Il mercato azionario statunitense sta vivendo un momento di forte turbolenza, con l’indice S&P 500 in ribasso del 9,3% rispetto ai massimi di febbraio e una capitalizzazione di mercato evaporata per oltre 4.000 miliardi di dollari.
Dati storici di Bespoke Investment Group indicano che in 15 casi analoghi dal 1990, il rendimento medio annuo successivo si è attestato al 6,9%, inferiore rispetto alla media del 10,3%.
Le preoccupazioni macroeconomiche aumentano a causa delle incertezze sulle politiche tariffarie dell’amministrazione Trump, che hanno destabilizzato la fiducia di consumatori e imprese. Un sondaggio Reuters condotto tra economisti di Stati Uniti, Canada e Messico ha rivelato che il 95% degli intervistati ritiene che il rischio di recessione sia aumentato. La contraddittorietà delle dichiarazioni di Trump, che da un lato minimizza il pericolo di recessione e dall’altro non fornisce una strategia chiara sulle tariffe, sta alimentando il nervosismo degli investitori.
Le difficoltà si riflettono anche sul comparto obbligazionario: lo spread tra i bond corporate ad alto rischio e i Treasury statunitensi ha raggiunto i 316 punti base, il livello più alto da settembre 2024, segnalando un aumento dell’avversione al rischio. Inoltre, il numero di società dell’S&P 500 con quotazioni sopra la media mobile a 200 giorni è sceso al 47%, un livello che storicamente ha preceduto cali medi del 7,3% nell’anno successivo.
I titoli tecnologici, che avevano guidato i rialzi degli ultimi anni, stanno subendo le perdite più pesanti: Nvidia e Tesla sono tra i peggiori performer. Anche il settore aereo è sotto pressione, con Delta Airlines che ha rivisto al ribasso del 50% le previsioni di utile per il primo trimestre, attribuendo il calo alla crescente incertezza economica. Il settore finanziario, invece, è sotto pressione per il timore di un credit crunch: le banche stanno aumentando gli accantonamenti per perdite su crediti, segnale che prevede un deterioramento della qualità del credito nei prossimi trimestri.
Un altro segnale preoccupante arriva dal mercato dei futures sulla volatilità: i contratti in scadenza a marzo sono più costosi di quelli a otto mesi, indicando che gli investitori temono turbolenze imminenti. Questo fenomeno, noto come “backwardation”, si è verificato per quattro sessioni consecutive e in passato ha anticipato periodi prolungati di volatilità. Storicamente, quando i futures sulla volatilità entrano in backwardation per più di cinque giorni, il mercato ha registrato ulteriori perdite nel mese successivo con un calo medio del 4,5%.
Gli hedge fund, inoltre, stanno riducendo la loro esposizione ai titoli azionari, aumentando la liquidità e orientandosi verso asset più sicuri come i titoli di Stato USA. Secondo dati di Goldman Sachs, la riduzione dell’esposizione azionaria degli hedge fund ha raggiunto livelli paragonabili a quelli del crollo del mercato nel 2020, segno di un forte pessimismo tra gli investitori istituzionali.
Nonostante il forte ribasso, alcuni analisti vedono opportunità di acquisto. Wells Fargo Investment Institute ha consigliato ai clienti di incrementare l’esposizione alle azioni, puntando sulle società a media capitalizzazione. Tuttavia, il sentiment generale resta debole: il rapporto prezzo/utili dell’S&P 500 è ancora a 20,5 volte gli utili attesi, ben sopra la media storica di 15,8, rendendo il mercato vulnerabile a ulteriori correzioni.
Se nei precedenti cicli di mercato «comprare nei ribassi» si era dimostrata una strategia vincente, questa volta gli investitori potrebbero mostrare maggiore cautela. Con le prospettive economiche incerte e la politica tariffaria imprevedibile, il futuro di Wall Street appare più instabile che mai. In assenza di un catalizzatore positivo, come un allentamento delle tensioni commerciali o dati macroeconomici migliori del previsto, il mercato potrebbe continuare a subire pressioni, rendendo il 2025 un anno critico per gli investitori globali.