Tassi Fed, mercati stravolti e scossa sui bond. Previsioni tagli, cambia tutto?

Laura Naka Antonelli

04/08/2025

Certezze smontate a colpi di dazi e di dati macro. Tassi Fed, cosa succede ora dopo le ultime novità?

Tassi Fed, mercati stravolti e scossa sui bond. Previsioni tagli, cambia tutto?

Il tempo di qualche minuto, e sui mercati dei bond, nello specifico, c’è stata una vera e propria scossa, che ha costretto gli operatori di mercato e i trader, ancora di più forse il presidente della Fed Jerome Powell, a sedersi e a riflettere, tornando a fare i conti con la direzione futura dei tassi USA.

È successo tutto venerdì scorso, con la pubblicazione del grande dato macro market mover rappresentato dal report sull’occupazione USA, noto come Non Farm Payrolls: quello che, ogni mese, comunica il numero dei posti di lavoro che sono stati creati, o persi, negli Stati Uniti. Lo stesso che ogni mese, in un momento in cui le banche centrali invece di brancolare nel buio con il rischio di inciampare scelgono sempre di più di rimanere ferme, tiene puntualmente tutti con il fiato sospeso.

La pubblicazione di questo dato, venerdì scorso 1° agosto, non si è limitata ad affossare Wall Street, che ha visto il Dow Jones capitolare di più di 542 punti e soffrire il calo peggiore dal 13 giugno, lo S&P perdere l’1,60% e riportare la flessione più significativa dal 21 maggio e il Nasdaq Composite scivolare di oltre il 2,2%, e accusare la perdita più forte dal 21 aprile. Quel report ha anche dato una forte scossa al mercato dei bond. Ovvero?

Scommesse taglio tassi Fed a settembre schizzate subito dal 40% all’80%

Nell’apprendere i numeri relativi al mercato del lavoro degli Stati Uniti, gli operatori sono scattati subito sull’attenti, e non solo a Wall Street.

Il risultato è che, sul mercato dei bond le speculazioni su un taglio dei tassi nel mese di settembre da parte della Fed sono raddoppiate, balzando in un giorno dal 40% all’80% circa.

D’altronde, a essere decisamente sconfortanti non sono stati solo i numeri relativi alla crescita dei nuovi posti di lavoro nel mese di luglio, che è stata pari a 73.000 unità, al di sotto delle attese. Le preoccupazioni sono scattate in realtà soprattutto per le brusche revisioni al ribasso dei numeri di maggio e di giugno, annunciate dal dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, in concomitanza con la diffusione dell’indicatore.

I downgrade hanno portato diversi analisti e i mercati a mettere in discussione quella visione positiva sui fondamentali dell’economia, in particolare sul mercato del lavoro, che Jerome Powell è tornato a far notare, nello spiegare il motivo per cui la Federal Reserve, di nuovo, ha deciso di lasciare i tassi sui fed funds fermi alla forchetta compresa tra il 4,25% e il 4,5%, nella riunione del FOMC che si è conclusa lo scorso 30 luglio. (ignorando di nuovo le richieste, gli appelli accorati, le minacce e gli insulti del presidente americano Donald Trump, che è tornato a dare a Powell dello “stupido ”.

Il primo dato macro che mostra l’impatto negativo dei dazi di Trump?

Il report di oggi (venerdì per chi legge) potrebbe essere stato uno dei primi dati a mostrare l’impatto negativo dei dazi ”, ha commentato così Dominic Pappalardo, chief multi-asset strategist di Morningstar Wealth: “Le revisioni consistenti (al ribasso) di maggio e di giugno sono in linea con l’impatto dell’entrata in vigore di alcuni dei dazi annunciati nel Liberation Day (del 2 aprile scorso) e potrebbero riflettere certamente i cambiamenti delle attività delle aziende e dei consumatori che sono stati temuti dal mese di aprile”, quando Trump ha per l’appunto scioccato il mondo con l’annuncio delle tariffe.

I mercati non ci hanno pensato così un secondo a rifare i conti, prezzando venerdì scorso l’annuncio di un primo taglio dei tassi di interesse USA da parte della Fed di Jerome Powell, nella prossima riunione di settembre, con una probabilità dell’86% circa, stando ai futures sui fed funds monitorati dal CME.

Questo, dopo che nel Fed Day le chance di una sforbiciata dei tassi erano letteralmente crollate, quando il banchiere centrale aveva ribadito l’approccio wait and see, necessario a suo avviso per fare meglio la conta dei danni dei dazi di Trump.

Proprio Pappalardo ha ricordato che, prima della pubblicazione dei Non Farm Payrolls, i futures sui bond avevano prezzato di conseguenza un taglio dei tassi da parte della Fed di Jerome Powell, a settembre, con una probabilità pari, per l’appunto, ad appena il 40%.

La percentuale è poi più che raddoppiata nella mattinata di venerdì, superando la soglia dell’80%, come è emerso dallo strumento FedWatch Tool del CME. “Si tratta di un cambiamento significativo delle aspettative”, ha detto l’esperto.

D’altronde, i numeri macro che sono stati resi noti hanno dato ragione più alle colombe e a Trump che allo stesso presidente della Fed, Jerome Powell, che si ostina a confermare lo status quo.

