Quando un titolo inizia a salire, gli analisti aggiornano il target price e, nel giro di poco, molti iniziano a sognare guadagni a doppia cifra. Basta questo per far partire un nuovo rally? Oppure rischiamo di rincorrere aspettative troppo ambiziose, destinate a sgonfiarsi alla prima delusione?
Il dubbio resta. Siamo davanti a una nuova storia di successo oppure a un titolo che ha già dato il meglio di sé?
In questo caso stiamo parlando di una società che ha già rivoluzionato il modo di muoversi in città. È attiva nel mondo della mobilità e delle consegne, ma non si limita a questo. Sta investendo su guida autonoma, algoritmi predittivi e nuovi modelli di business che potrebbero trasformare l’intero settore.
Secondo alcune banche d’affari, il potenziale è enorme. C’è chi ipotizza un balzo del 41% rispetto ai valori attuali, se tutto dovesse andare per il verso giusto. Ma non tutti sono convinti: c’è chi vede segnali di rallentamento, chi teme l’effetto della concorrenza e chi solleva dubbi sulla tenuta a lungo termine del modello di business.
In questo articolo cerchiamo di andare oltre le proiezioni più ottimistiche per capire se ha davvero senso puntare su questo titolo o se è il caso di restare con i piedi per terra.
Perché Uber potrebbe essere il prossimo grande investimento tech
Nata come app per prenotare passaggi in auto, Uber è oggi una piattaforma globale di mobilità, consegne e logistica attiva in centinaia di città, con oltre 170 milioni di utenti mensili e 8,5 milioni tra autisti e corrieri. Numeri che la rendono il punto di riferimento mondiale nel ride-hailing. Qui puoi approfondire come funziona Uber in Italia.
Ma il vero potenziale di crescita non è nel core business attuale, ma il suo investimento massiccio su tecnologie autonome. Ha già stretto partnership con 18 aziende specializzate nello sviluppo di veicoli autonomi, robot per le consegne e perfino droni e taxi volanti.
Oggi, infatti, la voce di spesa principale sono gli autisti. Se anche solo una parte dei 18,6 miliardi di dollari destinati a coprire questi costi rimanesse nelle casse dell’azienda, l’impatto sui profitti sarebbe enorme. Nel primo trimestre del 2025, Uber ha registrato 42,8 miliardi di dollari in prenotazioni lorde, 11,5 miliardi di fatturato e 1,7 miliardi di utile netto. Numeri solidi, ma ancora lontani dal pieno potenziale.
Se la guida autonoma prenderà piede, Uber potrebbe aumentare in modo significativo valore e redditività nel prossimo decennio.
Uber è davvero pronta al decollo?
Il ruolo di Uber come aggregatore principale della domanda di trasporto e consegna la rende un partner chiave per le aziende che vogliono testare e distribuire veicoli autonomi in modo efficiente. Inoltre, la sua vasta base utenti alimenta un potente effetto rete, in cui più utenti attraggono più autisti (e viceversa), aumentando l’utilizzo della piattaforma e migliorando gli algoritmi di abbinamento.
Questo patrimonio di dati e di interazioni alimenta il software proprietario di gestione della flotta, uno degli asset più interessanti per le aziende tech che operano nel settore dei trasporti autonomi.
Previsioni su Uber: analisi tecnica e prospettive di crescita
Grafico azioni Uber
Fonte Tradingview
Il sentiment degli analisti resta in prevalenza positivo, anche se non mancano le cautele. Wells Fargo ha alzato il target price da 90 a 100 dollari, mantenendo il rating “Overweight”, con uno scenario rialzista che vede il titolo arrivare fino a 126 dollari (+41% circa dai livelli attuali). Tuttavia, se le condizioni favorevoli non dovessero concretizzarsi, si ipotizza un ritorno a 68 dollari, con una perdita potenziale significativa.
Anche Bank of America ha confermato il rating “Buy”, portando il target a 97 dollari, sottolineando che alcune criticità emerse nei conti trimestrali sono temporanee e che la direzione strategica dell’azienda è solida.
Più prudente invece Wedbush, che ha rivisto il target price a 85 dollari e ha declassato il giudizio da “Outperform” a “Neutral”, segnalando un possibile rallentamento nel breve termine.
Nonostante il grande potenziale, ci sono anche fattori di rischio da non sottovalutare. Gli “orsi” evidenziano che le aziende native della guida autonoma, non avendo costi per gli autisti, partono avvantaggiate in termini di margini operativi. Inoltre, potrebbero sviluppare applicazioni proprietarie che renderebbero Uber ridondante, relegandola a un ruolo secondario nella gestione di flotte a basso margine, come servizi di ricarica o pulizia dei veicoli.
A questo si aggiunge l’incertezza normativa: il settore del ride-hailing è ancora relativamente nuovo e soggetto a possibili inasprimenti legislativi. La classificazione obbligatoria degli autisti come lavoratori dipendenti, ad esempio, potrebbe comprimere i margini e rendere più fragile il modello di business.
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