L’oro (XAU/USD) oggi è in calo, in un intervallo compreso tra 4.320 e 4.350 dollari l’oncia a seconda della rilevazione, cedendo gran parte del rimbalzo innescato nelle ultime ore dalle notizie su possibili colloqui diplomatici tra Stati Uniti e Iran a margine dell’Assemblea generale dell’Onu a New York.
A frenare il metallo sono soprattutto le dichiarazioni di due esponenti della Federal Reserve. Alberto Musalem, presidente della Fed di St. Louis, ha detto in un’intervista in esclusiva a Reuters del 21 settembre che «sia le pressioni della domanda persistente sia le forze ricorrenti dal lato dell’offerta continuano a contribuire a mantenere elevati i rischi di inflazione», definendo l’attuale tasso di riferimento (3,75%-4,00%, dopo il rialzo della scorsa settimana) ancora «sul lato accomodante» e ritenendo preferibile un inasprimento anticipato e graduale rispetto a mosse più tardive e brusche. Susan Collins, presidente della Fed di Boston, ha aggiunto il 22 settembre di «non aver visto i progressi sull’inflazione che speravo di vedere», confermando il proprio sostegno al rialzo di 25 punti base della scorsa settimana e l’attesa di un ulteriore aumento entro fine 2026, seguito da una pausa nel 2027.
Le due uscite confermano quanto già indicato dalle proiezioni della Fed dopo la riunione del 16 settembre, che segnalano almeno un altro rialzo entro l’anno. Il contesto resta quello di un’inflazione Pce salita al 3,7% annuo a luglio (dal 2,3% di aprile 2025, dato citato dallo stesso Musalem), legata anche a shock sui prezzi delle materie prime diversi dal petrolio. Sul mercato dei cambi il Dollar Index tratta in area 100,4-100,5, non lontano dai massimi di venerdì scorso, mentre il rendimento del Treasury decennale resta sopra il 4,9%, entrambi elementi che rendono relativamente meno attraente un asset come l’oro, che non paga interessi.
Un quarto sotto il record di gennaio
Il calo odierno si inserisce in una correzione più ampia. L’oro aveva toccato il record storico il 28 gennaio 2026, a circa 5.590-5.610 dollari l’oncia, sospinto da mesi di acquisti dei tesori delle banche centrali, inflazione persistente e tensioni geopolitiche. Da allora il prezzo ha perso circa il 23%, complice il cambio di rotta della Fed guidata dal presidente Kevin Warsh, che da inizio anno ha progressivamente anticipato un ciclo di rialzi anziché di tagli, e un iniziale allentamento delle tensioni Usa-Iran che a gennaio aveva ridotto la domanda di coperture geopolitiche. Nonostante la correzione, l’oro resta comunque in rialzo del 15,2% su base annua.
Livelli da monitorare
Sul piano tecnico, gli analisti (Ryan McKay, TD Securities) individuano un’area di supporto cruciale tra 4.300 e 4.320 dollari, che coincide con la media mobile a 100 giorni, e una resistenza a 4.395-4.410 dollari; un superamento di quota 4.400 aprirebbe spazio verso 4.500-4.540 dollari. Restano incertezze non trascurabili, come l’evoluzione dei colloqui Usa-Iran ancora imprevedibile, con Teheran che ha avvertito di una possibile escalation e Washington che minaccia dal 23 settembre di escludere le compagnie aeree iraniane dai voli internazionali. Infine, il numero esatto e la tempistica del prossimo rialzo Fed dipenderanno dai dati economici in arrivo, non da un percorso già scritto.
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