Tasse, la CGIA contro i giganti del web e FCA: solo le briciole al Fisco italiano

Tasse, con i dati pubblicati il 16 maggio la CGIA si scaglia contro i giganti del web e FCA, che pagano al Fisco italiano solo le briciole, a differenza delle PMI.

Tasse, la CGIA contro i giganti del web e FCA: solo le briciole al Fisco italiano

Tasse, la CGIA si scaglia, dati alla mano, contro i grandi del web e FCA. Secondo lo studio pubblicato il 16 maggio e relativo al 2018, al Fisco italiano arrivano solo le briciole.

I dati della CGIA mostrano una situazione allarmante, ancora di più in un momento di grave crisi economica come quello che stiamo vivendo in seguito all’epidemia globale. Nel 2018 i grandi del web hanno pagato 64 milioni di imposte, ben 600 volte meno rispetto a quanto pagato dalle piccole imprese italiane.

Le multinazionali del web, nonostante fatturino milioni di euro, pagano al Fisco italiano solo le briciole, visto che solo una piccolissima parte viene dichiarata: questo meccanismo porta forti scompensi nel sistema tributario, che finisce per appoggiarsi soprattutto sulle PMI.

Tasse, la CGIA contro i giganti del web e FCA: solo le briciole al Fisco italiano

I dati comunicati dallo studio della CGIA il 16 maggio restituiscono una chiara fotografia della situazione fiscale italiana: il peso è sulle PMI.

Nel 2018, mentre i big del web pagavano 64 milioni di euro di tasse e con fatturati di 2,4 miliardi di euro, le PMI -con 5 milioni di euro di fatturato- hanno pagato 39,5 miliardi di euro in tasse: 600 volte in più, dando lavoro a oltre 10 milioni di addetti (contro i quasi 10.000 dei big tecnologici).

Più chiaro di così non si può: al Fisco italiano finiscono solo le briciole. Quest’anno poi, con la crisi sanitaria che ha portato alla chiusura forzata di tantissime attività, il potere dell’e-commerce non ha fatto altro che aumentare.

Dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo:

“Ormai è diventata una questione di giustizia sociale. [...] Se ai primi (le multinazionali del web, ndr) il peso delle tasse continua a rimanere insignificante, ai secondi (PMI, ndr) il carico fiscale ha raggiunto livelli non più sopportabili che il decreto Rilancio è stato in grado di alleviare solo marginalmente. In altre parole: è giunto il momento di introdurre una web tax a livello europeo per far pagare il giusto anche a questi giganti tecnologici.”

Una web tax europea, dunque, per fare in modo che tutti pagano il giusto.

Tasse, decreto Rilancio: misure insufficienti per la CGIA

Anche se il decreto Rilancio contiene un corposo pacchetto per le imprese, come ad esempio la cancellazione della prima rata dell’Irap per il 2020, secondo la CGIA le misure continuano a essere insufficienti per le PMI.

Ha dichiarato il Segretario della CGIA Renato Mason:

“È vero che oltre agli indennizzi diretti, comunque del tutto insufficienti, è stato introdotto anche l’azzeramento dell’acconto e del saldo Irap di giugno, la riproposizione dei 600 euro, la detrazione del 60% degli affitti delle attività che hanno visto crollare di almeno il 50% del fatturato negli ultimi 3 mesi e il taglio delle bollette. Ma tutto questo è ancora insufficiente a colmare la rovinosa caduta del fatturato registrata in questi ultimi mesi da tantissime piccole imprese che, a differenza dei giganti tecnologici, non possiedono la liquidità sufficiente per reggersi in piedi”.

Tasse, la CGIA contro la FCA

La CGIA, inoltre, rimane molto critica anche con le altre grandi imprese presenti in Italia, soprattutto contro con FCA (Fiat Chrysler Automobiles).

Se la notizia fosse confermata, specifica la nota della CGIA, FCA Italy starebbe per ricorrere alle misure introdotte dal decreto Liquidità, ovvero un grosso finanziamento avvalendosi delle garanzie statali messe a disposizione da SACE per 6,5 miliardi di euro.

Conclude Zabeo:

“Speriamo che alla fine prevalga il buon senso. Sarebbe inaccettabile che un grande gruppo industriale che ha deciso di spostare, legittimamente, la sede legale nei Paesi Bassi, chiedesse, con la controllata FCA Italy, un finanziamento avvalendosi delle garanzie pubbliche dello Stato che ha, invece, abbandonato. Sarebbe una cosa insopportabile che il Governo italiano non dovrebbe consentire.”

In ogni caso è bene ricordare che la FCA non è stata la sola a lasciare l’Italia per trasferirsi in Olanda. Fanno parte dell’elenco anche l’Eni, l’Enel, Luxottica, Illy, Ferrero, Saipem, Telecom Italia, Cementir. Secondo Mason:

“Questi grandi gruppi non si sono trasferiti per sfruttare le aliquote fiscali ridotte di cui l’Olanda comunque non dispone, ma per i bassissimi prelievi presenti sui dividendi, sui guadagni da cessioni/partecipazioni e sulle royalties. Sarebbe quindi opportuno che anche l’Italia, così come ha fatto la Francia, decidesse di escludere dai contributi statali le società con sedi nei Paesi che offrono una fiscalità di vantaggio.”

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