Mai così male: tassi di miseria e di disuguaglianza ai massimi di sempre

Gli indicatori sociali ed economici non mostrano segni di positiva modificazione. Il tasso di interesse reale è quello che realmente conta.

Fumisterie preoccupanti. Poco altro. I dati quantitativi e qualche riflessione fanno giustizia di molte bufale.

La disponibilità di reddito, per ogni italiano dopo 6 anni di crisi è quella del 1988! Un dato questo che misura l’ intensità e la lunghezza di una crisi senza precedenti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

L’indice che misura la disuguaglianza di una distribuzione è detto di “Gini” e varia tra zero e uno. Massima diseguaglianza con indice pari a uno e il contrario con indice pari a zero. L’Italia ha un indice di Gini pari a 0,34, ciò evidenzia che la situazione italiana era molto meno iniqua negli anni ’60 e ’70. Siamo il penultimo paese dell’Occidente e ci batte a livello di iniquità solo il Regno Unito.

Il secondo indice che rende giustizia di tante bugie e falsificazioni è il “misery index” (indice di miseria), che misura la somma dei tassi di inflazione e di disoccupazione. Questo indice è al valore massimo dall’introduzione dell’euro.

A tutto questo, da pochi giorni, si aggiunge il certificato, ulteriore, calo del credito a famiglie e imprese da parte di Bankitalia. Segnali negativi provengono anche dalle rilevazioni Istat. I consumi delle famiglie sono ulteriormente diminuiti del 2,5% nel 2013 rispetto al dato già negativo del 2012.

Infine l’Ufficio Studi di Confindustria e Istat azzerano il tasso di crescita, stimato, invece, pari a un + 0.8% dal Governo. In ulteriore aumento il tasso di disoccupazione che raggiunge il 12,5%. Ma c’è un’altra importante considerazione da fare sul tanto sbandierato spread, che è passato dai 400 punti del 2012 ai 160 di oggi. Allora il tasso d’inflazione italiano era al 3,6% e quello tedesco a 1,9% quindi il tasso reale d’interesse pagato sul Btp era di 400 meno 170 (differenza tra i tassi d’inflazione) ovvero 230 punti base o 2,3%. Oggi ai 160 di spread bisogna aggiungere la differenza tra il tasso d’inflazione italiano che è dello 0,3% e quello tedesco 1%. Il tasso reale dei Btp è del 2,3% esattamente come due anni fa. Insomma banalizzando un euro italiano, in termini di poter di acquisto oggi vale più di un euro in Germania.

Il costo del debito pubblico italiano ovvero il potere d’acquisto “sottratto” attraverso tasse dal fisco italiano, per consentire il pagamento degli interessi sul debito pubblico (85 mld d’interessi nel 2013), non è per niente diminuito rispetto a due anni fa pur in presenza di una manovra complessiva attivata da Monti in poi pari a 200 mld di euro, che non ha prodotto nemmeno un decimale di punto di crescita.
E’ il potere d’acquisto degli euro cui rinunciare con connessi beni acquistabili o cui si deve rinunciare che conta! Nonostante le soluzioni adottate, la situazione non è cambiata affatto e l’unica via percorribile, ancor più dopo il discorso di Junker, in qualità di presidente della Commissione UE, è la riduzione massiccia dello stock di debito pubblico sulle cui modalità esistono almeno una trentina di proposte tecniche.

Credere che i 300 mld di euro di risorse pubbliche e private, in tre anni, in un’Unione Europea con 28 paesi membri e un PIL di 12.950 mld di euro possa rappresentare una discontinuità politica significativa e una rottura nella politica di austerità è un azzardo che non possiamo permetterci.

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