“La situazione è grave”. La Corte dei conti europea mette in guardia da una pericolosa dipendenza

Ilena D’Errico

3 Febbraio 2026 - 20:37

L’Europa deve agire alla svelta per superare la sua dipendenza dai partner inaffidabili.

“La situazione è grave”. La Corte dei conti europea mette in guardia da una pericolosa dipendenza

L’ultimo rapporto della Corte dei conti europea (Eca) evidenzia una pericolosa dipendenza da pochi Paesi terzi per la fornitura di materie prime strategiche. Un problema grave, che mina la transizione energetica e l’autonomia strategica dell’Europa, poco competitiva nello scenario internazionale. Non che l’Ue abbia ignorato questa criticità finora, avendo invece pianificato diverse soluzioni per ottenere maggiore indipendenza.

Nessuno dei progetti, tuttavia, sembra funzionare a sufficienza per il momento. La Corte dei conti è stata piuttosto critica in merito, spronando Bruxelles a diversificare al più presto le proprie fonti di approvvigionamento, per quanto non sia l’unica potenza del mondo a subire il dominio cinese. Metalli e terre rare vengono infatti prevalentemente dalla Cina, che domina l’intera filiera, dall’estrazione alla lavorazione. È un obiettivo ambizioso quello a cui deve arrivare l’Unione europea, ma assolutamente necessario per emanciparsi da Stati esteri instabili sotto più punti di vista.

La dipendenza dell’Ue è ormai una situazione grave

Keit Pentus-Rosimannus, membro estone dell’Eca, “la situazione è grave, poiché ora dipendiamo da una manciata di paesi terzi per la fornitura di questi materiali". La Corte dei conti pone l’accento soprattutto sulle terre rare e i metalli come litio, nichel e rame, indispensabili per le apparecchiature tecniche ai fini della transizione energetica. Si pensi alle batterie, alle installazioni e alle turbine eoliche, citando gli esempi più importanti.

Ecco perché “senza materie prime critiche, non c’è transizione energetica, nessuna competitività, nessuna autonomia strategica”. L’Europa non è soltanto dipendente da Paesi terzi per la quasi interezza del proprio fabbisogno, ma questi stessi fornitori sono pochissimi, concentrando gran parte delle importazioni in una manciata di Stati. Chiaramente, è un problema di non poco conto, come ci ha insegnato empiricamente la crisi energetica legata alla guerra in Ucraina.

La fornitura di questi materiali strategici non è meno delicata visto il loro ruolo nelle energie rinnovabili, ma anzi ancora più determinante nel lungo periodo. Non a caso, l’Europa aveva pianificato di emanciparsi nell’approvvigionamento di queste materie prime strategiche entro il 2034, almeno parzialmente. In particolare, un provvedimento Ue del 2024 ha fissato degli obiettivi per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento di 26 minerali critici, ma secondo la Corte dei conti è altamente improbabile che riesca secondo l’andamento attuale.

Cosa fa l’Europa per l’autonomia?

Bruxelles spera quantomeno di ampliare il raggio di Paesi terzi da cui si fornisce, per diversificare le fonti ma soprattutto sottrarsi all’egemonia cinese, ma mancano “risultati tangibili”. Parte di questo piano è affidato alle prospettive di riciclo, decisamente deludenti. Soltanto 7 dei 26 materiali necessari vengono effettivamente riciclati, peraltro con un tasso compreso tra l’1% e il 5%, mentre gli altri non vengono affatto riciclati. Non è soltanto una questione di tempo, perché la Corte dei conti non vede prospettive incoraggianti neanche nel futuro a breve termine, visto che considera irraggiungibile l’aumento del riciclo entro il 2030 senza nuovi finanziamenti.

Eppure sarebbe il caso di investire maggiori sforzi, visto che i progetti di riciclo europei sono poco sviluppati secondo l’Eca, mentre la capacità di trasformazione è “quasi ferma a causa degli elevati costi energetici”, tanto da richiedere altri decenni. Così, stando al rapporto della Corte dei conti, non possiamo essere una potenza geopolitica credibile. Se uno dei partner decidesse di strumentalizzare questa dipendenza, l’Europa rischierebbe di perdere forza e autonomia.

L’Europa sta pagando fortemente il ritardo con cui si è approcciata alla catena, essendosi finora appoggiata interamente alle esportazioni, ovviamente a quelle più economiche. Le altre potenze hanno nel frattempo continuato a lavorare per inserirsi in qualche fase della filiera, anche se la Cina (che ha iniziato già negli anni ‘80) resta al momento il leader indiscusso. L’Ue, però, ha ostacoli burocratici e di bilancio che non le garantiscono la stessa rincorsa intrapresa da altri Paesi, cominciando dagli Stati Uniti e dall’Australia.

Nonostante ciò, le istituzioni comunitarie appaiono comunque fiduciose del lavoro che stanno svolgendo, anche se verosimilmente non porterà all’autosufficienza nei tempi previsti. Certo, le iniziative di economia circolare e l’apertura a fornitori come Canada, Cile, Kazakistan, Namibia e Ucraina aiuteranno, ma non potranno emancipare l’Europa nei prossimi anni senza un impegno economico più sostanzioso.

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