Prosegue l’avvicinamento, non solo diplomatico ma anche economico, tra Arabia Saudita e Cina. Nei giorni scorsi è infatti andato in scena un maxi accordo tra PIF, Public Investment Fund, il fondo sovrano di Riyad, e molteplici istituti bancari del Dragone.
Nello specifico, le parti in questione hanno firmato sei memorandum d’intesa per un valore complessivo pari a 50 miliardi di dollari. Il salvadanaio del principe saudita Mohammad bin Salman li ha messi nero su bianco con l’Agricultural Bank of China (ABC), la Bank of China (BoC), la China Construction Bank (CCB), la China Export and Credit Insurance Corp. (SINOSURE), l’Export-Import Bank of China (CEXIM) e la Industrial and Commercial Bank of China (ICBC).
PIF, che controlla un patrimonio complessivo di 925 miliardi di dollari, ha fatto sapere che gli accordi di intesa riguardano ambiti di cooperazione quali l’incoraggiamento dei flussi di capitale bidirezionali, sia tramite debito che tramite capitale proprio.
La fumata bianca è presumibilmente da collegarsi al recente viaggio effettuati oltre la Muraglia da Yasir Al Rumayyan, un luogotenente chiave di Bin Salman, che a luglio ha guidato una grande delegazione saudita a Pechino, dove ha incontrato il vice premier cinese He Lifeng. In qualità di governatore di PIF e presidente di Aramco, Al Rumayyan (anche persona di riferimento del paese per le relazioni tra Arabia Saudita e Cina) detiene il controllo sui due motori economici più importanti per l’Arabia Saudita.
La convergenza economica tra Cina e Arabia Saudita
L’ambizioso piano Vision 2030 del Regno saudita mira a diversificare l’economia nazionale, abbandonando i combustibili fossili per sviluppare un vivace settore privato. Il compito di PIF, che vanta un portafoglio di investimenti molto ampio - che spazia dalle piantagioni di datteri a conglomerati multinazionali – è quello di favorire l’intero progetto a son di accordi, firme, intese con governi, enti e istituzioni che possano favorire la “visione” di Riyad.
Ebbene, a luglio il Dragone ha dichiarato di essere pronto ad approfondire la cooperazione nei settori delle infrastrutture, delle risorse energetiche, dello sviluppo verde e dell’economia digitale con l’Arabia Saudita, e ha invitato le aziende di Bin Salman, come i suoi fondi sovrani e il colosso petrolifero Aramco, a continuare a «mettere radici» nella Repubblica Popolare Cinese.
Nonostante la volontà cinese e saudita di rafforzare le rispettive relazioni economiche, Bloomberg ha però sottolineato un fatto da tenere in considerazione: gli Stati Uniti rimangono ancora di gran lunga il partner economico e strategico più importante di Ryad.
Nel 2022, lo stock di investimenti diretti esteri Usa nel Regno era quasi tre volte maggiore di quello Pechino; persino il Bahrein, la cui economia da 45 miliardi di dollari difficilmente si confronta con quella cinese da 18 trilioni di dollari, può affermare di essere un investitore molto più grande della Cina in Arabia Saudita. La strada da fare, per il gigante asiatico, è insomma ancora lunga.
Il piano di Ryad e Pechino
I Paesi del Golfo sono affamati di investimenti e hanno bisogno di molto capitale. D’altra parte, la Cina ha bisogno di trovare nuovi mercati nei quali smistare i propri prodotti, complici le tensioni commerciali con Usa e Ue. Pechino vuole poi convincere il Regno, ricco di petrolio, a rinunciare alla tradizionale dipendenza dagli Stati Uniti per sicurezza e investimenti.
Ricordiamo che nell’agosto 2023, l’Arabia Saudita è stata invitata al raggruppamento informale BRICS, che comprende Cina, Brasile, Russia, India e Sudafrica. E che la Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino, che è allineata con Vision 2030, ha effettuato investimenti considerevoli e favorirà la spinta di Riyad a diversificare l’economia saudita.
La sensazione è che chiunque sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti, uno dei suoi compiti principali dell’inquilino della Casa Bianca consisterà nel controllare la crescente influenza della Cina con un alleato chiave del Paese in Medio Oriente...