Tasse extraprofitti: banche italiane e di Europa davvero così ricche? L’avvertimento firmato Fmi

Laura Naka Antonelli

1 Ottobre 2024 - 17:36

Utili da capogiro per le Big del credito, non solo d’Italia, grazie alla manna dal cielo arrivata con i tassi alzati dalla Bce. Ma la pacchia è al capolinea. E ci sono spine nel fianco storiche.

Tasse extraprofitti: banche italiane e di Europa davvero così ricche? L’avvertimento firmato Fmi

Profitti esagerati, anzi extraprofitti: ma le banche italiane ed europee sono così ricche? E fino a che punto quella pacchia utili di cui si parla ormai da due anni è destinata a proseguire, visto che il sistema bancario italiano, e in generale dell’area euro, è rimasto ormai orfano di quei rialzi dei tassi varati dalla Bce, che tanto avevano sostenuto la crescita della sua redditività?

Mentre sui mercati cresce la trepidazione per i conti relativi al terzo trimestre del 2024 che le banche europee inizieranno a pubblicare tra poche settimane, i fatti e i numeri parlano chiaro: non c’è dubbio che in Italia le Big del credito, in primis i pesi massimi di Piazza Affari come UniCredit e Intesa SanPaolo, ma anche gli altri tre grandi istituti Mps, Bancop BPM e Bper, abbiano dato grande prova di resilienza, e non solo attraverso la pubblicazione dei rispettivi bilanci relativi alla prima metà del 2024.

A parlare sono anche i ghiotti dividendi che i gruppi hanno promesso ed erogato agli azionisti e la performance dei titoli a Piazza Affari.

Basti pensare, guardando alla performance delle azioni YTD, che le azioni UniCredit hanno incassato dall’inizio dell’anno un rally pari al 60% circa, che ha portato il trend degli ultimi tre anni a un balzo di quasi il 242%.

Raffica di buy sui titoli delle banche italiane: il trend YTD

I buy stanno continuando - in questo caso incide il dossier Commerzbank - se si considera che su base settimanale UCG ha segnato un rialzo superiore al 5%, guadagnando il 4,5% nell’ultimo mese. Su base annua, il titolo viaggia inoltre a un valore di oltre il 77% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Bene anche i titoli delle rivali: Ie quotazioni di Intesa SanPaolo sono avanzate dall’inizio dell’anno di quasi il 58%, Mps-Monte dei Paschi di Siena è volata del 70% YTD, vantando un balzo su base annua di oltre il 110%.

Rialzi meno entusiasmanti, ma di tutto rispetto, sono stati riportati da Banco BPM (24,87%YTD, +31,32% su base annua), forte tra l’altro di un rally superiore a +120% negli ultimi tre anni di contrattazioni a Piazza Affari.

Boom anche per Bper (+64% YTD, quasi +74% su base annua, con le azioni schizzate di oltre +151% negli ultimi tre anni).

Tutto, grazie alla pioggia di utili e di dividendi. I dati della FABI hanno certificato il boom di profitti archiviati dalle cinque principali banche italiane nei primi sei mesi dell’anno:

«L’aumento dei tassi d’interesse da parte della Bce spingerà anche quest’anno i risultati del settore bancario che vedrà aumentare i profitti lordi di 5-10 miliardi rispetto ai 40,6 miliardi del 2023», si legge nel rapporto stilato dalla divisione Analisi & Ricerche del sindacato dei bancari italiano, che ha preannunciato profitti ai valori massimi della storia anche per quest’anno.

Utili da sogno: ma il periodo d’oro è al capolinea. L’alert dall’Fmi

In realtà, in una situazione in cui la Bce di Christine Lagarde ha già iniziato a sforbiciare i tassi di interesse dell’area euro, abbassandoli per due volte e in entrambi i casi di 25 punti base, il futuro non si presenta poi così luminoso per il comparto bancario, in generale di tutta l’Eurozona.

Se gli utili delle banche di tutta l’area euro sono schizzati a valori record negli ultimi anni, è stato infatti per le continue strette monetarie varate dall’Eurotower nella sua lotta incessante contro la cosiddetta bestia dell’inflazione, andata avanti nel 2022 e 2023.

Quei rialzi dei tassi hanno consentito agli istituti di credito di incassare lauti profitti grazie all’incidenza positiva che hanno avuto sui margini netti di interesse (NII-Net Interest Income).

È chiaro che, con il costo del denaro dell’area euro destinato a essere abbassato, questo sostegno verrà a mancare.

