Negli ultimi mesi il dibattito economico negli Stati Uniti si è acceso attorno a un quesito cruciale: la Federal Reserve deve dare ascolto ai segnali di fragilità percepita dai cittadini o seguire i dati concreti che mostrano un’economia ancora robusta?
La narrazione prevalente, alimentata da sondaggi sulla fiducia dei consumatori e da indagini qualitative, descrive un Paese stremato da prezzi alti, tassi elevati e difficoltà a trovare lavoro. Questi indicatori “soft” hanno spinto parte del mercato a chiedere un taglio dei tassi di interesse, nella convinzione che ciò possa alleviare le difficoltà quotidiane delle famiglie.
Ma i numeri duri raccontano una storia diversa. Il Pil cresce a pieno potenziale, l’inflazione si è stabilizzata al 3% e la disoccupazione resta ai minimi storici, praticamente invariata da un anno. Anche il reddito da lavoro — misurato come “available aggregate labour income” — aumenta del 4-5% annuo, un ritmo che indica una base salariale solida.
I consumi privati, cuore dell’economia americana, non mostrano segni di cedimento: a luglio la spesa personale è cresciuta dello 0,5%, riportando la media trimestrale ai livelli di inizio anno. Sul fronte del credito, i dati delle carte di credito segnalano un calo delle insolvenze rispetto all’anno precedente, mentre i prestiti bancari sono in crescita oltre il potenziale economico.
Un altro punto spesso citato come elemento di fragilità è l’immobiliare commerciale. Eppure, le evidenze smentiscono i timori: i prestiti deteriorati sono in calo da tre trimestri consecutivi e la domanda di CLO — strumenti finanziari che rifinanziano i prestiti — è in forte aumento. Nel 2023 sono già stati emessi oltre 20 miliardi di dollari di titoli, più del doppio rispetto all’anno precedente.
Anche sul mercato del lavoro la realtà appare diversa dalla percezione. È vero che i nuovi occupati nel settore non agricolo crescono a un ritmo più moderato, ma l’indice di diffusione, che misura la quota di settori in espansione, è ben sopra 50, segnale di un mercato ancora dinamico e ampio.
La domanda allora è: cosa dovrebbe fare la Fed? Un taglio dei tassi non abbasserebbe i prezzi percepiti dai consumatori, né renderebbe più accessibile la casa se non con un ritorno ai mutui a tasso variabile. Al contrario, i mercati finanziari stanno già dando segnali di tensione: i rendimenti dei Treasuries a lungo termine sono saliti di un punto percentuale rispetto a un anno fa, e la curva dei rendimenti si è fatta più ripida, indicando richieste di maggior compenso per il rischio.
Di fronte a questo quadro, il vero pericolo non è l’eccessiva rigidità della politica monetaria, ma la perdita di credibilità della Fed se decidesse di assecondare una narrazione priva di fondamento. La banca centrale americana si trova quindi davanti a un bivio: agire perché può o perché deve? I dati concreti suggeriscono che la risposta più prudente, e forse più saggia, è mantenere i tassi stabili o persino considerarne un rialzo.