Tassi Fed, e se Powell si stesse sbagliando? Il crollo dei rendimenti dei Treasury

Gli interrogativi sul rischio che Powell stia sbagliando sono dunque aumentati.

Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel ha commentato gli ultimi dati sul mercato del lavoro statunitense facendo notare che i numeri “mostrano un tasso di disoccupazione ancora relativamente contenuto, al 4,2%” ma, anche, che “ la crescita occupazionale si sta indebolendo ”.

Il sospetto è, tra l’altro, che “il trend sia destinato a proseguire”.

A essere stato citato proprio il messaggio arrivato dai bond USA, per la precisione dai Treasury, Titoli di Stato americani, con Cleveland che ha spiegato che “ il crollo dei rendimenti dei Treasury a 2 anni di venerdì indica che, probabilmente, gli investitori hanno prestato troppa attenzione alla questione dell’inflazione e poca ai segnali di rallentamento del mercato del lavoro, così che ora hanno realizzato di dover ribilanciare i portafogli e aumentare la duration”.

L’economista ha continuato, sottolineando inoltre che, dalla “lettura dei dati, si può notare un parallelo con quanto accaduto la scorsa estate, quando la Fed era attesa effettuare un taglio dei tassi d’interesse già in luglio, ma poi è intervenuta solo a settembre”.

C’è tuttavia una differenza non di poco conto, rappresentata dal fatto che, ha detto Cleveland, “ il contesto odierno appare ancora più debole ”.

Il riferimento è stato alla crescita sottostante del PIL USA, che “ si è attestata verosimilmente intorno all’1% , contro il 2,5-3% dello stesso periodo del 2024”. E “anche la crescita dei posti di lavoro è più fiacca”, ha sottolineato l’esperto, così continuando:

“Se guardiamo al solo settore privato, l’anno scorso la media era di 130.000 nuove unità in più al mese, oggi siamo intorno alle 80.000. Trovare un nuovo impiego dopo un licenziamento negli USA richiede più tempo e questo porterà ad un graduale aumento del tasso di disoccupazione. E con il rallentamento dell’occupazione, c’è da chiedersi se un tasso sui Fed Funds al 4,50% sia giustificato oppure se la Fed debba invertire la rotta e avvicinarsi al 3%”.

Powell VS Trump e anche VS dati macro?

Sotto i riflettori anche il commento di Global Credit Team di Algebris Investments, società di gestione del risparmio globale.

Nella nota “ Powell vs. Dati: la Fed alle prese con un mercato del lavoro in rallentamento ”, gli analisti di Algebris hanno ricordato che la scorsa settimana, a fronte della Fed che ha lasciato fermi i tassi, in linea con le previsioni, “il tono della conferenza stampa di Jerome Powell è stato chiaramente hawkish, raffreddando le aspettative di un imminente allentamento monetario”.

Di conseguenza, alle parole del banchiere centrale, “i mercati hanno ridotto la probabilità di un taglio dei tassi a settembre dal 60% al 40%, con un conseguente rialzo dei rendimenti”.

Anche Algebris ha messo tuttavia in evidenza la forte scossa di venerdì scorso, quando “la revisione al ribasso dei dati sui Non-Farm Payrolls ha innescato un forte rally nei mercati obbligazionari ”, portando nello specifico la curva 2s/10s a inclinarsi “di quasi 10 punti base e gli spread ad ampliarsi.

Risultato: “ora la parte breve della curva prezza una probabilità dell’80% di un taglio a settembre ”.

Così hanno fatto notare di conseguenza da Algebris:

“La crescente distanza tra le parole della Fed e i segnali che emergono dai dati macroeconomici apre prospettive interessanti. Se la dinamica di indebolimento del mercato del lavoro dovesse proseguire, la banca centrale potrebbe trovarsi con margini d’azione sempre più ristretti e costretta a cambiare rotta. Con rendimenti reali ancora elevati e segnali di rallentamento più diffusi, privilegiamo strategie basate sulla duration rispetto a esposizioni più rischiose, che potrebbero risentire maggiormente di una decelerazione più marcata dell’economia”.

Quanti tagli dei tassi dalla Fed entro la fine del 2025?

Più che gli insulti di Trump, sarà la realtà a convincere a breve Jerome Powell in merito alla necessità di iniziare a tagliare i tassi, almeno una volta nel corso del 2025?

Sempre dal CME FedWatch emerge che, nel lungo termine, i futures sui fed funds scommettono con una probabilità del 64% che i tassi vengano tagliati due volte entro la fine del 2025.

La chance che si presentino invece tre tagli è di appena il 20%. Ma è lo stesso Pappalardo di Morningstar a consigliare agli investitori di non dipendere troppo dalle aspettative di più lungo termine: “Sebbene i futures possano essere uno strumento utile, vale la pena notare che la Fed ha un’asticella per muoversi sui tassi molto più alta di quella dei partecipanti al mercato”.

E “la probabilità dei tagli dei tassi ha continuato a muoversi abbastanza nel corso del 2025, in una situazione in cui i dati economici hanno resistito piuttosto bene nonostante l’incertezza sui dazi e sulla politica commerciale, le incertezze geopolitche e la maggiore volatilità presente sui mercati finanziari. Sarà il tempo a dire se questi dati sul lavoro rappresentino un dietrofront rispetto alla solidità dei dati ”, ha concluso l’esperto di Morningstar.