Un allarme in questo senso è stato già lanciato dai due economisti dell’Fmi (Fondo Monetario Internazionale) Vincenzo Guzzo e Lev Ratnovski nel paper “Banks should lock in profits as buffers for rainy day”, che ha ricordato proprio l’imposizione fiscale più pesante scattata nell’Unione europea a partire dallo scorso anno, in una situazione in cui “i profitti stanno per essere già compressi”, per diversi fattori, tra cui la stessa scelta dei correntisti a caccia di rendimenti di spostare i loro risparmi dai depositi a vista ai depositi a termine, in un contesto in cui i costi della raccolta degli istituti di credito stanno aumentando.

Il riferimento non poteva non essere fatto alla tassa sugli extraprofitti annunciata nell’agosto del 2023 dal governo Meloni, che tanto ha provocato il panico a Piazza Affari, e che è stata successivamente annacquata nella sua stessa ragion d’essere.

«In più, è possibile che i Non Performing Loans (ovvero i crediti deteriorati delle banche) continuino a salire», per effetto dell’impatto ritardato tuttora in corso delle restrizioni monetarie lanciate in precedenza dalla Bce.

A dispetto dei tagli finora annunciati dalla Banca centrale europea, va detto infatti i tassi viaggiano ancora in territorio restrittivo, e che l’erosione dei fondamentali economici rende tuttora complicato per le aziende e le famiglie riuscire a rimborsare in toto i prestiti ricevuti dalle banche.

In questa situazione, a fronte di tagli dei tassi di interesse che la Bce dovrebbe continuare a varare anche nel 2025, il verdetto degli economisti del Fondo Monetario Internazionale è piuttosto impietoso:

i calcoli portano a profetizzare che quasi il 90% degli incrementi dei margini netti di interesse incassati dalle banche di tutta l’Europa nel corso del 2023 dovrebbe smorzarsi entro il 2026.

Non solo: sullo sfondo ci sono problemi di natura strutturale che continuano a erodere la redditività delle banche europee da almeno 20 anni, e che non sono stati affrontati: problemi messi in evidenza dalla stessa Bce in alcuni rapporti pubblicati già nel 2017 e nel 2019.

Tra questi, l’eccesso di capacità e livelli di competitività bassi, come anche “l’adozione non appropriata di tecnologie digitali”: tutti ostacoli che non sono stati “affrontati in modo appropriato” e che, avvertono i due economisti del Fondo Monetario Internazionale, “continueranno a zavorrare i profitti e i livelli di capitale” , a discapito dunque della redditività delle banche, che sconterà già il ridimensionamento dei margini netti di interesse.

In Italia il governo Meloni, al lavoro sulla legge di bilancio del 2025, sembra disposto a fare un dietrofront sull’ipotesi di una nuova tassa sugli extraprofitti delle banche italiane, che già nel 2023, è diventata praticamente una tassa fantasma.

Tassa extraprofitti banche: presente in 12 Paesi dell’Europa

Ma Vincenzo Guzzo e Lev Ratnovski hanno ricordato che in Europa, in tutto, sono 12 i Paesi che hanno annunciato nuove tasse sulle banche a partire dal 2023: (Belgio, Olanda, Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania, Repubblica Ceca, Ungheria, Spagna, Italia, Slovacchia, Unghieria).

Si tratta di imposte, a parte poche eccezioni (tra cui l’Italia, visto che nessuna banca ha finito con il versare la tassa sugli extraprofitti), prevedono entrate fiscali su base annua quantificate tra lo 0,25% e l’1% degli asset ponderati per il rischio delle banche (RWA).

Tuttavia, “anche nel caso di imposte molto basse e di fatto simboliche, tasse ad hoc introdotte in risposta a balzi temporanei dei profitti potrebbero mettere a repentaglio la prevedibilità del contesto di business” in cui le banche operano, “affossando la fiducia degli investitori” e, “potenzialmente, inibendo la capacità delle banche di finanziare la ripresa dell’economia dall’attuale fase ciclica di “rallentamento”

L’Fmi ha lanciato dunque un chiaro avvertimento sulla decisione dei governi, nel caso dell’Italia, di tassare o meno i cosiddetti extraprofitti bancari o di imporre prelievi più esosi sui profitti o sui dividendi.

Le banche di tutta Europa dovrebbero piuttosto far confluire quella manna degli utili che sono riusciti a incassare in cuscinetti di capitale, ovvero nei cosiddetti “buffers”, preparandosi a una nuova era in cui non avranno più i tassi della Bce dalla loro parte.

Dopo la Bce di Lagarde, che subito dopo l’annuncio della tassa sugli extraprofitti delle banche da parte del governo Meloni aveva manifestato il proprio dissenso, anche gli economisti del Fondo Monetario Internazionale consigliano ai governi europei di non esagerare con una ricerca di più tasse a carico degli istituti di credito che si è fatta quasi ossessiva.

Per quanto riguarda l’Italia, la richiesta si è fatta ora, a quanto pare, meno severa: alle banche è stato chiesto un contributo di solidarietà, per quanto sia ancora poco chiara la sua natura.

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