Tassazione sugli investimenti, come funziona e quanto si paga di tasse (e come)

Claudia Cervi

28 Aprile 2026 - 13:25

Tassazione rendite finanziarie 2026: guida completa con tutte le novità su crypto, aliquote e calcolo del capital gain.

Tassazione sugli investimenti, come funziona e quanto si paga di tasse (e come)

Quando si parla di investimenti e rendite finanziarie, l’errore più comune è fermarsi al rendimento lordo, senza capire quanto resta dopo le tasse. Nel 2026 la tassazione sugli investimenti incide in modo diretto sul risultato finale, al punto che due strumenti con lo stesso guadagno possono portare a esiti completamente diversi.

La tassazione delle rendite finanziarie in Italia è infatti articolata, con aliquote diverse a seconda dello strumento utilizzato e regole specifiche per la compensazione delle perdite. Per ridurre questa complessità, negli ultimi anni, sono intervenute novità rilevanti con la riforma fiscale del 2024 (Legge delega n. 111/2023) e con gli aggiornamenti più recenti della legge di Bilancio 2026.

In questa guida vedremo nel dettaglio come funziona la tassazione su investimenti finanziari, quali sono le aliquote nel 2026 con esempi concreti per capire quanto si paga davvero tra imposta e tassazione capital gain.

Cosa sono gli investimenti e le rendite finanziarie

Gli investimenti sono tutte le operazioni con cui si impiega capitale con l’obiettivo di ottenere un rendimento nel tempo.

Le rendite finanziarie (o proventi finanziari) sono invece i guadagni generati da questi investimenti. Possono avere forme diverse:

  • interessi (conto corrente, conto deposito);
  • dividendi (azioni);
  • cedole (obbligazioni);
  • plusvalenze (guadagni da vendita);
  • rendimenti di fondi, ETF, certificati;
  • proventi da criptovalute.

Dal punto di vista fiscale, non tutti i guadagni sono trattati allo stesso modo.

I redditi di capitale (artt. 44-45 Tuir) includono i proventi generati automaticamente dall’investimento, come interessi e dividendi. Qui il Fisco applica l’imposta senza considerare eventuali perdite.

I redditi diversi (art. 67 Tuir), invece, riguardano i guadagni derivanti da operazioni di compravendita, come il trading su azioni, ETF o criptovalute. È in questa categoria che rientrano le minusvalenze, cioè le perdite fiscalmente utilizzabili.

Per alcuni strumenti, come ETF e fondi non armonizzati, possono applicarsi regole diverse e, in alcuni casi, concorrere al reddito complessivo Irpef.

Come funziona la tassazione delle rendite finanziarie nel 2026

Nel 2026 la tassazione delle rendite finanziarie si basa su un sistema di imposte sostitutive che colpiscono i guadagni derivanti dagli investimenti finanziari. Le regole sono definite principalmente dal Testo unico delle imposte sui redditi (Tuir) e dal D.Lgs. 461/1997.

Per chi investe come persona fisica, al di fuori dell’attività d’impresa, i proventi non vengono sommati al reddito Irpef, ma tassati separatamente con aliquote fisse. Nella maggior parte dei casi, la tassazione su investimenti finanziari prevede due aliquote:

  • 26% per la maggior parte degli strumenti (azioni, ETF, obbligazioni corporate, fondi, conti deposito);
  • 12,5% per titoli di Stato italiani ed equiparati.

La tassazione capital gain scatta nel momento in cui si realizza un guadagno: non quando aumenta il valore dell’investimento, ma quando si vende o si incassa il provento. È il cosiddetto principio di cassa.

Questo è uno degli aspetti più delicati del sistema italiano. Nonostante la riforma fiscale abbia previsto una semplificazione, nel 2026 continua a esistere una distinzione tra diverse tipologie di reddito finanziario. Ed è proprio questa struttura a incidere su quanto si paga davvero e su come si possono utilizzare eventuali perdite.

Quali investimenti sono tassati e con quali aliquote

Nel 2026 la tassazione su investimenti cambia in base alla tipologia di strumento finanziario utilizzato e alla tipologia di rendimento.

