Come guadagnare 5.000 euro al mese senza lavorare? Ecco quanti soldi servono nel 2026

Claudia Cervi

7 Maggio 2026 - 15:39

Per vivere di rendita nel 2026 non basta più un milione di euro. Ecco quanto investire tra BTP, ETF, dividendi e immobili per avere 5.000 euro netti al mese.

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L’idea di vivere con 5.000 euro al mese senza stipendio resta uno dei grandi obiettivi della finanza personale. Ma nel 2026, costruire una rendita passiva, non è semplice quanto appare sui social.

Un patrimonio investito tra BTP, ETF obbligazionari, azioni da dividendo, conti deposito e immobili consente di avere una rendita stabile, ma con risultati diversi a seconda della composizione. Basta che una variabile cambi (tassazione applicata, inflazione o tipo di investimento) perché i risultati finali siano completamente diversi.

C’è poi una differenza enorme tra generare 5.000 euro lordi ogni mese e incassare un guadagno ogni tanto. Qui molte strategie, puramente teoriche, si scontrano con la realtà. Partendo dai rendimenti medi realistici del 2026, abbiamo simulato quanto capitale serve oggi per ottenere una rendita passiva di 5.000 euro al mese.

Quanto capitale serve per avere 5.000 euro al mese

Prima di fare qualsiasi calcolo bisogna capire se quei 5.000 euro sono lordi o netti.

Se parliamo di 5.000 euro lordi al mese (60.000 euro lordi all’anno), il calcolo è relativamente semplice. Ipotizzando un rendimento medio del 5%, servirebbero 1,2 milioni di euro.
Un rendimento del 5% è però un’ipotesi ottimista e dipende da quanto si è disposti a rischiare. Con un rischio molto basso, i conti deposito garantiti offrono un rendimento del 3-3,25% lordo, pari al 2,20-2,40% netto. Le azioni da dividendo rendono di più, si può arrivare al 7-8%, ma il capitale è esposto alle oscillazioni del mercato. Anche per chi sceglie i BTP, il rendimento dipende da quando vengono comprati e per quanto tempo restano in portafoglio. Oggi, i titoli con cedola più alta (per esempio del 4,50% lordo) hanno scadenze molto lunghe.

Bisogna poi considerare le tasse. Avere 60.000 euro lordi non significa avere 5.000 euro da spendere ogni mese.

Un portafoglio misto di obbligazioni (BTP, bond ETF) e azioni da dividendo, con un rapporto 60/40, può beneficiare della tassazione agevolta al 12,5% sulla componente legata ai titoli di Stato. In questo caso i 60.000 euro lordi diventano 49.000 euro netti, pari a poco più di 4.000 euro al mese. I conti cambiano parecchio se la rendita arriva soprattutto da dividendi, ETF azionari o conti deposito. Con un’aliquota del 26% rimangono circa 44.400 netti, cioè circa 3.700 euro al mese.

Se l’obiettivo è avere 5.000 euro netti al mese, pronti da spendere, allora il capitale di partenza è molto più alto di 1,2 milioni. Ipotizzando un rendimento del 4,5-5% complessivo, possono servire 1,6-1,7 milioni. Dipende però dalla composizione del portafoglio e da quanto si è disposti a rischiare. Molto dipende anche dal fatto che si decida o meno di reinvestire una parte delle cedole e dei dividendi.

Dove investono quelli che vivono di rendita

Chi vive di rendita con patrimoni importanti, non insegue il rendimento massimo e raramente concentra il capitale in pochi asset. Con un milione di euro o più, l’obiettivo è costruire flussi di cassa stabili nel tempo limitando il rischio di restare senza liquidità quando serve.

Per questo, nella pratica, i grandi patrimoni finiscono quasi sempre per essere molto diversificati.

Uno dei modelli più classici è il portafoglio bilanciato “60/40”, composto per il 60% da azioni globali, spesso tramite ETF su MSCI World o S&P 500 e per il 40% da obbligazioni, tra BTP, Treasury USA e bond corporate investment grade.

Con questo approccio l’idea è bilanciare crescita del capitale e rendita periodica.

