«Circa due terzi dei lavori attuali sono esposti a un certo grado di automazione».
È il dato choc che emerge da uno studio di Goldman Sachs citato dal Financial Times intitolato The Potentially Large Effects of Artificial Intelligence on Economic Growth, dove viene evidenziato come la capacità di generare contenuti in modo automatizzato, grazie all’Intelligenza Artificiale, potrebbe portare «un progresso significativo con effetti macroeconomici potenzialmente importanti e potrebbe aumentare il PIL globale annuo del 7% nei prossimi 10 anni».
Disboscamento degli umani
Siamo sicuri che il progresso dell’IA e della robotica vada esclusivamente direzione del profitto e delle ricadute positive (maggior tempo a disposizione per i lavoratori)? L’automazione e l’eliminazione di posti di lavoro comporta, infatti, il cosidetto «disboscamento degli umani» a cui potrebbe far seguito la disoccupazione tecnologica, senza quegli effetti positivi che alcune ricerche lasciano intendere.
Come evidenziato da anni, infatti, da numerosi studi di economisti, lo sviluppo sempre più rapido e il conseguente impiego dell’IA, nel prossimo decennio, potrebbe travolgere il mondo del lavoro e soppiantare molti lavoratori.
Secondo gli autori dell’articolo, Joseph Briggs e Devesh Kodnani, la maggior parte delle persone potrebbe essere sollevato dallo svolgimento di circa il 50% del lavoro svolto quotidianamente, senza però perderlo, vedendo invece aumentare le ore di tempo libero a propria disposizione. Inoltre, se lo sviluppo e l’impiego dell’IA dovesse procedere secondo gli attuali ritmi, questo potrebbe anche portare alla sostituzione con sistemi di intelligenza artificiale di 300 milioni di lavoratori nel mondo.
I settori che verranno maggiormente colpiti, secondo il report, saranno quelli amministrativo e legale, ma anche quello bancario e finanziario. I risultati dello studio si basano su un’analisi dei dati statunitensi ed europei sui compiti tipicamente svolti da lavoratori umani, in migliaia di settori e lavori differenti.
Il rapporto McKinsey
Come anticipato, sono numerosi gli studi e le stime che, negli anni passati, si sono occupati di automazione.
Il 17 luglio 2016 l’Ansa batteva battuto una strana notizia: manager e igienisti dentali per ora stiano sereni: i lavori che l’uomo potrebbe vedersi “rubati” a stretto giro dai robot sono altri, in primis nei settori della ristorazione e della produzione industriale. A sostenerlo era un rapporto di McKinsey A future that works: Automation, employment, and productivity che analizzava l’impatto dell’automazione e della robotica sul mondo del lavoro nel lungo periodo (50 anni) considerando scenari evolutivi a diverse velocità. Il rapporto ha anche stilato una classifica dei lavori che nel prossimo futuro hanno più probabilità di altri di essere automatizzati.
La società di consulenza analizzato oltre duemila compiti svolti nell’ambito di oltre 800 occupazioni e ha individuato quali categorie sono più a rischio di altre. I più inclini all’automazione, spiegano gli analisti, sono i lavori di produzione industriale ma anche i servizi legati a cibo e vendita al dettaglio. Insomma, non solo la catena di montaggio − che infatti è già ampiamente automatizzata − ma tutti coloro che svolgono compiti particolarmente ripetitivi, come ad esempio impacchettare oggetti o preparare cibi, possono essere rimpiazzati da tecnologie già al momento disponibili.
Un dato interessante che emerge dall’analisi è che solo il 5% dei lavori potrà essere completamente automatizzato, ma l’automazione avrà un impatto – in una misura pari al 30% – su circa il 60% delle mansioni lavorative. In altre parole, in 6 tipologie di lavori su 10 una buona parte dei compiti sarà eseguito da macchine. Secondo lo studio, in tutto il mondo 1,2 miliardi di posti di lavoro sono sostituibili − in tutto o in parte − con le tecnologie disponibili a livello commerciale, di cui 700 milioni in India e Cina. Nei soli cinque Paesi europei esaminati − Francia, Germania, Italia, Spagna e UK − i posti full-time a rischio sono 54 milioni, pari a un monte stipendi di 1.700 miliardi.
The Future of Employment
A una conclusione simile (il 47% dei lavori sostituibili) sono giunti Benedikt Frey e Michael Osborne della Oxford University, già autori del paper dal titolo The Future of Employment: How Susceptible Are Jobs to Computerisation?, a loro volta hanno curato un rapporto analogo Technology at work. The Future of Innovation and Employment.
La tesi principale del lavoro del 2013 è che circa la metà degli occupati statunitensi – il 47%, per essere precisi – sia attualmente ad alto rischio “sostituzione”. L’automazione porterà, cioè, a decine e decine di milioni di disoccupati nel corso dei prossimi due decenni, senza però spiegare, al di là delle stime pessimistiche, che cosa avverrà dopo che l’effetto di “disboscamento degli umani” sarà concluso…