Dividendi, cedole e minusvalenze non si equivalgono. Capire la fiscalità può fare più differenza del rendimento e aiutare a evitare errori che pesano sul risultato netto.
Maggio è, da sempre, uno dei mesi più attesi dagli investitori. È il periodo in cui molte società, soprattutto italiane ed europee, distribuiscono dividendi, trasformando le azioni in una fonte concreta di reddito. È un momento che, in apparenza, sembra semplice: si incassa e il portafoglio “lavora”. Eppure è proprio qui che si nasconde una delle più grandi illusioni finanziarie.
Incassare dividendi è facile. Capire cosa succede dopo, soprattutto dal punto di vista fiscale, è ciò che fa davvero la differenza. Nel tempo, le aziende capaci di distribuire dividendi in modo costante hanno spesso dimostrato maggiore solidità e, in molti casi, anche performance migliori rispetto al mercato. Non è un caso che a Wall Street esista una strategia ben nota, i “Dogs of the Dow”, costruita sull’indice Dow Jones Industrial Average, che seleziona proprio le società con i rendimenti da dividendo più elevati.
Ma già qui emerge una distinzione fondamentale che spesso viene sottovalutata: non tutti i dividendi sono uguali. Esistono dividendi sostenibili, distribuiti con continuità e supportati da utili ricorrenti, e dividendi straordinari, legati a eventi non ripetibili. Per fare un esempio concreto, un’azienda che distribuisce 4 euro ogni anno su un prezzo di 100 (rendimento del 4%) è molto diversa da un’altra che distribuisce 10 euro una sola volta (rendimento del 10%). Il secondo caso può sembrare più interessante, ma non è replicabile nel tempo. E questo, alla lunga, fa tutta la differenza. [...]
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