La maggior parte degli investimenti prevede un’aliquota standard del 26%, ma esistono diverse eccezioni che rendono alcuni investimenti più convenienti dal punto di vista fiscale.

Aliquota standard: quando si paga il 26%
L’imposta sostitutiva del 26% è stata introdotta dal D.L. 66/2014 ed è oggi riferimento principale per la tassazione proventi finanziari. Si applica su:
dividendi e tassazione sulle azioni;

  • plusvalenze da compravendita di azioni;
  • obbligazioni societarie;
  • ETF e fondi comuni di investimento;
  • certificati, ETC ed ETP;
  • interessi su conti correnti e conti deposito;
  • rendimenti da trading online.

Aliquota agevolata: quando si paga meno
Alcuni strumenti beneficiano di una tassazione ridotta al 12,5%, pensata per incentivare specifiche forme di investimento, tra cui i titoli di Stato italiani e quelli di Paesi inclusi nella cosiddetta white list.

Rientrano in questa categoria:

  • BOT, BTP, CCT, CTZ;
  • buoni fruttiferi postali;
  • titoli emessi da enti sovranazionali.

Anche la previdenza complementare ha un trattamento più favorevole:

  • 20% sui rendimenti dei fondi pensione;
  • riduzione al 12,5% per la quota investita in titoli di Stato.

Tassazione delle criptovalute: novità 2026
Dal 2026 la tassazione su investimenti finanziari legati alle cripto-attività diventa più pesante:

  • 33% sulle plusvalenze da criptovalute (Bitcoin, Ethereum e simili);
  • 26% per alcune stablecoin in euro conformi al regolamento europeo MiCA.

Quando non si pagano tasse
In alcuni casi specifici, i proventi finanziari possono essere esenti da imposta. Il caso più noto è quello dei PIR, che permettono l’esenzione totale se rispettano vincoli precisi, tra cui la detenzione per almeno 5 anni.

La tabella che segue riassume le aliquote fiscali per le diverse tipologie di investimento:

Tipologia di investimento Aliquota fiscale
Azioni (dividendi e plusvalenze) 26%
Obbligazioni societarie 26%
ETF e fondi comuni 26%
Conti correnti e conti deposito 26%
Certificati, ETC, derivati 26%
Titoli di Stato (BOT, BTP, CCT, CTZ) 12,5%
Buoni fruttiferi postali 12,5%
Fondi pensione 20% (12,5% quota titoli Stato)
PIR (con requisiti) 0%
Criptovalute 33%
Stablecoin in euro (MiCA) 26%

Tassazione sulle azioni, ETF e obbligazioni: esempi pratici

Per capire davvero la tassazione sulle azioni e degli altri strumenti finanziari conviene fare alcuni esempi.

Per semplicità, immaginiamo un investimento di 10.000 euro, con un guadagno di 1.000 euro.

Se investiamo in azioni, l’imposta da pagare è di 260 euro, con un guadagno netto di 740 euro.

Con le obbligazioni emesse da società private, l’imposta è sempre di 260 euro,con un guadagno netto di 740 euro. euro.

Con BTP o altri titoli di Stato, l’imposta scende 125 euro grazie all’aliquota ridotta al 12,5%. Il guadagno netto è di 875 euro netti.

Con gli ETF, la situazione è più complessa. Se si realizza un guadagno di 1.000 euro, si paga il 26%. Ma se nello stesso anno si registra anche una perdita, non sempre si può compensare. È uno dei maggiori limiti dell’attuale sistema fiscale.

Vediamo ora un confronto diretto tra i diversi strumenti:

Strumento Guadagno lordo Aliquota Tassa Guadagno netto
Azioni 1.000€ 26% 260€ 740€
ETF 1.000€ 26% 260€ 740€
Obbligazioni 1.000€ 26% 260€ 740€
BTP 1.000€ 12,5% 125€ 875€

Come si pagano le tasse sugli investimenti finanziari

La tassazione su investimenti finanziari non dipende solo dalla tipologia degli strumenti, ma anche da come vengono gestiti fiscalmente gli investimenti. In Italia, infatti, il pagamento delle imposte sui proventi finanziari varia in base al regime fiscale scelto.

