Smart working obbligatorio nella fase due (ma non per tutti)

Smart working: secondo il team di esperti guidato da Vittorio Colao dovrebbe essere obbligatorio per le grandi aziende. Negli altri casi sarebbero i lavoratori a scegliere.

Smart working obbligatorio nella fase due (ma non per tutti)

Lo smart working non verrà meno nella fase due, anzi potrebbe diventare obbligatorio per molte aziende.

È quanto si evince dall’analisi della prima bozza del lavoro redatto dal gruppo di esperti guidato da Vittorio Colao i quali sono stati incaricati - dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte - di individuare una nuova organizzazione del lavoro da adottare durante la fase due.

Perché le aziende dovranno ripartire, ma allo stesso tempo non si può mettere a rischio la salute dei cittadini. Ed è per questo che tra le proposte presentate da Vittorio Colao, tra cui figurano ad esempio la possibilità che un maggior numero di lavoratori venga sottoposto all’analisi del sangue per effettuare un test di immunità, c’è quella che mira a rendere sempre più al centro dell’organizzazione lo smart working, rendendolo obbligatorio per alcune aziende.

Chi pensava che il lavoro agile si sarebbe estinto con l’inizio della fase due, quindi, si sbagliava. Perché nelle aziende bisognerà mantenere le distanze sociali e non è detto che questo sia sempre possibile: ecco quindi che bisognerà limitare il numero di persone sul posto di lavoro, così da evitare il più possibile gli assembramenti.

Come per la scuola si continuerà parzialmente con la didattica a distanza, quindi, ecco che sui posti di lavoro lo smart working resterà ancora al centro dell’organizzazione. Ma come? Ecco quali sono le novità in merito.

Smart working diventa obbligatorio (ma non per tutti)

Anche nella fase due si ripartirà dallo smart working, organizzazione di cui tante imprese si sono dotate in via straordinaria nel periodo di lockdown.

Uno strumento che certamente andrà migliorato, ma per adesso - e per tutta la durata della fase due - non verrà abbandonato. Perché è su questo che si fonda la nuova organizzazione del lavoro pensata dal team di esperti guidati da Vittorio Colao, i quali nelle prossime ore presenteranno la propria proposta al Presidente del Consiglio.

Organizzazione che ha come obiettivo quella di muovere il minor numero possibile di persone dalle loro case (anche per non creare affollamenti sui trasporti) e di evitare assembramenti sui luoghi di lavoro.

Per questo motivo alle grandi aziende con un numero importante di dipendenti viene imposto l’obbligo di dotarsi, quando possibile, dello smart working. Resta da capire, quindi, quale sarà il numero massimo di dipendenti ammessi per sede (il che ovviamente dipenderà anche dalla grandezza dei luoghi di lavoro).

Generalmente, comunque, sopra un certo numero di persone lo smart working dovrebbe essere obbligatorio.

Al di sotto di questa soglia, che ricordiamo non è stata ancora fissata e lo sarà solamente dopo un confronto con la politica, lo smart working sarebbe solamente facoltativo: spetterebbe all’azienda stessa, quindi, decidere se adottare questa forma di organizzazione del lavoro, fermo restando che in caso di presenza in contemporanea sul posto di lavoro di tutto il personale bisognerà comunque garantire un certo distacco tra le postazioni.

E non solo, perché nel progetto redatto dal gruppo di Vittorio Colao si legge che davanti alla richiesta del singolo dipendente di lavorare in smart working l’azienda non potrebbe rifiutarsi. Ovviamente, però, solo quando le mansioni e il ruolo siano compatibili con il lavoro agile.

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