a causa dell’aumento dei prezzi relativi».

Nel paper n. 918 (aprile 2025), gli autori Fabrizio Colonna, Filippo Scoccianti e Eliana Viviano stimano che questo shock abbia spiegato il rallentamento della produttività nel 2022-23, favorendo processi produttivi labour-intensive.Trezzi esprime dubbi in merito: lo shock si è attenuato, ma non c’è stata normalizzazione, e le revisioni ripetute del PIL dal 2021 (correlate e non casuali) sollevano domande sulla accuratezza. Inoltre, il valore aggiunto (e il GDI) supera il PIL reale, complicando il quadro.

Fase 3: Il Ritorno della Produttività (Inizio 2025 - Oggi)

Nell’ultima fase, “l’occupazione sale solo dello 0,2%, mentre il PIL cresce dello 0,8%, con un contributo positivo dalla produttività per lavoratore”. Questo inversione riapre interrogativi: cosa lo spiega? Trezzi lascia la questione aperta, notando che l’enigma si complica passando al margine intensivo (ore lavorate).

Una spiegazione che non si trova

Eliana Viviano della Banca d’Italia nota che “il margine intensivo dell’utilizzo del lavoro è aumentato marcatamente post-COVID e le ore lavorate sono cresciute più del PIL”. Eppure, dal 2022 c’è stato un boom di contratti a tempo indeterminato, con la quota di precari scesa sotto i livelli pre-Decreto Poletti.
Trezzi pone la domanda cruciale:

Come possiamo dire che milioni di lavoratori sono passati da lavori precari e malpagati a ruoli stabili e meglio retribuiti, e allo stesso tempo affermare che la produttività oraria è calata?

Questo segnale positivo dal mercato del lavoro stride con i dati macro, scartando spiegazioni come il «labor hoarding» (ritenuto implausibile data la domanda non debole).

Un articolo de Il Foglio del gennaio 2024 suggerisce che tutto ciò potrebbe derivare da una sottostima del PIL. Dal Q3 2022 al Q3 2023, l’occupazione è cresciuta del +2,34% (record), ma il PIL è rimasto quasi invariato. Tra le ipotesi: destagionalizzazione errata (scartata), declino della produttività (legato allo shock energetico, ma con scetticismo per elasticità bassa in settori labour-intensive), o sottostima del PIL grezzo.
Trezzi ipotizza che la contraddizione della situazione economica dell’Italia non sia “nient’altro che un gigantesco, affascinante problema di misurazione”.

Un paper del MEF collega il rallentamento della produttività a una persistente alta disuguaglianza di reddito. In un contesto europeo, lo shock energetico ha colpito l’intera eurozona, ma l’Italia soffre di più per ritardi negli aggiustamenti. In conclusione, stimoli, shock energetici, misurazioni errate e transizioni nel mercato del lavoro si intrecciano senza una spiegazione univoca. Come nota Trezzi, “Ogni volta che escono nuovi dati, non arrivo mai a una spiegazione singola e coerente”.
Futuri dati e revisioni potrebbero chiarire, ma per ora l’Italia deve affrontare riforme strutturali per invertire il trend decennale di stagnazione produttiva.