Le modalità previste dalla normativa (D.Lgs. 461/1997) sono tre: regime amministrato, regime dichiarativo e risparmio gestito.

Nel regime amministrato l’intermediario finanziario (banca o SIM) agisce come sostituto d’imposta. Dunque, calcola automaticamente la tassazione rendite finanziarie, trattiene le imposte dovute e accredita direttamente sul conto il guadagno netto.
Le tasse vengono applicate al momento del realizzo, cioè quando si vende uno strumento o si incassa un provento (principio di cassa). È il regime più diffuso tra gli investitori retail che operano con intermediari italiani perché non comporta obblighi dichiarativi.

Nel regime dichiarativo, è l’investitore a occuparsi direttamente della tassazione sulle rendite finanziarie. Questo regime è obbligatorio quando si utilizzano broker esteri o piattaforme che non operano come sostituto d’imposta.
In questo caso, l’investitore deve inserire i proventi nella dichiarazione dei redditi, compilare il quadro RT (plusvalenze) e, se necessario, il quadro RM (redditi di capitale esteri). Entro il 30 giugno (o 31 luglio con maggiorazione) dovrà poi versare le imposte tramite F24.
Pur avendo maggior controllo e la possibilità di gestire in modo più efficiente le minusvalenze, questo regime comporta una maggior complessità operativa.

Nel regime del risparmio gestito, l’intermediario non si limita a eseguire operazioni, ma gestisce direttamente il portafoglio. La tassazione proventi finanziari si calcola sul risultato complessivo della gestione e segue il principio di maturazione (non solo realizzo). Le minusvalenze possono essere utilizzate come credito d’imposta nei quattro anni successivi. Un vantaggio di questo regime è che anche dividendi e plusvalenze derivanti da fondi comuni ed ETF possono essere compensati con il risultato della gestione. Le minusvalenze possono essere riportate all’anno successivo come credito d’imposta.

Minusvalenze: come funzionano e quando puoi recuperarle

Le minusvalenze sono le perdite che si generano quando si vende un investimento a un prezzo inferiore rispetto a quello di acquisto. Possono sembrare uno svantaggio, ma in realtà possono ridurre le tasse sui guadagni futuri.

Non tutte le perdite, però, sono fiscalmente utilizzabili. Ecco perché è fondamentale capire come funzionano le minusvalenze.

Nella tassazione su investimenti finanziari oggi in vigore, vale ancora una distinzione fondamentale: le perdite possono essere utilizzate solo per abbattere i cosiddetti redditi diversi, cioè i guadagni derivanti dalla compravendita di strumenti finanziari. Non possono invece essere utilizzate per ridurre i redditi di capitale, come dividendi, interessi o cedole.

Quindi, chi vende azioni in perdita e nello stesso anno incassa dividendi, continuerà comunque a pagare le imposte su quei dividendi, senza poter “scaricare” la perdita. Ed è proprio questo uno dei punti più critici dell’attuale sistema, che la riforma fiscale permetterà di superare.

Le minusvalenze hanno però una scadenza. Possono essere utilizzate entro quattro anni da quando vengono generate: pertanto le minusvalenze maturate nel 2025 scadranno il 31 dicembre 2029. Superata questa finestra temporale, vanno perse definitivamente. Un errore che molti investitori commettono è di accumulare perdite senza poi riuscire a sfruttarle in tempo.

A complicare ulteriormente il quadro è il fatto che non tutti gli strumenti finanziari si comportano allo stesso modo. Un caso emblematico è quello degli ETF, dove si crea una sorta di “asimmetria fiscale”: i guadagni vengono trattati in modo diverso rispetto alle perdite. Il risultato è che si può arrivare a pagare imposte anche quando il bilancio complessivo degli investimenti è pari a zero. Un meccanismo poco intuitivo, ma perfettamente coerente con le regole attuali.

Anche le criptovalute seguono una logica ancora più rigida: le eventuali perdite possono essere compensate solo con guadagni della stessa natura. In pratica, si crea un comparto separato che non dialoga con il resto del portafoglio.