Chi invece punta soprattutto al flusso cedolare utilizza portafogli orientati a cedole e dividendi, costruiti per produrre entrate costanti senza dover vendere quote ogni anno. Dentro questo tipo di portafoglio in genere ci sono azioni ad alto dividendo, ETF, obbligazioni a breve termine, strumenti monetari e una quota di liquidità per gli imprevisti.

In questi casi il rendimento lordo può arrivare intorno al 4% annuo, ma la crescita del patrimonio tende a essere più lenta.

In Italia, molti patrimoni sono esposti anche al mattone. Gli affitti possono arrivare ad offrire una rendita lorda tra il 4% e il 5% annuo nelle città più richieste. Dopo spese, manutenzione e tassazione, il rendimento netto reale tende però ad avvicinarsi più al 2,5%-3,5%. La fiscalità può essere anche più favorevole rispetto alle altre attività finanziarie (21% per la cedolare secca o 10% nel caso di canone concordato), ma resta il problema della liquidità. Un ETF può essere venduto in pochi secondi. Un appartamento no.

Un esempio tipico può essere:

  • 30% tra conti deposito e BTP;
  • 30% ETF obbligazionari;
  • 20% azioni o ETF azionari da dividendo;
  • 20% immobili in affitto.

Un portafoglio di questo tipo può generare mediamente tra il 4% e il 4,5% lordo annuo. Tolte tasse e costi, il rendimento netto reale scende spesso intorno al 3%-3,3%.

Per riassumere, se il target è 5.000 euro netti al mese e si sceglie un portafoglio che rende il 3,3% netto (come il modello ibrido), servono almeno 1,8 milioni. Per chi è più aggressivo e punta al 4,5% netto (modello 60/40), ne servono 1,33 milioni.

Perché vivere di rendita è molto più difficile di quanto sembra

Sui social vivere di rendita viene spesso raccontato come una formula matematica quasi automatica: basta investire un milione, per ottenere il 5% all’anno e smettere di lavorare. Nella vita reale, inflazione, rimborsi delle obbligazioni e spese impreviste possono demolire anche il miglior piano finanziario.

L’inflazione è il nemico più sottovalutato da chi fa simulazioni troppo semplici. Se il patrimonio rende il 4% annuo ma l’inflazione è al 2%, il guadagno reale si riduce al 2%. In dieci anni significa avere un’inflazione cumulata del 20%. Quindi per mantenere lo stesso stile di vita, non basterebbero più 5.000 euro al mese, ma ne servirebbero almeno 6.000.

Questo spiega perché chi vive di rendita non tiene tutto in BTP o conti deposito. Una parte del patrimonio viene quasi sempre lasciata in asset più volatili ma con maggiore capacità di crescita nel lungo periodo, come azioni globali, ETF azionari o immobili.

Un rischio da considerare per la componente obbligazionaria è il rimborso. Quando un titolo obbligazionario arriva a scadenza, il capitale viene restituito. Il problema è capire a quale rendimento potrà essere reinvestito in futuro.

Se oggi un BTP rende il 4% ma tra qualche anno i nuovi titoli offriranno solo il 2%, la rendita si abbassa automaticamente. E chi vive di cedole rischia di vedere diminuire progressivamente gli incassi senza aver perso nominalmente il capitale.

Per evitare questo rischio, molti investitori costruiscono portafogli con scadenze differenziate, ETF obbligazionari e asset più dinamici. Così facendo, si evita che la rendita si abbassi di colpo negli anni.

Infine ci sono gli imprevisti. Ed è il motivo per cui quasi nessuno investe il 100% del patrimonio. Può arrivare all’improvviso una spesa medica importante, un’auto da sostituire, lavori in casa o semplicemente la necessità di liquidità.

Per questo chi vive di rendita mantiene quasi sempre una parte del capitale ferma in liquidità, conti deposito o strumenti molto conservativi. Rendono poco, a volte quasi nulla, ma evitano la situazione peggiore per un investitore: essere costretti a liquidare investimenti proprio quando i mercati stanno scendendo.

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