Silvia Romano: ora si cerca in Somalia

A 10 mesi dal rapimento la procura generale di Nairobi parla per la prima volta di terrorismo, e indirettamente invita a seguire tracce che portano in Somalia

Silvia Romano: ora si cerca in Somalia

A distanza di 10 mesi dal rapimento di Silvia Romano, la Procura generale di Nairobi ha parlato per la prima volta di terrorismo, invitando così - seppure indirettamente - a seguire le tracce somale.

La Somalia richiama infatti ad Al Shabaab, gruppo terroristico jihadista attivo dal 2006, che potrebbe aver messo le mani sulla giovane solo in un secondo momento. A dire il vero di un’ipotesi simile si era parlato fin dalle primissime ore successive all’accaduto di quell’ormai lontano 20 novembre 2018, sulla costa del Kenya, a Chakama.

Eppure la procura keniota ha messo nero su bianco la cosa solo ora, evidenziando come i notevoli mezzi a disposizione dei rapitori e i ripetuti contatti tra Al Shabaab e la Somalia facciano pensare a un’operazione molto più strutturata rispetto quanto si era ipotizzato in un primo momento, a un vero e proprio “sequestro su commissione”.

Al momento le tracce concrete della ragazza si fermano allo scorso 25 dicembre, quando la polizia di Nairobi aveva assicurato di avere prove del fatto che la giovane fosse in vita, tenuta nell’area del Tana River a nord di Malindi, in Kenya.

Un ultimo, fugace contatto risale a qualche settimana dopo, agli inizi di gennaio, poi il nulla. Da allora - ipotizza la procura di Roma coordinata dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco - la ragazza potrebbe essere stata «ceduta» in territorio somalo, esattamente la direzione verso cui i terroristi sembravano diretti poco dopo il rapimento.

Silvia Romano: ora si cerca in Somalia

Al momento tre degli otto rapitori che agirono nel villaggio di Chakama sono in carcere. Su di loro grava da soli pochi giorni l’accusa di terrorismo, che esclude quindi la possibilità di un’uscita su cauzione, prima invece lecita.

I loro racconti, finora poco attendibili, tenevano lontane le ipotesi fondamentaliste, ora sempre più in evidenza. Questo potrebbe costituire una svolta per le indagini, sbloccando metodi di investigazione rivelatisi piuttosto deboli.

Potrebbe così partire una vera e propria lotta ad Al Shabaab, anche se su questo pende ancora la richiesta d’estensione alle sanzioni ONU previste dalla risoluzione 1267 nei territori controllati da Isis e Al Qaeda.

La procura di Roma ora segue le tracce lasciate dal commando autore del rapimento, che si è mosso in direzione Somalia; solo lì probabilmente la volontaria milanese è finita nelle mani di un secondo gruppo criminale.

Quel secondo gruppo criminale potrebbe essere Al-Shabaab, che avrebbe agito allo scopo di chiedere un riscatto all’Italia, tramite le direttive chiave del terrorista Said Ibrahim, attualmente irreperibile.

Ibrahim avrebbe reclutato un gruppo di otto persone, che hanno pedinato e studiato le mosse di Silvia prima di entrare in azione. Ora investigatori italiani e kenyoti sono a confronto per capire se la giovane è ancora in vita.

Tra le piste potenzialmente più utili ci sono quei 25mila euro pagati in un primo momento per il riscatto di uno dei rapitori arrestati.

La cifra, che per un Paese come il Kenya rappresenta una vera e propria fortuna, ha insospettito gli inquirenti, portandoli a pensare a soldi offerti in cambio di silenzio a uno degli abitanti del villaggio di Chakama.

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Argomenti:

Terrorismo Africa

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