Tipo di perdita (minusvalenza) Può compensare guadagni da Note
Azioni Azioni, obbligazioni, derivati, ETC, certificati Redditi diversi
Obbligazioni corporate Azioni, derivati, ETC, certificati Redditi diversi
Derivati (CFD, opzioni, futures) Tutti i redditi diversi Compensazione ampia
ETC / ETP Tutti i redditi diversi Sempre compensabili
ETF (minusvalenza) Azioni, obbligazioni, derivati Solo lato perdita
ETF (plusvalenza) Non compensabile
Dividendi / interessi Mai compensabili
Criptovalute Solo altre criptovalute Compartimento separato

Tassazione delle criptovalute nel 2026: cosa cambia

Negli ultimi anni le criptovalute sono passate da fenomeno di nicchia a vera e propria asset class, ma è sul fronte fiscale che si sono registrate le novità più rilevanti. Nel 2026, infatti, la tassazione su investimenti finanziari legati alle cripto-attività cambia in modo significativo, rendendo questo tipo di investimento più oneroso rispetto al passato.

La prima novità è arrivata nel 2025, con la Legge di Bilancio che eliminato la soglia di esenzione: fino al 2024, infatti, le plusvalenze inferiori a 2.000 euro non erano tassate. Dal 2025 questa franchigia è stata abolita, e oggi qualsiasi guadagno è tassato.

La seconda novità, ancora più impattante, è entrata in vigore quest’anno: dal 2026 l’aliquota sulle plusvalenze da criptovalute sale al 33%. Questo significa che i guadagni derivanti dalla vendita, conversione o utilizzo di crypto come Bitcoin o Ethereum vengono tassati con un’imposta sostitutiva più onerosa rispetto agli strumenti tradizionali.

Non tutte le cripto-attività, però, sono trattate allo stesso modo. La normativa distingue infatti alcune categorie specifiche, come i token di moneta elettronica denominati in euro (le cosiddette stablecoin conformi al regolamento europeo MiCA), per i quali continua ad applicarsi l’aliquota del 26%. In questi casi, inoltre, la semplice conversione in euro non costituisce evento imponibile.

Anche la compensazione delle perdite segue regole più rigide. Le minusvalenze generate dalle cripto, infatti, non possono essere usate liberamente per ridurre le tasse su qualsiasi guadagno, ma si possono compensare solo con profitti ottenuti sempre da cripto-attività. Restano quindi isolate dal resto del portafoglio.

Infine, non va dimenticato l’obbligo di monitoraggio fiscale. Le criptovalute devono essere indicate in dichiarazione dei redditi nel quadro RW, anche in assenza di vendita, e sono soggette all’imposta patrimoniale (IVCA), pari allo 0,2% del valore.

Riforma fiscale delle rendite finanziarie: cosa cambierà

La tassazione delle rendite finanziarie è destinata a cambiare nei prossimi anni. La riforma fiscale punta a introdurre una categoria unica di redditi finanziari, superando la distinzione tra redditi di capitale e redditi diversi.

Oggi, come visto, questa separazione limita fortemente la possibilità di compensare perdite e guadagni, creando spesso situazioni poco intuitive per gli investitori.

L’obiettivo della riforma è proprio superare queste rigidità. Con la nuova impostazione, interessi, dividendi e plusvalenze verrebbero trattati allo stesso modo, consentendo una compensazione più ampia delle minusvalenze e una gestione fiscale più lineare e integrata, dove conta il risultato complessivo dell’investimento.

Questo cambiamento potrebbe avere un impatto concreto soprattutto per gli investitori retail. Oggi, ad esempio, chi incassa dividendi non può utilizzarli per compensare eventuali perdite su azioni o altri strumenti. Domani, invece, questa possibilità potrebbe essere estesa, riducendo la pressione fiscale effettiva e rendendo più efficiente la gestione del portafoglio.

Il Fisco italiano sta seguendo la direzione già intrapresa da altri Paesi europei, dove il sistema fiscale sugli investimenti è meno frammentato e più orientato al risultato finale.

Questa riforma, tuttavia, non è ancora operativa: servirà un decreto attuativo, la cui adozione è prevista entro il 29 agosto 2026. Per la dichiarazione 2026 continueranno ad applicarsi le regole attuali, con tutte le loro limitazioni.

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